1977: i primi morti torinesi degli anni di piombo

45 anni fa – Nel 1977 Torino visse una terribile stagione terroristica. Rispetto agli anni precedenti gli attentati si fecero più numerosi e più sanguinosi. Le vittime furono almeno 15 – 11 i feriti e 4 persone ammazzate: furono i primi morti torinesi degli anni di piombo 

336
12 marzo 1977: venne ucciso con tre colpi di pistola, sotto casa nel quartiere Santa Rita, il brigadiere Giuseppe Ciotta, di soli ventinove anni, colpevole di svolgere il suo mestiere di poliziotto

Il tramonto dell’anno 2022, che è ormai alla fine, porta con sé l’opaco ricordo di alcuni avvenimenti che segnarono profondamente la città di Torino nel 1977, ma l’anniversario semitondo di quegli eventi, accaduti quarantacinque anni or sono, non ha avuto la memoria che avrebbe meritato. Ne rammentiamo qui soltanto alcuni, estremamente diversi tra loro.

Il 24 settembre 1977, all’ospedale del Cottolengo, padre Pellegrino consegna il bastone pastorale al suo successore, il vescovo Ballestrero, che il giorno dopo farà il suo ingresso nella diocesi di san Massimo. Del cardinal Pellegrino, quest’anno, sono stati anche celebrati i cinquant’anni dalla pubblicazione della sua lettera pastorale più famosa, la Camminare insieme, datata 8 dicembre 1971, ma resa pubblica nel gennaio 1972. Hanno reso testimonianza a questo importante documento due convegni, uno tenutosi a marzo presso la Facoltà Teologica e l’altro a novembre, al Centro Maria Orsola Bussone di Vallo Torinese, il paese dove l’arcivescovo si ritirò dopo il passaggio delle consegne. Rimarrà a Vallo fino al suo ricovero, per le gravi conseguenze di un ictus, proprio all’ospedale del Cottolengo, dove rimase fino alla sua morte, avvenuta nel 1986.

Sempre nello stesso anno, Torino visse una terribile stagione terroristica. Rispetto agli anni precedenti, nel 1977, gli attentati si fecero più numerosi e più sanguinosi. Le vittime furono almeno quindici, undici i feriti e quattro persone ammazzate: furono i primi morti torinesi degli anni di piombo.

Il 12 marzo venne ucciso con tre colpi di pistola, sotto casa nel quartiere Santa Rita, il brigadiere Giuseppe Ciotta, di soli ventinove anni, colpevole di svolgere il suo mestiere di poliziotto. Dal balcone assistette all’omicidio la giovane moglie, madre di una bambina piccola.

Il mese successivo, il 28 aprile, nei pressi del suo studio in centro città, venne ammazzato, con la stessa arma che ucciderà Casalegno, Fulvio Croce, avvocato e presidente torinese dell’Ordine degli Avvocati. Era uno stimato ed anziano professionista (aveva settantasei anni ed era un civilista) e la sua colpa era stata quella di aver assunto, proprio a causa del suo ruolo, la difesa d’ufficio dei capi storici delle Brigate Rosse nel processo che sarebbe iniziato pochi giorni dopo: i brigatisti rifiutavano l’autorità giudicante dello Stato ed espressero il loro rifiuto anche in quella maniera barbara e sanguinosa.

Terribile fu la sorte di Roberto Crescenzio, il 1° ottobre, lavoratore studente di ventidue anni, responsabile di prendere un caffè in un bar di via Po (l’Angelo Azzurro), che si riteneva frequentato da simpatizzanti della destra. Uno scampolo di un corteo di protesta, staccatosi dalla manifestazione principale, lanciò alcune bombe molotov verso quel locale e Roberto non sopravvisse alle ustioni provocate dall’incendio che ne seguì. Sull’episodio e sui responsabili non è mai stata fatta chiarezza.

Infine il 29 novembre, nell’androne della sua abitazione, con la stessa pistola che uccise Croce, venne ferito a morte il giornalista Carlo Casalegno, di sessantun anni. Era il vicedirettore de La stampa, dalle cui colonne, e soprattutto nella sua rubrica settimanale Il nostro Stato, l’ex partigiano Casalegno difendeva con fermezza la democrazia italiana, condannando tutti i terrorismi. Morì pochi giorni dopo.

Alcuni anni dopo, a queste quattro vittime vennero intitolate quattro vie, perpendicolari tra loro, nella periferia sud della città, nella zona conosciuta (o sconosciuta?) come Città Giardino, un angolo ignoto ai più, al confine con Grugliasco, come ignoto o dimenticato sembra essere, sempre ai più, il ricordo di quegli anni e di quei morti innocenti.

2 COMMENTI

  1. E’ cosa ottima fare memoria di fatti molto importanti,ma lasciati spesso nell’ oblio.Specialmente le giovani generazioni non sanno quanto è costato difendere la nostra democrazia (che avrà pure difetti,ma è ancora elemento di libertà e dignità per noi tutti) Un popolo senza memoria non costruisce un futuro di giustizia. Grazie del tuo impegno.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome