160 anni fa tutta Torino in lutto per la morte di Cavour

6 giugno 1861 – «Appena si seppe la notizia della morte di Cavour la città fu in un lutto generale, vero, schietto, non affettato. Le botteghe vennero spontaneamente chiuse, chiusi i teatri. Attestati simili non ho mai veduto a Torino», scrive Federico Sclopis di Salerano in «Diario segreto 1859-1878». Aggiunge la marchesa d’Azeglio: «Si piangeva ovunque. Non è un modo di dire, si piangevano lacrime autentiche, si piangeva al Senato, alla Camera, ai ministeri»

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Camillo Benso conte di Cavour

«Appena si seppe la notizia della morte di Cavour la città fu in un lutto generale, vero, schietto, non affettato. Le botteghe vennero spontaneamente chiuse, chiusi i teatri. Attestati simili non ho mai veduto a Torino» scrive Federico Sclopis di Salerano in «Diario segreto 1859-1878». Aggiunge la marchesa d’Azeglio: «Si piangeva ovunque. Non è un modo di dire, si piangevano lacrime autentiche, si piangeva al Senato, alla Camera, ai ministeri».

Camillo Benso di Cavour spirava 160 anni fa all’alba del 6 giugno 1861. Racconta lo storico Adriano Viarengo: «La mattina del 5 giugno fra Giacomo da Poirino diede al conte l’assoluzione, secondo le loro intese di cinque anni prima, senza chiedergli nessuna ritrattazione: sarebbe poi stato “sospeso a divinis”. Verso le otto di sera il conte ricevette il Viatico. Alle nove anche il re Vittorio Emanuele II si recò a palazzo Cavour. Il malato lo riconobbe. Alle cinque del 6 giugno ricevette l’estrema unzione. Due ore dopo si estinse come un bambino». Il 7 giugno il funerale – nota Sclopis – «solenne quanto quello di un re». Appunta Caroline Crane Marsh, moglie dell’ambasciatore americano George Perkins Marsh: «Una scena indimenticabile, con tutti i balconi addobbati di nero e non tanto un profondo dolore, quanto vera costernazione sui visi dei cittadini».

«L’Armonia della religione con la civiltà», fondato e diretto dal battagliero don Giacomo Margotti, rende omaggio al conte e alla sua audacia politica: «Avversari politici dell’illustre estinto, ne combattemmo con forza e libertà le idee e gli errori. Di fronte al cadavere non penseremo che ai bei doni dell’animo suo. Molti pregarono per la sua salute durante la malattia e continueremo a pregare per il suo eterno riposo. Grande, immensa è la divina pietà e peccherebbe chi gettasse una ria parola sulle sue stanche ceneri. Un bel morir onora tutta la vita. Il conte Cavour morì da cattolico. Coraggioso nella sua politica fino all’audacia, non gli venne meno all’ultimo il coraggio assai raro della propria religione. Ricevette con gran devozione il Viatico».

«Gazzetta del Popolo», antireligioso e anticlericale scrive un articolo velenoso: «Coi preti non crediamo che sia punto bisogno di bazzicar mai, né nascendo né vivendo, né morendo. E i preti vestiteli con il tricorno, o berlindottescamente, col cilindro; strangolateli col colletto a uso cane, o col pezzuolo a uso bambinello, che non vuol macchiarsi mangiando la pappa; vedeteli parati da Messa o da vespro, da vivo o da morto, son sempre maschere perché la faccia dei preti è sempre superficiale. Peccato, che ce ne sia qualcuno galantuomo». Definisce il padre «leale interprete della volontà del Signore, i cui servi devono essere ministri di carità e di amore, non d’odii ciechi e di sanguinarie dottrine. Nello stringer la mano di Cavour ha fatto opera di buon cristiano, di vero sacerdote, di ministro vero del Dio d’amore».

