100 anni fa Pier Giorgio Frassati si iscriveva al Politecnico

Novembre 1918 – Dopo la Grande Guerra Pier Giorgio Frassati si iscrive al Regio Politecnico di Torino, anno accademico 1918-19, matricola 509, corso di Ingegneria meccanica con specializzazione in Ingegneria mineraria

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Pier Giorgio Frassati

Dopo la Grande Guerra, cento anni fa, nel novembre 1918 Pier Giorgio Frassati si iscrive al Regio Politecnico di Torino, anno accademico 1918-19, matricola 509, corso di Ingegneria meccanica con specializzazione in Ingegneria mineraria. Il 6 aprile 2001, nel centenario della nascita (6 aprile 1901), il prof. Rodolfo Zich, rettore del Politecnico, conferisce a Pier Giorgio la laurea alla memoria in Ingegneria meccanica. Ne tesse la «laudatio» il prof. Marco Codegone.

Laurea strameritata perché aveva superato 20 esami e doveva sostenerne solo due, Misure elettriche e Tecnologia mineraria con il prof. Aldo Bibolini, con il quale prepara la tesi. Questi i risultati con votazioni in centesimi: Disegno a mano libera (65/100); Disegno geometrico (60); Geometria analitica (60); Analisi matematica 1 (80); Mineralogia (90); Elementi costruzioni industriali (70); Analisi matematica 2 (80); Chimica generale (60); Geometria descrittiva (60); Fisica sperimentale (71); Meccanica razionale (90); Chimica applicata (65); Termodinamica (80); Scienza delle costruzioni (75); Disegno di macchine (60); Elettrotecnica (90); Chimica metallurgica (75); Costruzione di macchine (75); Idraulica (65); Termotecnica (60); Economia politica (90); Ingegneria sanitaria (75); Elet­tronica generale (70); Miniere (80); Geologia (65); Macchine tecniche (75); Tecnologia meccanica (60); Metallurgia (60); Preparazione minerali (70); Economia industriale (90); Geometria pratica (70).

Perché Ingegneria mineraria? Il padre Alfredo, proprietario e direttore de «La Stampa», per lui vuole un futuro al giornale. Ma Pier Giorgio pensa diversamente. Louise Rahner, madre del futuro teologo Karl, 1921 lo ospita a Friburgo: «Una mattina presto andavo con lui in chiesa e gli chiesi cosa avrebbe vo­luto diventare. Rispose che avrebbe voluto farsi prete. “Io voglio aiutare la mia gente e lo posso fare meglio da laico che da prete. Come ingegnere minerario voglio lavorare con i minatori, i più poveri, i più sfruttati e meno garantiti”».

Il Politecnico era in via dell’Ospedale 32 (attuale via Giolitti) – fu distrutto dai bombardamenti dell’8 dicembre 1942 -, piazzale Valdo Fusi e al Castello del Valentino, sede di Architettura. Chiosa il prof. Codegone: «Il Politecnico dal 1906 ha un programma di studi ben collaudato, serio, rigoroso e selettivo. C’era una grande apertura con una presenza attiva nei contesti sociali, civili, politici e religiosi. Pier Giorgio è pienamente inserito con forti motivazioni. Il suo operare nei partiti, nelle organizzazioni studentesche e nell’azione caritativa lo pone antesignano di una formazione universitaria aperta al mondo del lavoro e all’impegno sociale. È un simbolo di impegno formativo».

Docenti ricordati nei trattati di Ingegneria

Dal 1861 esiste una Scuola di applicazione per ingegneri con museo industriale: dura tre anni e sono ammessi gli studenti che superano il biennio di scienze matematiche e fisiche. Negli anni di Frassati la Scuola attraversa una crisi finanziaria per l’eccessivo aumento degli studenti proprio dal 1918-19. Nel novembre 1922 gli studenti occupano la segreteria. Il direttore Gustavo Colonnetti teme la soppressione di molti posti da assistente di architettura, tecnologia e impianti chimici. Il 21 aprile 1923 diventa Regia Scuola di Ingegneria con maggiore severità negli esami.

