25 aprile, la Resistenza dell’Azione Cattolica

Storia – Molti membri dell’Azione Cattolica partecipano alla Resistenza, alcuni sacrificano la vita come il torinese Giorgio Catti. A Torino la dirigenza della Gioventù di AC, nonostante le limitazioni del regime fascista, assume una funzione di guida per la gioventù cattolica dell’intera regione e numerosi torinesi sono chiamati a collaborare a livello centrale, come Valdo Fusi, Rodolfo Arata, Carlo Donat Cattin

200

Molti membri dell’Azione Cattolica partecipano alla Resistenza, alcuni sacrificano la vita come il torinese Giorgio Catti e l’aostano Renato Vuillermin. A Torino la dirigenza della Gioventù di AC, nonostante le limitazioni del regime fascista, assume una funzione di guida per la gioventù cattolica dell’intera regione e numerosi torinesi sono chiamati a collaborare a livello centrale, come Valdo Fusi, Rodolfo Arata, Carlo Donat Cattin. Lo spiega il bel volume «Laici nella Chiesa, cristiani nel mondo. Per una storia dell’AC nelle Chiese locali di Piemonte e Valle d’Aosta».

In Italia, nel 1931 scoppia il conflitto con il regime che controlla ogni attività e vorrebbe sottomettere anche l’Azione cattolica: resiste con mite determinazione; Pio XI la difende. La replica del regime è ancora manesca: attacchi sulla stampa, aggressione fisica alle persone e alle sedi. Il Papa risponde energico e severo: «Ci si può domandare la vita, ma non il silenzio» e con provvedimenti che impressionano: il Congresso eucaristico di Roma viene sospeso ed è l’anno senza Corpus Domini all’aperto, perché Pio XI vieta le processioni.

Testimonia la torinese Anna Rosa Gallesio Girola in «I fascisti volevano che ce ne stessimo chiusi in sacrestia» («La Voce del Popolo», 19 luglio 1981): «In diocesi lo stile fu quello impresso dal cardinale Maurilio Fossati. Un assoluto distacco dal fascismo, una resistenza passiva che, pur non chiedendo a nessuno di esporsi a condanne o rappresaglie, segnò un duro termine di confronto per il regime».

Negli anni Trenta gli episodi di antifascismo sono limitati ma significativi ed è sempre più marcato il giudizio cri­tico sulle leggi razziali contro gli ebrei (1938), sull’entrata in guerra (1940), sulla disastrosa avventura in Russia (1941-43). Dopo l’armistizio (8 settembre 1943) il rifiuto del nazifascismo si diffonde. La Resistenza non è riducibile al solo aspetto militare: molti cattolici aderiscono alle bande partigiane, sostengono e aiutano chi opera in clandestinità, lavorano alla ricostruzione dei partiti, specie la Dc, e dei sindacati; si impegnano nei Cln locali; gettano le basi per le future amministrazioni. Ricorda «Laici nella Chiesa, cristiani nel mondo»: «Una pagina particolare fu scritta dai molti internati in Germania che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò, soffrendo e morendo nei campi nazisti, cadendo nei Balcani sterminati dai tedeschi. Né vanno dimenticati i sacerdoti che morirono nella deportazione: don Piero Soffientini (Alessandria) e don Giacomo Volante. Le donne di AC sostennero la resistenza di mariti e figli. Tante religiose hanno pregato e operato per chi era perseguitato o lottava per la libertà».

Gallesio, propagandista della Gioventù femminile, figlia di un sindacalista del Patito popolare, collabora al quotidiano  «L’Italia» e «in redazione or­ganizzai una piccola base segreta di donne cattoliche che aiutavano la Resistenza. Ci occupavamo di distribuire la stampa clandestina e gli aiuti ai perseguitati. Rappresentavo la Dc nei gruppi di difesa della donna in cui erano presenti tutte le correnti politiche. Organizzavamo la par­tecipazione alla Resistenza e l’assistenza ai carcerati alle Nuove con suor Giuseppina de Muro e il cappellano padre Ruggero Cipolla. Ricordo bene la grande opera di soccorso degli ebrei svolta da Fossati e dal segretario mons. Vincenzo Barale. Senza l’organizzazione capillare della Chiesa, difficilmente saremmo riusciti a salvate tante vite umane, a mantenere i rapporti con i partigiani, a riunire i capi delle bande in modo da giungere a una azione concorde. Molti sacerdoti pagarono con la vita la loro azione generosa».