Per fra Giacomo sorgono guai senza fine. Giovanni Luigi Marrocco nasce a Poirino il 10 marzo 1808. Dopo le elementari, frequenta il ginnasio a Chieri ed entra nel convento dei Frati minori riformati di San Francesco: il 27 novembre  1827 emette i voti e assume il nome di Giacomo. Sacerdote il 28 maggio 1831, è destinato al convento Santa Maria degli angeli che il 26 giugno 1834 l’arcivescovo Luigi Fransoni erige a parrocchia: padre Giacomo è viceparroco, ma deve lasciare per salute. Poi torna, sempre come viceparroco e poi amministratore parrocchiale. È la parrocchia della famiglia Cavour e Giacomo entra in confidenza con il conte. In seguito al colera del 1854 il conte gli dice: «A me preme molto morire con la consolazione della religione dei miei padri».

Padre Giacomo è protagonista di una vicenda clamorosa. Il 5 giugno sente vicina la fine per la malattia che lo aveva colpito il 29 maggio; fa chiamare il religioso al suo capezzale e, prendendogli la mano, gli dice: «Caro amico, ci lasciamo. Ella ben sa che  sono cattolico e voglio morire da vero cattolico, anzi vorrei che si pubblicasse sui giornali che ho spontaneamente chiesto i Sacramenti e che voglio morire da vero cattolico». Il giorno dopo imparte l’estrema unzione allo statista, nonostante la scomunica lanciata da Pio IX il 26 marzo 1860 «contro gli usurpatori dello Stato Pontificio, i loro mandanti, fautori, aiutatori, consiglieri, aderenti». Non chiede dispensa ai suoi superiori né la ritrattazione del moribondo. Oltre al religioso e alla nipote, marchesa Giuseppina Alfieri di Sostegno, ci sono i maggiori collaboratori: Michelangelo Castelli, Luigi Carlo Farini, Isacco Artom offrono una versione sostanzialmente concorde.

La stampa clericale, ritenendo che lo statista abbia ritrattato, dà risonanza. Ma : la  ritrattazione è smentita da Gustavo di Cavour, fratello dello statista, in una lettera del 26 giugno al giornale «Les Nationalités». Ciò induce la stampa cattolica ad attaccare padre Giacomo per avere agito non secondo i suoi obblighi. «La Civiltà Cattolica» dei Gesuiti il 13 giugno 1861 pubblica una lettera del parroco di Santa Maria degli angeli, padre Ignazio da Montegrosso, che qualifica padre Giacomo  come «uno dei rivoluzionari protetti dal Cavour».

Il nunzio vaticano a Torino mons. Gaetano Tortone deplora l’atteggiamento di padre Giacomo ma afferma che la sua condotta «fu ravvisata da persone eminenti per pietà e dottrina, come una disposizione di Dio onde preservare il clero da una sanguinosa strage, la quale si sarebbe resa inevitabile qualora la Curia avesse proibita la sepoltura ecclesiastica alle spoglie del conte, nel caso che prima di morire non avesse fatto una ritrattazione di quanto operò contro la Chiesa». L’arcivescovo Luigi Fransoni, in esilio a Lione, governa attraverso il vicario generale, in una relazione a Roma stigmatizza «la deplorabile condotta» di padre Giacomo. È invitato a Roma per comunicare a Pio IX la propria versione. Il governo di Benedetto Ricasoli, temendo ritorsioni sul religioso, invita il console a Roma di premere sul governo pontificio.

Giacomo da Poirino giunge a Roma il 23 luglio 1861 e si mette sotto la protezione del console. Nell’udienza del 24 luglio Pio IX gli chiede se, prima di confessarsi, Cavour ha ritrattato. Padre Giacomo risponde che nessuna condizione era stata posta per i Sacramenti e che ha agito secondo coscienza. È ascoltato anche dal Sant’Officio e, il 31 luglio, una seconda volta da Pio IX. Le autorità ecclesiastiche – per il clamore sollevato dalla stampa, non solo italiana – in agosto lasciano che il religioso torni a Torino con la proibizione a confessare ma nel 1881 Leone XIII gliela restituisce. Muore dimenticato da tutti il 30 settembre 1885 ed è sepolto a Poirino.

 

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