Codegone ricorda alcuni docenti «la cui rinomanza rende conto della serietà e qualità degli studi». Di Analisi matematica Guido Fubini, il cui «Teorema sull’inversione dell’ordine di integrazione» è ricordato come «Teorema di Fubini» nei trattati di tutto il mondo. Gino Fano, uno dei maestri della Scuola italiana di Geometria, insegna Geometria descrittiva. Per Meccanica razionale Gustavo Colonnetti, direttore del Politecnico, fondatore dell’Istituto metrologico e poi presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Anche Clemente Montemartini (Chimica) diviene rettore del Politecnico. Meccanica applicata alle macchine è insegnata da Modesto Panetti, preside di Ingegneria, senatore della Repubblica e ministro delle Poste e telecomunicazioni, ha come assistente Antonio Capetti, poi preside della Facoltà e rettore del Politecnico nel 1958 quando si trasferisce nella nuova sede di corso Duca degli Abruzzi. Docente di Termodinamica è Benedetto Luigi Montel, già allievo di Galileo Ferraris; di Idraulica è Euclide Silvestri, che si occupa delle centrali idroelettriche in Piemonte. Poi Camillo Guidi (Scienza delle costruzioni); Guido Grassi (Principi di elettrotecnica); Angelo Bottiglia (Costruzione di macchine)

Marco Codegone è figlio di Cesare, docente del Politecnico, laureato nel 1925, pochi mesi dopo la morte di Pier Giorgio. Nel quaderno «Ricordi del Politecnico» lascia questo appunto: «All’esame di Meccanica razionale con Gustavo Colonnetti, ci recammo insieme Pier Giorgio Frassati e io, da via Ospedale al Valentino, parlando degli esami e della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci) alla quale entrambi appartenevamo».

Affronta lo studio con grande serietà. I testimoni lo descrivono fedele alle sue idee, di buon umore, pron­to agli scherzi, rendi­mento non eccelso ma tenace, «non aveva timore di nascondere la sua fede». Aggiunge Codegone: «Consapevole che per svolgere correttamente un mestiere occorre competenza, studia per servire, vuole entrare nel mondo del lavoro per fare la sua parte con seria professionalità. Lo studio è un dovere convinto ed energico, fatto di rinunce e sacrifici». Il 3 marzo 1922 scrive: «Lascio stare le lezioni di tedesco perché mi devo concentrare nella Meccanica razionale e poi incomincerò la pesante Scienza delle costruzioni». Il 25 marzo 1922: «Finalmente quel benedetto esame di Meccanica è dato, sono proprio contento di avermi levato un così grande peso. Ora incomincio il lavoro per gli esami di questa estate».

Integra l’impegno sui libri con le visite alle miniere

Integra l’impegno sui libri con visite «sul campo» a miniere, pozzi e musei tecnologici, come alla miniera di Oneta nel Bergamasco l’8 giugno 1924. Alla carriera di studente affianca la presenza attiva in circoli politici, civili, sociali e religiosi. Scrive il prof. Colonnetti in un articolo del 1935: «Fin dai primi anni di Università era stato preso dalla passione per la politica. Nell’immediato dopoguerra i problemi sociali interessavano tutti gli ambienti giovanili, specie universitari». Membro del Partito Popolare, fondato da don Luigi Sturzo il 19 gennaio 1919, e della Fuci, Pier Giorgio si oppone tenacemente al fascismo e non vuole compromessi con il regime. Partecipa a «Pax romana», organizzazione che muove i primi passi a Friburgo nel 1921 e raggruppa i principali circoli universitari. Scrive all’amico Antonio Villani: «L’organizzazione è precisa alla nostra, indipendente dalle al­tre organizzazioni cattoliche. Esistono circoli composti di studenti universitari e operai».

Si impegna nella promozione delle masse diseredate, a partire dai reduci della Grande Guerra che bisogna reinserire, e dai giovani operai che occorre fondere con gli studenti. Dopo la guerra i dirigenti della Fuci decidono «di preparare i giovani moralmente e intellettualmente in modo da renderli buoni combattenti del Partito Popolare». L’Azione Cattolica, di cui la Fuci fa parte, teme invece che le migliori intelligenze siano assorbite dall’università. Pier Giorgio nel 1919, per iscriversi al circolo universitario «Cesare Balbo», deve chiedere l’autorizzazione alla madre, perché minorenne. Il circolo era sorto a Torino nel 1894.

Vive attivamente il Politecnico e i circoli universitari; contrasta chi strappa le locandine del «Balbo»; partecipa alle agitazioni per la tutela giuridica del titolo di ingegnere; è tra i promotori delle proteste contro la riforma universitaria; aderisce all’alleanza universitaria antifascista; lotta contro il dispotismo mussoliniano. La protesta da Torino si diffonde in Italia. Un corteo di studenti è caricato dalle Guardie regie a cavallo. Nel parapiglia è arrestato e, mentre attende la scarcerazione, difende un compagno duramente picchiato da una guardia. Il giorno dopo va dal prefetto a protestare per il trattamento riservato dalla polizia ai dimostranti. In un volantino per le elezioni del circolo si legge: «Studenti, volete svecchiare e rinsanguare il circolo? Volete che esso viva di vita sana e cristianamente audace, al di sopra di ogni rancidume quarantottesco e codino? Affidatene le sorti ai colleghi Borghezio, Olivero, Bertini, Collo, Negroni, Frassati, Scotti, Tealdi, Villani, Bonini, Caligaris». La Fuci ottiene di appendere gli avvisi della Federazione. Nell’inverno 1922 un gruppo di anticlericali strappa per l’en­nesima volta un volantino che  ricorda l’appuntamento dell’adorazione notturna

