150° Giuseppini del Murialdo, parla il Padre generale

Intervista – Si conclude domenica 19 marzo alle 10.30, presso il santuario-parrocchia di Nostra Signora della Salute in via Vibò 26 a Torino, il 150° di fondazione della Congregazione di San Giuseppe, i padri Giuseppini del Murialdo. Parla il padre generale Tullio Locatelli

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Padre Tullio Locatelli, nato a Terno D’Isola (Bergamo), classe 1951, Giuseppino del Murialdo dal 1968 e prete dal 1979, dopo numerosi incarichi (insegnante in seminario, rettore dell’Istituto Filosofico Teologico San Pietro di Viterbo, vicario e segretario generale) nel 2018 è stato eletto padre generale. È l’11° successore di san Leonardo alla guida della Congregazione di San Giuseppe che il santo ha fondato il 19 marzo 1973, festa liturgica del padre terreno di Gesù, nella cappella del Collegio Artigianelli a Torino. Lo abbiamo incontrato alla vigilia della conclusione delle celebrazioni del 150° di fondazione.

Padre Tullio Locatelli con i bimbi della Scuola primaria ma Rosario de la Frontiera, in Argentina

Padre Tullio, il motto scelto per le celebrazioni del 150° è «da Torino al mondo in cammino con i giovani» e per questo l’anno giubilare si conclude nei luoghi di san Leonardo, dagli Artigianelli, Casa madre della Congregazione, alla parrocchia-santuario di Nostra Signora della Salute dove si venerano le spoglie mortali del Murialdo e del cofondatore della congregazione, il venerabile Eugenio Reffo. Cosa significa oggi questo slogan per voi figli del Murialdo?

Mi pare importante sentirsi in cammino, un «essere per» i giovani che si coniuga prima di tutto in un «essere con»: il Murialdo ci dice da «amici, fratelli, padri». Da Torino dove siamo nati verso il mondo delle 16 nazioni dove abbiamo comunità ed opere in cui esprimiamo il nostro carisma che ci chiama ad essere educatori dei giovani, specie i più poveri. È un carisma attualissimo richiesto dal tempo che attraversiamo definito un cambiamento d’epoca, che soprattutto il mondo giovanile vive e in parte subisce.

Nel 2020, in occasione 150° anniversario della dichiarazione da parte di Pio IX di san Giuseppe patrono della Chiesa universale (1870) con la lettera apostolica «Patris corde» (Con cuore di padre) Papa Francesco ha indetto un anno speciale dedicato al padre adottivo di Gesù. Quanto vi hanno ispirato le parole del Papa per rendere attuale il carisma di san Giuseppe che il Murialdo ha scelto come patrono?

San Giuseppe è stato scelto patrono della Congregazione perché la fondazione avviene al Collegio Artigianelli, luogo di educazione umana e cristiana, di preparazione al lavoro per tanti ragazzi che in questo modo hanno la possibilità di vivere da protagonisti nella Chiesa e nel mondo. L’umile artigiano di Nazareth diventa modello per ogni giovane operaio e, in quanto educatore di Gesù, è modello di ogni educatore. Nella nostra tradizione giuseppina siamo chiamati ad essere «i san Giuseppe di oggi per i Gesù di oggi», che sono i giovani. Papa Francesco ci ha richiamato fortemente alla figura esemplare di san Giuseppe, ad una paternità vera perché ripresentazione della paternità del Padre, specie nelle caratteristiche della misericordia, dell’educare, dell’accogliere.

Papa Francesco venerdì il 17 marzo riceve in udienza privata una delegazione della famiglia murialdina: come presenterà al Papa il cammino percorso in questi 150 anni dai figli di san Leonardo?

Non dirò molto. Chiedo soprattutto la sua benedizione sul cammino che la Congregazione sta realizzando oggi e sulla nostra volontà di aprire strade nuove perché il nostro servire sia attuale e fruttuoso. Memoria, gratitudine e profezia: le tre parole che guidano questo tempo di celebrazione stanno ad indicare gli atteggiamenti fondamentali che ci aiutano a non perdere le radici e nello stesso tempo a proiettarci in avanti. Saremo soprattutto in ascolto della sua parola.

«Poveri e abbandonati: ecco i due requisiti che costituiscono un giovane come uno dei nostri, e quanto più è povero ed abbandonato, tanto più è dei nostri»: sono parole di san Leonardo Murialdo che stanno alla base della mission della vostra Congregazione. Quanto oggi è attuale la pedagogia murialdina?

