Trent’anni fa la morte di Carlo Donat Cattin

17 marzo 1991 – Si compiono trent’anni dalla morte di Carlo Donat Cattin, uno dei migliori politici subalpini del dopo guerra. E la Fondazione che porta il suo nome – con sede nel Polo del Novecento nei Quartieri juvarrani di via del Carmine a Torino – ne onora la memoria con un sondaggio sulle attese giovanili

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Carlo Donat-Cattin

«Quello che l’Italia ha dato alla storia del mondo non può farci trovare cancellati, di modo che di qui a duecento anni i ragazzi che vanno a scuola ascolterebbero: c’erano i Sumeri nella pianura del Tigri e dell’Eufrate e c’erano gli italiani tra gli Appennini e le Alpi».

Trentacinque anni fa, nel settembre 1986, al convegno di Forze nuove a Saint-Vincent in Valle d’Aosta il ministro della Sanità Carlo Donat-Cattin lancia l’allarme sull’inverno demografico che da tempo colpisce la Penisola: «Lo dico con tutta l’anima: è meglio avere figli, anche se ti fanno sanguinare il cuore. Perché questa è la vita, questo il contributo nel sacrificio, nell’amore, nella pena e nella gioia di vivere, che offre la continuità che dobbiamo dare al mondo, ai doni che da Dio abbiamo ricevuto».

Che il suo cuore di padre sanguinasse – come quello della consorte, signora Amelia – non c’è dubbio: la sofferenza più devastante dei genitori è la vicenda del figlio Marco, coinvolto in fatti di terrorismo: arrestato, condannato, detenuto. Il ministro immediatamente si dimette. Il Pci di Enrico Berlinguer non gli perdona l’opposizione al «compromesso storico» e lo ripaga con una volgare campagna. Dopo la tragica morte nel 1988 del figlio su un’autostrada mentre tenta di scongiurare un tamponamento, Donat-Cattin padre scrive al presidente della Repubblica: «Caro Cossiga, ti ringrazio del biglietto che hai voluto con tanta premura e tanto affetto farmi giungere dopo la morte di Marco. La fede è faticosa per la mia logorata umanità. Eppure “tutto è grazia”. La prova più problematica è quella di mia moglie: un figlio, giovane, ma figlio che vivo lacera il cuore, viene ripreso giorno per giorno, per anni di carcere (tutti quelli stabiliti, senza privilegi né consentite condizionali), recuperato da un amore senza confini. Ti ringrazio per il pensiero che le hai dedicato. Cerchiamo di pregare. Ti abbraccio».

Donat-Cattin vede l’Italia come un «Paese in scadenza», destinato ad avere 30 milioni di abitanti nel 2050. Dati che gli aveva fornito il demografo Antonio Golini, confermati anche dalle proiezioni di alcune compagnie di assicurazione. Dati contestati da alcuni giornali che lo accusarono di nostalgia verso politiche demografiche del ventennio fascista.

Il 17 marzo si compiono trent’anni della morte di uno dei migliori politici subalpini del dopo guerra. E la Fondazione che porta il suo nome – con sede nel Polo del Novecento nei Quartieri juvarrani di via del Carmine a Torino – ne onora la memoria con un sondaggio sulle attese giovanili.

La maggioranza dei giovani italiani tra i 18 e i 20 anni immagina il proprio futuro senza figli. È il risultato più eclatante del sondaggio commissionato  all’Istituto demoscopico Noto Sondaggi. Il 51 per cento dei ragazzi non si immagina genitore. Tra questi il 31 per cento stima che a 40 anni avrà un rapporto di coppia ma senza figli e un ulteriore 20 per cento pensa che sarà «singolo». Perché i giovani non vogliono avere figli? Gli intervistati «adducono soprattutto ragioni che riguardano la sfera sociale più che un’avversione netta a diventare genitori»: carenza di lavoro (87 per cento); assenza di politiche adeguate per la famiglia (69 per cento); crisi delle relazioni stabili (69%); figli sono un ostacolo e condizionano la vita (37%). Sulla volontà di non avere figli i giovani si dividono in tre categorie: 1) un atteggiamento «narcisista» per cui un figlio e, più in generale legami stabili, limitano la libertà; 2) una motivazione più «realista» riguarda la paura di non potersi permettere economicamente questa possibilità; 3) non aver figli per mancanza di fiducia nella società è indice di un atteggiamento «nichilista» che evidenzia il pessimismo nel guardare al futuro.Dieci anni dopo l’introduzione della legge 194 sulle interruzioni della maternità il ministro della Sanità Donat-Cattin nella relazione al Parlamento per il 1988, ribadisce che l’aborto è usato come anticoncezionale per il controllo delle nascite: «Nonostante un calo del numero complessivo delle interruzioni volontarie della gravidanza – scrive – resta la vastità del fenomeno e restano le caratteristiche che ne indicano il prevalente finalismo di controllo delle nascite in aperto contrasto con il primo articolo della legge 194. Occorre riflettere a fondo per comprendere quello che va rimosso e corretto per realizzare la volontà della legge». Le femministe più sfegatate («L’utero è mio e lo gestisco come voglio»), i partiti abortisti, come Pci e Psi, si scagliarono contro il ministro democristiano che diceva una verità che tutti potevano – e possono – vedere.

Anche i Papi, da Giovanni Paolo II a Francesco, i vescovi e il mondo cattolico italiano hanno più volte denunciato l’«inverno demografico». Papa Bergoglio il 7 febbraio scorso, Giornata per la vita, esprime «la mia preoccupazione per l’inverno demografico: in Italia le nascite sono calate e il futuro è in pericolo! Cerchiamo che questo inverno demografico finisca e fiorisca una nuova primavera di bambini e di bambine. Mi unisco ai vescovi nel ricordare che la libertà è il grande dono che Dio ci ha dato per ricercare e raggiungere il bene proprio e degli altri, a partire dal bene primario della vita. La nostra società va aiutata a guarire dagli attentati alla vita, perché sia tutelata in ogni sua fase».

Era un cristiano scomodo tutto d’un pezzo, che cantava fuori dal coro. Lo riconobbe l’allora cardinale arcivescovo di Torino Giovanni Saldarini ai funerali di Stato in Cattedrale, presente il presidente della Repubblica Francesco Cossiga: «Era cristiano, diciamolo pure con chiarezza, cattolico e non aveva né paura né vergogna. Era contento di esserlo, era contendo di dirlo. Partecipe assiduo alla vita religiosa della Chiesa, scelse di collocarsi tra coloro che facevano proprio l’insegnamento sociale della Chiesa e che lo consideravano come una delle componenti ispiratrici essenziali per il suo modo di far politica».

Pier Giuseppe Accornero

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