Difende la bandiera del «Balbo» dalla Guardia Regia

L’avversione per il fascismo è molto forte. E diventa irritazione quando si accorge delle infiltrazioni filo-regime nel «Balbo». Scrive a Villani nel 1923: «Fra qualche giorno andremo dal canonico Adolfo Barberis per protestare contro le infamie del pen­sionato “Augustinianum” dove la mag­gior parte è fascista: i nostri amici devono conti­nuamente sopportare soprusi e vivere in un ambiente che non ti posso descrivere per lettera».

A fine agosto 1921 Pier Giorgio partecipa con altri 800 studenti al congresso nazionale della Fuci a Ravenna nel sesto centenario dantesco, con l’assistente ecclesiastico mons. Giandome­nico Pini. In una riunione internazionale con una cinquantina di delegati esteri, insieme ad altri propo­ne di fondere i circoli universitari con quelli operai, di collegare intellettuali e popolo, studenti e lavo­ratori sui comuni valori cristiani. Aderisce alla Gio­ventù Cattolica attraverso il circolo «Milites Mariae» fondato nel 1921, anche per sua iniziativa, nella parrocchia della Crocetta, cosa che preoccupa il viceparroco don Giulio Formica. Per Pier Giorgio i laici devono ave­re il loro spazio.

Il 3-8 settembre 1921 a Roma congresso della Gioventù Cattolica nel 50° di  fondazione, non celebrato in precedenza a causa della Grande Guerra: 50 mila giovani il 4 settembre devono partecipare alla Messa nel Colosseo e poi andare in Vaticano dal Papa. Ma il ministero vieta il corteo e l’assistente mons. Pini celebra sul sagrato di San Pietro e l’incontro con Benedetto XV avviene nei giardini vaticani. Nel corteo verso Santa Ma­ria in Vallicella la Guardia Regia attacca e Pier Giorgio – in cravatta bianca, come i piemontesi – difende la bandiera del «Balbo». Fermato e trattenuto con altri giovani, quando si sa che è figlio dell’ambasciatore italiano a Berlino, gli of­frono la libertà. Ma rifiuta. Il giorno dopo appende un cartello sull’asta del lacerato vessillo: «Tri­colore sfregiato per ordine del governo».

Renato Vuillermin, responsabile piemontese del­la Gioventù Cattolica, racconta a «Il Momento» dell’11 settembre 1921: «Il tricolore del nostro circolo “Cesare Balbo”, portato da Pier Giorgio Frassati, figlio dell’am­basciatore d’Italia a Berlino, è preso di mira da un gruppo di agenti che l’afferrano tentando di spezzare l’asta e sgualcire il drappo. Pier Giorgio lancia un appello: “Mi strappano il tricolore!”. Un urlo incomposto si eleva, irrom­pe come furiosa marea e rapidi i nostri giovani balzano sul ves­sillo già sgualcito, lo strappano di mano ai violenti inalberandolo come un trofeo di guerra. In questo trambusto non poche furo­no le vittime: Pier Giorgio Frassati rimase pesto e contuso, io rice­vetti una bastonata il cui segno è ancora visibile, il figlio dell’on. Brusasca lacerazioni e contusioni, il figlio dell’on. Bovetti per­cosso, sacerdoti e compagni feriti, arresti in massa».

Il 30 ottobre 1922, il delegato degli studenti Pier Giorgio scrive una lettera ai soci del «Milites Mariae» mentre esplode la pre­potenza fascista: «In questo momento grave attraversato dalla no­stra Patria, noi cattolici e studenti abbiamo un grave dovere da compiere: la formazione di noi stessi. Non dobbiamo sciu­pare gli anni più belli della nostra vita, come fa tan­ta infelice gioventù, che si preoccupa di godere dei beni che portano l’immoralità della società. Dobbiamo temprarci per es­sere pronti a sostenere le lotte che dovremo com­battere per dare alla Patria giorni più lieti e una società moralmente sana. Ma per tutto ciò occorre una preghiera continua; organizzazione e disciplina per essere pronti all’azione al momento opportuno; sa­crificio delle nostre passioni e di noi stessi».