Siamo in India e in Africa, siamo presenti in tante metropoli nel mondo, i poveri sono dentro le nostre opere. Vediamo con preoccupazione il crescere di nuove povertà, di vulnerabilità nel mondo giovanile. Stiamo riflettendo sul patto educativo globale voluto da Papa Francesco, ci siamo chiesti quale siano le nuove linee di una pastorale ispirata dal carisma del Murialdo, abbiamo condiviso riflessioni su parrocchia e carisma giuseppino. Da tempo come Famiglia del Murialdo, laici e religiosi, stiamo affrontando l’emergenza educativa, nella convinzione che solo insieme possiamo trovare una risposta. In questi 150 anni molte cose sono cambiate, ma è rimasta ferma la convinzione che l’educazione è la carta vincente non solo per le singole persone ma per la società. Il Murialdo ci ricorda che ogni giovane è un tesoro da non sprecare.

La vostra congregazione fa educazione in 16 paesi in 4 continenti tranne l’Oceania. Chi sono oggi a distanza di 150 anni i giovani per cui i Giuseppini sono «amici, fratelli e padri?».

Scuole, centri di formazione professionale, oratori, patronati, strutture di accoglienza, parrocchie, rappresentano gli ambiti in cui operano i Giuseppini del Murialdo. Qui si incontra il mondo giovanile con varie sfaccettature che sono da interpretare e da accompagnare. Da opera ad opera, da nazione a nazione, i Giuseppini, animati dallo stesso carisma, hanno il compito di essere educatori esprimendo modalità differenti, incarnate nel proprio ambiente. Qualsiasi giovane deve sentirsi al centro, specie il giovane povero.

Lei è l’11° successore di san Leonardo Murialdo, l’unico, tra i santi sociali che hanno reso famosa la nostra città nel mondo, ad essere nato a Torino. Rettore per 30 anni degli Artigianelli, con centinaia di orfani da sfamare e molti debiti, andava a chiedere l’elemosina per i suoi ragazzi con un bussolotto davanti al santuario della Consolata, sorprendendo i benestanti torinesi, lui che era figlio di una famiglia della borghesia cittadina. E di notte, i suoi collaboratori lo trovavano sfinito in preghiera disteso sul pavimento della cappella del Collegio davanti al Santissimo… È ancora questo lo stile del Giuseppino del Murialdo?

Spesso dico che il Murialdo non è un santo sacerdote che si è dedicato ai giovani, ma un sacerdote che dedicandosi ai giovani è diventato santo. Vorrei che questo fosse vero per tutti noi, Giuseppini del Murialdo. Difficoltà ne abbiamo anche oggi, farvi fronte giorno per giorno è impegno di tutti. Il Murialdo ci ricorda che occorre mettersi in gioco personalmente e comunitariamente, accettando il prezzo della fatica per risolvere dei problemi. Alla luce del suo esempio siamo convinti che il nostro fare ha un fondamento nella scelta vocazionale di avere donato la vita nella consacrazione religiosa, la quale chiede tempi di preghiera, di meditazione, di stare davanti al Signore.

Per decenni – almeno a Torino e in Italia – parrocchie, oratori, centri giovanili sono stati «cinghia di trasmissione» fra i ragazzi, le famiglie e la Chiesa. Oggi – come segnala anche Papa Francesco – la secolarizzazione ha svuotato le chiese, l’età media dei praticanti è alta, e i giovani che frequentano le nostre parrocchie sono in forte calo. Cosa si può fare perchè le nuove generazioni ritrovino nella Chiesa la risposta alle domande di senso e convincerle, come dice il Murialdo, che «siamo nelle mani di Dio e siamo in buone mani?

Ci sono tre parole che ci indicano una modalità di stare in mezzo ai giovani. Seminare: il buon seminatore sparge con generosità il seme, perché non manca la fiducia che possa portare frutto; i giovani hanno bisogno di proposte umane ed evangeliche. Accompagnare: offrire dei cammini di maturazione che vanno condivisi a livello personale e comunitario; dare tempo allo stare insieme. Promuovere: dare spazio al bene, al vero, al bello, al buono che c’è in ogni giovane; aiutare ad essere protagonisti della propria crescita umana e cristiana. Non è facile, ma non siamo soli; c’è un disegno di Provvidenza che ci sostiene e ci accompagna. A noi Giuseppini il compito di testimoniare nella nostra opera che il Signore ci ama di amore tenero, attuale, personale, infinito, misericordioso; di questo amore abbiamo tutti bisogno, a questo amore è difficile dire di no. Quando un giovane si sente amato, ha posto le basi per una vita più umana, aperta a Dio e agli altri. È una sfida che ci interpella tutti.

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