1° maggio, il messaggio dei Vescovi al mondo del lavoro

Il monito sulle morti bianche – Secondo l’Inail nel 2021 ci sono stati in Italia 1.221 morti, cui si aggiungono quelli «ignoti» perché avvenuti nel lavoro in nero, un sommerso nel quale si moltiplicano inaccettabili tragedie. I messaggio dell’episcopato italiano: «La vera ricchezza sono le persone»

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«Ci manca, più di ogni altra cosa, il lavoro. La disoccupazione, dei giovani soprattutto, ha toccato qui livelli impressionanti, ben superiori a quelli delle altre regioni del Nord Italia. E senza lavoro non è possibile costruire futuro: la dignità di ogni persona, di ogni cittadino, comincia dalla possibilità di mantenersi, di avere di fronte prospettive concrete per sé e la propria famiglia. Il lavoro che manca, il lavoro che scompare, vicende come quella della ex Embraco di Riva di Chieri rimangono come un amaro insegnamento, quando dobbiamo constatare che neppure la volontà politica di istituzioni e territorio riesce ad arginare certi cinismi affaristici».

L’Amministratore Apotolico di Torino mons. Cesare Nosiglia «mette il dito nella piaga», come si dice, nel saluto che ha firmato dalle colonne de «La Stampa». «Cinismi affaristici» definisce certe magagne del lavoro che hanno segnato gli ultimi decenni, a cominciare dal colosso-Fiat che, dopo aver spremuto ben bene Torino e il Piemonte, dopo averla fatta da padrone, ha pensato di emigrare perché altrove guadagna meglio e di più. Come ha fatto la Fiat, così hanno fatto centinaia di aziende medio-grandi che sono emigrate per un portafoglio più pasciuto. Quasi sicuramente questa sensibilità deriva all’arcivescovo anche dal fatto che è figlio di un papà cassaintegrato.

In questi anni è intervenuto decine di volte; ha lanciato decine di allarmi e di appelli, in gran parte rimasti inascoltati.

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Non molto dissimile il significato profondo del messaggio che l’episcopato italiano rivolge per il Primo Maggio alla Chiesa e al Paese. Messaggio che ha un titolo significativo: «La vera ricchezza sono le persone».

«Un Paese che cerca di risalire positivamente la china della crisi non può fondare la propria crescita economica sul quotidiano sacrificio di vite umane». Parole chiare e giuste quelle che i vescovi italiani rivolgono alle istituzioni, alle aziende, ai lavoratori perché in Italia non si debbano più contare le morti bianche.

«Viviamo una stagione complessa, segnata ancora dagli effetti della pandemia e dalla guerra in Ucraina, in cui il lavoro continua a preoccupare la società civile e le famiglie, e impegna a un discernimento che si traduca in proposte di solidarietà e di tutela delle situazioni di maggiore precarietà. Le conseguenze della crisi economica gravano sulle spalle dei giovani, delle donne, dei disoccupati, dei precari, in un contesto in cui alle difficoltà strutturali si aggiunge un peggioramento della qualità del lavoro.

I vescovi citano i dati Inail: nel 2021 ci sono stati in Italia 1.221 morti, cui si aggiungono quelli «ignoti» perché avvenuti nel lavoro in nero, un sommerso nel quale si moltiplicano inaccettabili tragedie. Ogni giorno in Italia muoiono almeno tre persone sul posto di lavoro: «Siamo di fronte a un moderno idolo che continua a pretendere un intollerabile tributo di lacrime» e tra i settori più colpiti ci sono industria, servizi, edilizia e agricoltura: «Ogni evento è una sconfitta per la società nel suo complesso, ogni incidente mortale segna una lacerazione profonda sia in chi ne subisce gli effetti diretti, come la famiglia e i colleghi di lavoro, sia nell’opinione pubblica».

Lo sguardo si sofferma sul mercato del lavoro: la produzione talvolta si alimenta di un precariato che contiene elementi di pericolosità. Riflette la Cei: «La crescente precarizzazione costringe molti lavoratori a cambiare spesso mansione, contesto lavorativo e procedure, esponendoli a maggiori rischi. Spesso le mansioni più pericolose sono affidate a cooperative di servizi, con personale mal retribuito, poco formato, assunto con contratti di breve durata, costretto a operare con ritmi e carichi di lavoro inadeguati, in una combinazione rovinosa che potenzia il rischio di errori fatali».

Secondo i pastori «la tutela della sicurezza del lavoratore e delle sue condizioni di salute» dipendente dalle modalità di organizzazione dell’impresa nell’adozione di misure protettive e nella vigilanza perché siano rispettate. In sostanza, le misure ci sono; bisogna rispettarle: «Solo se ogni attore della prevenzione, a diverso titolo contribuisce al contrasto degli eventi infortunistici, si avrà una vera svolta. Per questo è necessario risvegliare le coscienze. Grazie a un’assunzione di responsabilità collettiva si può attuare quel cambiamento capace di riportare al centro del lavoro la persona, in ogni contesto produttivo».

La complessità delle cause e degli eventi, a giudizio dei pastori, «richiede un approccio integrale da parte di tutti i soggetti»: interventi di sistema a carattere statale e aziendale; investire sulla ricerca e sulle nuove tecnologie, sulla formazione dei lavoratori e dei datori di lavoro; inserire nei programmi scolastici e di formazione professionale la disciplina relativa alla salute e alla sicurezza nel lavoro. «È importante che lo Stato metta in atto controlli più attenti, che diventino uno stimolo alla prevenzione degli infortuni».

Anche Papa Francesco, nell’udienza generale del 12 gennaio 2022, denuncia che  troppi lavoratori sono sfruttati e senza dignità: «Dobbiamo domandarci che cosa possiamo fare per recuperare il valore del lavoro; e quale contributo, come Chiesa, possiamo dare affinché sia riscattato dalla logica del mero profitto e possa essere vissuto come diritto e dovere fondamentale della persona, che esprime e incrementa la sua dignità». E nel febbraio 2016 disse alla Confindustria: «Voi avete una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti; siete perciò chiamati ad essere costruttori del bene comune e artefici di un nuovo umanesimo del lavoro».

Pier Giuseppe Accornero

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