460 anni fa Torino capitale del Ducato di Savoia

Storia – Nel 1563 Emanuele Filiberto, duca di Savoia e principe del Piemonte trasferì la capitale del suo stato transalpino da Chambéry, in Savoia, a Torino, aprendo così per la città nuovi scenari prima impensabili

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Le pagine torinesi del Corriere della sera, a fine agosto, hanno ospitato una nuova versione del pluriennale dibattito sul futuro della Torino post industriale. Le varie personalità intervenute hanno sostenuto che la città deve ritrovare energie e forze per dare ai suoi cittadini un futuro economico e sociale che ne arresti il declino, sulle cui cause e soluzioni hanno offerto pareri diversi e talvolta divergenti. Sulle cause non sembra utile qui soffermarci, in quanto potremmo scrivere un romanzo; sulle soluzioni, la quasi totalità degli intervenuti ha suggerito la necessità di trovare alleanze che garantiscano al capoluogo torinese idee, possibilità, risorse, ecc. per attirare/collaborare con altre realtà per uscire dallo stallo attuale. Alcuni suggerivano un miglior coordinamento con Milano (il celebre Mi-To, più volte richiamato negli scorsi decenni, ma che spesso non ha funzionato, vedasi Olimpiadi 2026, forse), altri allargavano a Genova, grazie anche ai prossimi collegamenti ferroviari ad alta velocità ed alta capacità del Terzo Valico (anche se Ge-Mi-To ha un suono un po’ cupo,…), poi allargarsi a Bologna e all’industriosa Emilia, oppure recuperare un ruolo centrale con la provincia e la regione, per costituire un polo territoriale di eccellenza, che trovi il suo centro effettivo e propulsivo nel capoluogo,…

Il confronto di opinioni offre l’opportunità di ricordare un altro anniversario tondo e dimenticato che cambiò radicalmente la sorte di Torino, del Piemonte e, a lunga scadenza, dell’Italia. Quattrocentosessanta anni or sono, il 7 febbraio 1563, Emanuele Filiberto, duca di Savoia e principe del Piemonte (più parecchi altri titoli) trasferì la capitale del suo stato transalpino da Chambéry, in Savoia, a Torino, aprendo così per la città nuovi scenari prima impensabili. Attraverso il genere letterario delle interviste impossibili (cioè colloqui ipotetici e fantastici con personaggi storici da tempo scomparsi), che ha avuto in passato anche grandi successi radiofonici e televisivi, abbiamo chiesto al Duca il suo parere.

“Innanzi tutto come vi debbo chiamare: Altezza, Eccellenza, Maestà,…?” “Lasci perdere, non sono così permaloso come mio cugino don Giovanni d’Austria, al quale il fratellastro Filippo II di Spagna negava il titolo reale di Altezza. Io sono prevalentemente un soldato poco avvezzo alle formalità. Mi chiami Duca e usiamo il lei e non il voi, perché è più comprensibile per questi tempi”. “Grazie, Duca. Prima domanda: perché decise di spostare la capitale del regno da Chambéry a Torino?”. “Si ricorda come andava la politica allora? I conflitti tra la Francia e la Spagna/Austria per il dominio sull’Europa e le lotte per il trono francese e per la sottomissione della nobiltà al re? Pur essendo parente di entrambe le case regnanti, la mia storia personale era di maggior vicinanza alla Spagna, quindi in Francia non avremmo avuto futuro né io né i miei successori. A  lungo andare sarei diventato un semplice vassallo del sovrano francese di turno; in Svizzera, tra la Riforma, la Confederazione, i Cantoni, san Nicola da Flue, ecc.,  prima o poi avrei finito di perdere i miei territori (come di fatto accadde), quindi dovevo guardare all’Italia. Torino era la città ideale per tanti motivi. Del resto era già dal secolo precedente che aveva via via assunto una maggior importanza nel Ducato. Non pensavo che i miei successori avrebbero unificato la penisola (grande quel Cavour che contemporaneamente guardava sia all’Italia che all’Europa), ma dovevo garantir loro un futuro (anche su qualcuno degli ultimi non è stato all’altezza delle sue responsabilità e dei suoi doveri)”. “Con la scelta del trasferimento cambiò il futuro di Torino”. “Sì, ci sono momenti in cui bisogna fare scelte importanti: da che parte stare, con chi allearsi, trovare risorse per il futuro, avere visioni,… Non stare fermi. La mia scelta ha portato la città a più di trecento di vita da capitale (ndr.: nel 1865 la capitale del Regno d’Italia fu trasferita da Torino a Firenze) dandogli prosperità, arte, ruolo politico, ricchezze,… Poi ha avuto alti e bassi, più bassi che alti, forse.” “A questo proposito, vuole entrare nel dibattito sui possibili accordi per uscire dall’attuale situazione di apparente stagnazione?”. “Le faccio una battuta. Sa quale è stato uno dei motivi per cui gli Alleati, meno male, hanno vinto la seconda guerra mondiale? No, vero? Perché loro avevano il radar, uno strumento che consentiva, anche nella notte più oscura, una visione a 360 gradi, per evitare ostacoli e trovare la giusta via; non bastava più la sola bussola, strumento del passato. Battuta a parte, lo so che avevano anche Churchill e Roosevelt, ma bisogna guardarsi intorno per capire la strada migliore, spesso una non esclude l’altra, se io stavo fermo chissà se ora saremmo qui a parlarci”. “Grazie, un’ultima domanda, le piace il monumento a lei dedicato che si trova in piazza san Carlo, e che è uno dei simboli della città?”. “Senz’altro! Il monumento è molto bello. Non abbiamo il tempo di parlare di san Carlo Borromeo e della Sindone, ma anche la scelta di portare la reliquia da Chambéry a Torino, ufficialmente per abbreviare il pellegrinaggio del vescovo di Milano (ma piemontese di origine), in realtà fu anche una scelta politica, in quanto allora la città doveva diventare anche la capitale religiosa del ducato,… sa io rimango sempre un principe assolutista del XVI secolo della Controriforma,… il governo si faceva con trono ed altare,… Tuttavia se oggi potessi ricollocarla, la girerei: non più rivolta verso i palazzi di un potere politico che non esiste più (ndr.: piazza Castello, dove c’era il Palazzo Reale, il Senato, gli uffici del Governo dell’epoca, 1838), ma mi farei guardare verso Porta Nuova, verso la ferrovia, che allora non c’era, per guardare avanti, a nuove destinazioni, aperti e senza pregiudizi e non ancorati a un  passato di un tempo che fu, che è ormai irripetibile”. “Duca, grazie del tempo che mi ha dedicato”. “Grazie a lei di avermi ricordato e stavolta <<fuma i bogianen al contrari>>.

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