4 marzo 1848: nasce lo Statuto albertino

175 anni fa – Il 4 marzo 1848 veniva promulgato il cosiddetto Statuto Albertino, la carta costituzionale che resse il Regno di Sardegna prima e quello d’Italia poi per circa un secolo. Neanche la dittatura fascista lo mise in discussione formalmente, anche se di fatto svuotò molti dei suoi contenuti

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Re Carlo Alberto firma lo Statuto albertino - 4 marzo 1848

Abbastanza sommessamente e con poche eccezioni, tra le quali la voce del presidente Mattarella, lo scorso 1° gennaio è stata ricordata l’entrata in vigore della Costituzione italiana. Probabilmente, ancora più sommessamente sarà forse ricordato un altro anniversario simile.

Forse molti tra gli avventori che frequentano i numerosi locali di un’amabile piazza del centro di Torino non sanno come mai quella piazza sia intitolata ad una precisa data, il 4 marzo. Il 4 marzo 1848, giusti centosettantacinque anni or sono, veniva promulgato il cosiddetto Statuto Albertino, la carta costituzionale che resse il Regno di Sardegna prima e quello d’Italia poi per circa un secolo. Neanche la dittatura fascista lo mise in discussione formalmente, anche se di fatto svuotò molti dei suoi contenuti.

Il 1848 fu per l’Europa un anno molto importante e lo fu anche per l’Italia. Per quanto riguardò il Regno di Sardegna (che comprendeva il Piemonte, la Valle d’Aosta, la Liguria, la Lomellina, la Savoia e il Nizzardo), tra gli altri importanti accadimenti, il re Carlo Alberto concesse lo Statuto che trasformò quello stato da monarchia assoluta (in cui il potere era concentrato nelle sole mani del re, che ne delegava l’esercizio ad altre istituzioni a lui subordinate) a monarchia costituzionale (dove parte dei poteri erano assunti da due Camere parlamentari, della quali una, la Camera dei Deputati, era composta da rappresentanti eletti con libere votazioni). In considerazione del fatto che si era a metà del XIX secolo, fu un passo avanti molto importante per la costruzione di uno stato più liberale. L’articolo uno dello Statuto, pur riconoscendo che: “La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato”, affermava anche che: “Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi” (maiuscole come nel testo originale). Era un passo avanti molto importante, in quanto consentiva il libero culto soprattutto ad Ebrei e Valdesi, i principali altri culti ora esistenti, eliminando, sempre quell’anno, anche le restrizioni di movimento e di residenza a cui precedentemente erano obbligati.

In conformità alla predominante mentalità dell’epoca, il diritto di voto era esercitabile solo dagli adulti maschi, maggiorenni e di un certo censo, anche se lo Statuto aveva una falla all’articolo 24: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili, e militari, salve le eccezioni determinate dalle Leggi”. Le donne, quindi, non erano esplicitamente escluse dal voto e dalla possibilità di occupare le più alte cariche, anche militari, ma per la mentalità dell’epoca era evidente che ci si rivolgeva solo agli uomini. Non altrettanto evidente lo era però, ad inizio Novecento per alcune intellettuali, tra le quali Maria Montessori, che si adoperarono per richiedere il diritto di voto per le  donne, con la loro iscrizione alle liste elettorali, ma i Tribunali nazionali (tranne quello di Ancona) e la Corte di Cassazione diedero loro torto. Si dovette aspettare il 1946 per i primi voti e le prime elezioni femminili comunali; in ambito nazionale si dovette attendere il 2 giugno 1946, quando (oltre alla scelta della Repubblica al referendum) fu eletta l’Assemblea Costituente che redasse l’attuale nostra Costituzione.

Forse agli avventori che frequentano i locali di piazza 4 marzo a Torino sfugge anche una lapide, posta su una casa che su di essa si affaccia: ricorda che lì nacque Giuseppe Saragat, uno dei predecessori di Mattarella che, tra l’altro, fu il primo presidente  di quella stessa Assemblea Costituente, eletta anche col voto femminile e che ebbe la presenza di ventuno donne tra i suoi componenti.

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