Si dimette per non scendere a compromessi con il fascismo

La crisi con il fascismo esplode nell’autunno 1923. Il 23 ottobre Mussolini, in visita a Torino, tiene un discorso sul riarmo tedesco. In suo onore il «Balbo» espone la bandiera. Pier Giorgio si indigna: la leva dal balcone e dà le dimissio­ni. Commenta con Gian Maria Bertini la scelta di Costantino Guardia-Riva, presidente del «Balbo»: «Ritengo che abbia agito illegalmente esponendo la bandiera dopo aver sentito il parere contrario dei non pochi soci presenti qualche sera innanzi, e poi non posso approvare il governo di Guardia-Riva che non ha saputo cattivarsi le simpatie dei consiglieri e ha agi­to sempre diplomaticamente e politicamente, doti buonissime, ma che stonano fortemente in un circolo cattolico, dove le azio­ni devono essere chiare e nette come l’acqua di sorgente. La vita interna del circolo quasi non esiste più; la vita ester­na è misera; legami burocratici con la Fuci il massimo; maneggi diplomatici e segreti perfetti. Benché riconosca a Guardia-Riva il merito di avere lavorato per il circolo non posso cosciente­mente approvare il suo metodo e d’ora in poi passerò all’oppo­sizione, deciso, e farò la massima propaganda perché più non abbia alcuna carica nel circolo, al quale, benché dimissionario, sono legato da tanti cari e dolci ricordi». Poi ritira le dimissioni «perché non vi siano malintesi e non ven­ga interpretato il mio atto come un’opposizione a una persona o avente altri scopi, pur protestando sempre vi­vamente per l’esposizione della bandiera».

Pier Giorgio frequenta la cattolica Unione del lavoro, distinta dalla Camera del lavoro, e il circolo «Gerolamo Savonarola», sorto nel 1914 al Lingotto composto quasi interamente da operai metalmeccanici della Fiat. Un circolo che non ha paura di nessuno perché di fronte c’è un circolo comunista e tra i contendenti volano parole accese. Vede nella difesa dei diritti dei lavoratori la realizzazione dei principi cristiani. Va spesso al «Bianchetta» di via Santa Chiara, dove si incontrano lavoratori e studenti e che si occupa prin­cipalmente di reduci. Nel marzo 1924 scrive all’amico Villani: «Sono stato con Chauvelot a Chie­ri, al contraddittorio con la medaglia d’oro Bruno Gemel­li e Avenati, comizio che fu più un nostro trionfo che un trionfo fascista, perché la milizia nazionale, in omag­gio alla libertà che i fascisti sostengono di non avere represso, impedì a Chauvelot di rettificare alcune erronee espressioni dell’avversario assaltando il tavolo del conferenziere e facendo sciogliere il comizio».

Nel luglio 1923 fa da padrino alla bandiera del circolo cattolico di Pollone, paese biellese originario dei Frassati. Nel discorso commenta il mot­to dell’Azione Cattolica «Preghiera, azione, sacrificio»: «I tempi sono difficili perché la perse­cuzione contro la Chiesa infierisce quanto mai crudele, ma voi, giovani baldi e buoni, non vi spaventate per questo poco e tenete presente che la Chiesa è una istituzione divina e non può finire. Dunque custodite questa bella bianca bandiera e se domani si presentasse l’occasione, difendetela perché è sacra: non solo rappresenta il vostro circolo ma il patrimonio più bello della nostra Italia e del mondo civile».

Si impegna in una lotta coraggiosa e paga di persona, è alieno da ogni violenza e sopraffazione. Da qui la netta opposizione al regime, è in sintonia con il padre che, dopo la marcia su Roma, dà le dimissioni da ambasciatore a Berlino. Antifascista per ispirazione religiosa, collabora a «Pensiero popolare», organo della sinistra Ppi.

Membro delle Conferenze di San Vincenzo, visita le famiglie povere. Portando aiuto a una famiglia, ove povertà e mancanza di igiene procurano facilmente infezioni, probabilmente contrae la poliomielite fulminante che lo porta alla morte, il 1° luglio 1925, alla vigilia della laurea.

Conclude Marco Codegone: «In Pier Giorgio incontriamo un giovane che vive una forte sintesi del suo essere studente, futuro ingegnere, uomo inserito nella storia, consapevole del presente e del futuro, responsabile della propria vita, della collettività e del bene comune. Una personalità ricca, complessa, forte, formatasi anche nelle nostre aule, una figura significativa nella Torino del XX secolo».

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