50 anni fa la consacrazione della chiesa al Carmelo di Montiglio

3 aprile 1972 – «Noi ci rallegriamo di trovarci insieme per dedicare al culto di Dio questa nuova chiesa con la celebrazione dell’Eucaristia e dedicare questo Carmelo di cui la chiesa è come il cuore pulsante». Con voce solenne e volto raggiante il cardinale arcivescovo di Torino Michele Pellegrino – 50 anni fa – iniziava la consacrazione della chiesa del Carmelo di Montiglio

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«Noi ci rallegriamo di trovarci insieme per dedicare al culto di Dio questa nuova chiesa con la celebrazione dell’Eucaristia e dedicare questo Carmelo di cui la chiesa è come il cuore pulsante». Con voce solenne e volto raggiante il cardinale arcivescovo di Torino Michele Pellegrino – cinquant’anni fa, il 3 aprile 1972 – iniziava la consacrazione della chiesa del Carmelo di Montiglio. Il sogno si era avverato. Suor Maria Bernarda faceva spesso bellissimi sogni; una volta confida alla priora di aver sognato di fare con lei un bel viaggio, in un posto molto bello con un prato verde e una casa bianca. Questo molto tempo prima che il cardinale lanciasse nel coro del Carmelo di Firenze la «bomba»: «Non si potrebbe fare una nuova fondazione in Piemonte?».

L’11 agosto 1969 Pellegrino vuole dare inizio a qualcosa di totalmente nuovo, un monastero inedito, segno di quel «cielo nuovo e terra nuova» che S.P.M. pone a preambolo di uno dei suoi articoli sulla rivista «Studium», articoli che il cardinale pubblica in due piccoli volumi della collana di spiritualità delle Esperienze di Fossano. Chi è S.P.M.? Il professor Pellegrino, docente all’Università di Torino, non lo sa ma vuole conoscere il volto, la mano e l’anima che esprimono cose così belle. Si informa a Milano alla direzione di «Studium», rivista dell’Università Cattolica: S.P.M. è nel monastero Santa Maria Maddalena de’ Pazzi di Firenze. Qui si reca chiedendo alla priora Teresa Eletta il permesso di incontrare S.P.M. È suor Paola Maria dello Spirito Santo, giovanissima carmelitana – scrivono le Carmelitane di Montiglio – «costretta a stare in cella, spesso a letto, con la febbre e una malattia da lavori troppo pesanti, orari stressanti, cibo, riposo e calore insufficienti. Il monastero era poverissimo e lei offrì le sue deboli forze per avviare un laboratorio di maglieria e poter far guadagnare qualcosa al monastero di 60 monache. In cella le danno l’incarico di scrivere qualche articolo per le riviste. Gli articoli non passano inosservati per la loro incantevole bellezza nel descrivere un vissuto spirituale semplice e sorprendente. Così il prof. Pellegrino aspetta in parlatorio la giovane carmelitana che non vuole assolutamente farsi vedere ma che, per obbedienza, si presenta alla grata con la madre priora. Pellegrino continua le visite al monastero di Firenze mentre suor Paola Maria diventa priora del Carmelo».

Sono gli anni del dopo-Concilio, ferventi di sogni, promesse e speranze. La signorina Fanny Scevola Elia offre a Pellegrino – diventato cardinale arcivescovo di Torino – una villa a Montiglio nel Monferrato, provincia di Asti e diocesi di Casale Monferrato – ed egli propone di fondare un nuovo monastero. «L’idea fu subito accolta con votazione unanime – scrivono le monache – e così cominciano i viaggi, le visite, i progetti e il 3 aprile 1972 si inaugura la fondazione». Intanto a Casale, al vescovo Giuseppe Angrisani nel 1971 era succeduto mons. Carlo Cavalla.

L’architetto Federico Maria Roggero realizza l’idea della madre di fare la chiesa come un grande coro monastico. Un piccolo angolo di terra dove l’amore deve essere l’unica realtà, l’unica condizione, l’unica risposta all’Amore. Come chiamarlo? «L’incertezza fu sciolta quando la madre riceve da Lourdes una cartolina del cardinale con l’unica scritta: “Mater unitatis”. Un passo di Sant’Agostino, tanto caro al cardinale, suggerisce il nome e la realtà del nuovo Carmelo. Il Signore, intanto, con passi da gigante, aveva sciolto tutte le difficoltà, appianato i sentieri, affrettato le scadenze, favorito le richieste. Il Carmelo è canonicamente eretto, pubblicamente e giuridicamente riconosciuto quando ancora dentro non c’è nessuno! Ma il 20 marzo e il 18 aprile del 1971 partirono sette monache da Firenze, come in un nuovo esodo verso una terra promessa, portando con sé lo spirito e l’eredità di un’estasi di santa Maria Maddalena de’Pazzi che vedeva delle “monache che si andavano dilettando e spassando in un ameno e fiorito prato, con un solo volere e sapere, essendo solo il volere di Dio in tutte”».

«Queste dovevano essere le coordinate del nostro Carmelo -aggiungono le monache -: strette al Signore, trovare la forza nella sua gioia. E questo ci aiutò e ci accompagnò sempre, sotto la guida della madre, nell’esuberante creatività degli inizi e negli anni più dolorosi dopo la morte della venerata e carissima madre Teresa Eletta. Ci furono lavori di restauro dopo che scoppiarono le tubature e nel 1982 la malattia del cardinale che lo costrinse all’immobilità. Il cardinale non poté più venire da noi: dopo la rinuncia a Torino nel 1977 eravamo abituate ai suoi fine settimana, ai giorni di vacanza a Natale e Pasqua, a qualche periodo di convalescenza: era di casa, arrivava per primo in coro al mattino, passeggiava in giardino, si fermava a guardarci mentre zappavamo o strappavamo le erbacce; veniva a mangiare a refettorio con noi apprezzando sempre le nostre letture che faceva ricopiare su piccole schede, e le nostre piccole iniziative. Alla sera facevamo l’incontro in sala, qualcuna lavorava a maglia e lui era molto interessato. Tantissime volte faceva la prova generale delle  conferenze che avrebbe tenuto: «Sant’Ignazio, Sant’Ambrogio, i Salmi, Confessare Cristo, Martirio d’amore». Con la priora discuteva a lungo su tutto. Lei gli sottoponeva ogni piccolo passo del monastero, ma il cardinale fu sempre molto discreto e si fidava pienamente della madre. A volte venivano dei monaci, come padre Pelagio Visentin o padre Bovo di Praglia, padre Brasò abate di Montserrat, e allora il monastero diventava solenne; a volte c’erano gruppi di giovani che cantavano a squarciagola, ma lui si divertiva compiaciuto. Mandava qui, a fare il ritiro, i suoi preti. Ci aveva anche dato il mandato di “non farci réclame”, cosa che avevamo osservato scrupolosamente. Il cardinale e la madre ci perdonino, noi continueremo a cantare, stringendoci al Signore per trovare forza nella sua gioia, nel silenzio di questo piccolo angolo di terra nuova che ci hanno donato, sperando di poter presto cantare nella Gerusalemme celeste».

Pier Giuseppe Accornero

Michele Pellegrino, «Lettere a suor Paola Maria. Il cardinal Pellegrino e la fondazione del Carmelo di Montiglio. Corrispondenza (1959-1981)», Effatà, Cantalupa (Torino), 2014.

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