Vi è poi il contributo culturale e spirituale alla Resistenza offerto da tanti dirigenti e assistenti per mantenere rapporti di amicizia con i giovani in guerra e nei campi di internamento. In ambito intellettuale vanno ricordati movimenti come la Fuci e i Laureati cattolici; tra i preti animatori don Natale Bussi ad Alba, padre Enrico di Rovasenda e don Carlo Chiavazza a Torino, don Michele Pellegrino a Fossano. Una resistenza culturale che operava già silenziosamente negli anni Trenta, confermata dal disprezzo dei fascisti e dall’ingiusta accusa di «antipatriottismo». Numerose le prepotenze e le violenze dei fascisti contro cattolici: spesso bastava la presenza della «spilla» cattolica contrapposta alla «cimice» fascista.

Renato Vuillermin, Gino Pistoni, Giacomo Dacomo, Giorgio Catti sono alcuni giovani partigiani cattolici uccisi dai fascisti. Gran parte della dirigenza AC del dopoguerra – che contribuirà in modo decisivo alla Costituzione e alla ripresa democratica – passa attraverso la Resistenza. Le formazioni partigiane cattoliche non sono molte ma significative: la divisione «Patria» nel Monferrato casalese, guidata da Edoardo Martino, già presidente del circolo Giac «Domenico Savio»; la «banda del Gran Dubbione» opera nel Pinerolese raccogliendo decine di giovani guidati da Silvio Geuna; le formazioni «Val d’Orco» e «Fratelli di Dio» agiscono nella Valle d’Ossola; la «Valpesio» si muove nel Monregalese; altre formazioni agiscono in  pianura e nelle città.

Numerosi partigiani cattolici sono guidati da una scelta non ideologica ma territoriale e molti militano nelle divisioni delle Langhe, Alto Monferrato, Valle d’Aosta, Torinese, Astigiano, Cuneese, Novarese. Molto alto il numero di morti. Nel Cuneese 141 caduti dalle associazioni cattoliche, tra i quali il 17enne Marcello Spicola, presidente della Giac dell’oratorio salesiano di Cuneo; poi l’Associazione Pier Giorgio Frassati (la «Frass») guidata da Giorgio Boggia.

Nel Torinese decine di caduti, catturati, deportati e scomparsi nei lager: la medaglia d’oro Filippo Beltrame architetto novarese, Gianni Daghero, Bruno Caccia morto nel lager di Muhldorf, Mario Costa, Emilio Camosso, Carlo Cresta, Ugo Ceresero, Alfredo Serra, Nino Torretta, Giancarlo Chiarini, Carlo Pizzorno, Guido Di Costanzo. Giorgio Catti suole dire: «Se non paghiamo oggi saremo senza credito domani. Il Vangelo è tutto qui: essere con sé e con gli altri. Ma esserlo sempre e non solo quando costa poco. “Libera nos a malo” non significa tagliare la corda nei momenti della prova».

Molti preti partecipano alla vita delle bande. Sacerdoti e vescovi svolgono una funzione decisiva nella difficile mediazione tra occupanti, popolazione e partigiani e mettono in salvo numerosi ebrei e perseguitati. Alcuni nomi: don Michele Balocco segretario di Luigi Maria Grassi vescovo di Alba; don Ambrogio Ceriani, sacerdote giuseppino che opera con i garibaldini nell’Astigiano; don Piero Giacobbo viceparroco a Bra e cappellano degli autonomi della «Mauri» nelle Langhe; don Aquilino Molino, assistente dell’AC astigiana; don Raffaele Volta, fossanese mandato dal vicario generale don Michele Pellegrino; don Sebastiano Tros­sarello parroco in Valle di Susa; don Bartolomeo Ferrari, «don Berto» cappellano della divisione ligure-piemontese «Mingo»; don Giovanni Galliano se­gretario di Giuseppe Dell’Omo, vescovo di Acqui; Gino Baracco, torinese e «aspirante» all’oratorio alla Crocetta con Carlo Carretto. I laici Ermenegildo Bertola, poi «padre costituente» vercellese; Adriano Bianchi, tortonese, me­daglia d’argento al valor militare; Sergio Cotta, comandante partigiano nel Monfer­rato; Leonardo Forgnone, sindacalista biellese; Aldo Pedussia docente universitario torinese; Carlo Donat-Cattin dirigente degli aspiranti, poi parlamentare e ministro Dc.

Pier Giuseppe Accornero

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome