25 aprile, la Resistenza di Racconigi

Storia – Nel 1943 la parrocchia San Giovanni Battista di Racconigi conta «3.165 anime affidate al priore don Francesco Saglietti, ai viceparroci don Gioacchino Cavallero e don Carlo Chiavazza. Nei primi anni di guerra e nella Resistenza, la principale preoccupazione del priore è la difesa della popolazione e l’assistenza alle famiglie più povere e sinistrate.

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Don Carlo Chiavazza

Nel 1943 la parrocchia San Giovanni Battista di Racconigi conta «3.165 anime affidate al priore don Francesco Saglietti, ai viceparroci don Gioacchino Cavallero e don Carlo Chiavazza. Nei primi anni di guerra e nella Resistenza, la principale preoccupazione del priore è la difesa della popolazione e l’assistenza alle famiglie più povere e sinistrate. Attraverso la San Vincenzo vengono offerti soccorso a famiglie povere, assistenza e ricovero in orfanotrofio a bambini, assistenza e ricerca di abitazioni a famiglie di sfollati. In inverno viene realizzata una refezione».

Il racconigese don Umberto Casale, docente alla Facoltà Teologica di Torino, nel bel libro «Indimenticabile priore. Teologo Francesco Saglietti» (Effatà, 2020) descrive ciò che realizza una parrocchia – come tutte le comunità cristiane – in tempo di guerra. A Racconigi i tre preti sono molto attivi nella Resistenza. La personalità più notevole è Chiavazza, come ho documentato anche in «Franco Peradotto prete giornalista e il suo tempo» (Effatà): nato a Sommariva del Bosco nel 1914, sacerdote dal 1937, studia a Roma, è spedito nella sciagurata spedizione in Russia come cappellano militare degli Alpini: è tra le larve d’uomo che si trascinano nelle tundre gelate. Nel suo «Scritto sulla neve» racconta la straziante marcia nella fame, nel gelo e nel fango. Al ritorno è viceparroco a San Giovanni in Racconigi «dove dirige – spiega Casale – il comitato di resistenza contro fascisti e tedeschi». Dopo la guerra lavora al quotidiano «Il Popolo Nuovo»; nel 1946 è tra i fondatori e primo direttore del settimanale cattolico «il nostro tempo»; dirige il quotidiano cattolico «L’Italia» di Milano per quattro anni (luglio 1964-dicembre 1968). Paolo VI lo incarica di istituire l’Ufficio (nazionale e regionali) delle comunicazioni sociali. Muore a Torino il 28 dicembre 1981.

Negli anni 1943-45 – ricorda Casale – «vengono organizzate particolari funzioni per sostenere l’animo della popolazione». Don Saglietti scrive del suo vice che si batte per la libertà: «Il Comitato clandestino di Liberazione nacque nel dicembre 1943 e visse sempre nei locali della parrocchia: Tonino Quaglia Pietro (Partito d’azione), Domenico Mina (comunista), don Carlo Chiavazza (Pier l’Eremita) della Democrazia cristiana, che dall’ottobre 1944 al gennaio ’45 dovette vivere alla macchia. Nel marzo 1945 nel teatro parrocchiale si tenne un curioso “Processo alla religione” con il relatore (don Gioachino Cavallero), la pubblica accusa (avv. Antonio Galdini) e la difesa (don Carlo Chiavazza) sul valore della religione. Per alcuni giorni fu l’argomento nei circoli e nei caffè».

Il regime fascista è ormai al collasso. Mussolini è a Racconigi tre volte. Il 25 ottobre 1923 visita il re Vittorio Emanuele III nel castello dei Savoia: era stato a Torino, aveva parlato agli operai Fiat in visibilio al Lingotto dove aveva visitato la pista sopraelevata. Il 25 settembre 1925 partecipa alle nozze della principessa Mafalda. Il 15 maggio 1939 inaugura a Torino il mega-stabilimento Fiat a Mirafiori ricevendo un’accoglienza molto fredda, se non ostile, tanto che alla sera lo sentono borbottare: «Torino, porca città!». Diretto in treno a Cuneo, si ferma alla stazione di Racconigi. Racconta don Casale: «Tra la folla portata là per osannarlo vi era anche un gruppo di ricoverati del manicomio che esponeva lo striscione: “Resta con noi”».

Sulla Resistenza don Saglietti redige un’ampia e dettagliata relazione che finisce nel documentato volume dello storico don Giuseppe Tuninetti «Clero, guerra e resistenza nella diocesi di Torino (1940-45) nelle relazioni dei parroci del 1945», Piemme (1996): «Il mio principio di cooperazione è sempre stato in favore di tutte le formazioni a qualunque partito appartenessero. I contatti più frequenti furono inizialmente quelli legati all’attività di don Carlo, e ci siamo trovati insieme con capi del movimento – come Barbato, nome di battaglia di Pompeo Colajanni – nelle stesse stanze della casa parrocchiale. Più tardi altre formazioni di partigiani vennero a contatto con noi, sempre trovarono in noi dei collaboratori».

Il parroco riporta la lettera anonima di uno che si qualifica «un qualunque fascista, che ama il duce ed è repubblicano nato. Indirizzo della lettera: Farinacci-Cremona» nella quale – aggiunge il priore – «se ne dicono di cotte e di crude contro di me, e contro parecchie altre persone di Racconigi, compreso don Chiavazza».

Del 21 maggio 1944 è la protesta «da me letta in chiesa contro le sconce critiche di giornali fascisti nei riguardi della “Lettera collettiva dell’episcopato piemontese della Pasqua 1944”. Il 28 maggio altra mia protesta diretta alle critiche del giornale “Regime fascista”. Del 4 settembre è una lettera del maresciallo Fernando Preda: avendo assunto l’incarico di indagare a carico delle persone accusate dalla lettera farinacciana, il maresciallo rigetta le accuse lanciateci e ci copre con questa favorevole risposta. Verso la fine di ottobre vi è una precettazione a me inviata per andare alla custodia della ferrovia. Naturalmente non ci andai, comunicandolo anche al Municipio. Del 19 novembre è la dichiarazione fatta in chiesa riguardo alla presentazione dei renitenti alla leva, con un comunicato della Curia di Torino e uno del Municipio di Racconigi.

Il 17 gennaio 1945 vi è una mia protesta diretta al prefetto, al comando tedesco, al commissario, al comando Brigate nere, all’esecutore per essere stato io preso in ostaggio insieme con il domenicano Gioacchino Botta e altre 4 persone».

In un altro testo scrive: «Fui preso in ostaggio e tenuto due giorni insieme a padre Gioacchino Botta e altre 4 persone». Fa da mediatore tra partigiani e fascisti per lo scambio dei prigionieri. Conclude don Casale: «Questa gestione collegiale del CLN da parte del priore è encomiabile, anche perché spesso non fu così; vi erano, nel movimento resistenziale, due gruppi con differenti strategie e diversi obiettivi: mentre i partigiani democratici (cattolici, liberali, azionisti) cercavano di umanizzare la lotta evitando gli spargimenti di sangue non necessari e limitando le rappresaglie su popolazioni inermi, i comunisti (stalinisti) conducevano la lotta senza esclusione di colpi, accettando il carattere violento e spietato, come quello nazista. I primi lottavano per un’Italia libera e democratica, gli altri per farne un satellite dell’Unione Sovietica».

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