70 anni fa la morte del Vescovo Umberto Rossi, salvó tante vite nella guerra

1879-1952 – «Vescovo di Asti nei drammatici anni della Seconda guerra mondiale, con generoso slancio pastorale e incurante dei gravi rischi personali, si portò instancabilmente da un paese all’altro della diocesi per liberare ostaggi, scongiurare rappresaglie, salvare un condannato morte, portare una parola conforto dove guerra e violenza lasciavano distruzione e rovine». È la motivazione della medaglia d’argento al valor civile conferita dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 5 settembre 2003 a mons. Umberto Rossi, che merita di essere ricordato 70 anni dopo la morte e perché è stato un «defensor urbis et civitatis» di prima grandezza, totalmente dimenticato dagli storiografi

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Mons. Umbero Rossi

«Vescovo di Asti nei drammatici anni della Seconda guerra mondiale, con generoso slancio pastorale e incurante dei gravi rischi personali, si portò instancabilmente da un paese all’altro della diocesi per liberare ostaggi, scongiurare rappresaglie, salvare un condannato morte, portare una parola conforto dove guerra e violenza lasciavano distruzione e rovine». È la motivazione della medaglia d’argento al valor civile conferita dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 5 settembre 2003 a mons. Umberto Rossi, che merita di essere ricordato 70 anni dopo la morte e perché è stato un «defensor urbis et civitatis» di prima grandezza, totalmente dimenticato dagli storiografi.

Umberto Rossi nasce a Casorzo, provincia di Asti e diocesi di Casale Monferrato, il 1° aprile 1879, studia nel Seminario di Casale e all’Apollinare a Roma si laurea in filosofia e teologia. Torna in diocesi, sacerdote dal 29 giugno 1902, per 17 anni è canonico teologo della Cattedrale di Casale, professore di Sacra Scrittura e assistente della Gioventù Cattolica. Il 13 giugno 1921 Benedetto XV lo nomina vescovo di Susa alla quale dedica il suo tempo e le sue energie. Fa costruire una nuova cappella-rifugio sul Rocciamelone a 3.535 metri e guida un pellegrinaggio che sale sulla vetta. Il 10 agosto 1930 incorona la statua. Il 14 maggio 1932 Pio XI lo trasferisce Asti, 104° successore di Sant’Evasio. Vi rimane vent’anni silenzioso, umile e modesto, paterno e premuroso, mette a rischio tante volte la propria vita per salvare quella degli altri. Nelle tragiche giornate la sua condotta è ammirevole.

Il 9 settembre 1943 i tedeschi con aerei e carri armati occupano città e provincia. Il 9 agosto 1944 il «Platzkommandantur» fa prelevare dalle SS il vescovo Rossi e lo portano a Grana, provincia di Asti e diocesi di Casale, dove i partigiani con un colpo di mano avevano preso prigionieri alcuni tedeschi: il vescovo deve assolutamente liberare i «camerati», altrimenti i nazifascisti mettono a ferro e fuoco il paese. Grazie a lui, Grana è salvo; lo stesso accade per Mombercelli (17 agosto), Rocchetta Tanaro (31 agosto), Scurzolengo, Calliano, nuovamente Grana (2 settembre), Castagnole (7 settembre), Isola d’Asti (16 settembre), Baldichieri (8 ottobre), Montafia (17 ottobre), Villafranca, Portacomaro, Castello d’Annone (10-11 novembre). Con l’aumento del numero dei partigiani e l’accresciuta cocciutaggine nazifascista i casi si moltiplicano e vescovo sollecita la collaborazione di numerosi sacerdoti: mons. Secondo Stella, rettore del Seminario; il can. Mario Scarabello, segretario vescovile; don Eraldo Armosino, don Massimo Sigliano, don Paolo Morando; i Salesiani di Canelli don Alessandro Feltrin, don Alberto Negri e don Giovanni Pecoraro; i cappellani dei partigiani – religiosi Giuseppini del Marello – don Ambrogio Ceriani, don Stefano Pio, don Aldo Grasso e don Federico Bosticco; diversi parroci e viceparroci. Emerge l’impressionante crudeltà dei nazifascisti che distruggono le borgate Calcini di Refrancore e Valmellana di Cisterna.

Uno degli esponenti antifascisti più noti del clero è mons. Ercole Armosino, parroco dei Santi Cosma e Damiano a San Damiano. Dopo un attentato dei partigiani il 6 ottobre 1944 nel centro di San Damiano contro un autocarro tedesco, il sacerdote è preso in ostaggio e trasportato a Bra con altri 23 sandamianesi. Nonostante i tedeschi e il diluvio di acqua due ragazze – Emilia Balsamo, presidente delle giovani di Azione Cattolica e Anna Monticone – in bici, per vie secondarie raggiungono Asti per avvisare il vescovo, superando posti di blocco e rischiando di essere arrestate come spie. Mons. Rossi raggiunge subito San Damiano, Pollenzo e Bra. La missione non è facile. I tedeschi rifiutano di trattare anche se il vescovo ottiene dai partigiani, la restituzione dell’autocarro con tutta la merce sottratta. Viste inutili le trattative, nel pomeriggio del 9 ottobre 1944, mons. Rossi imita quello che altri vescovi vanno facendo: si offre ostaggio in cambio della liberazione dei prigionieri. Il capitano, di confessione protestante, rimane impressionato ma non cede subito. Il 10 ottobre mattina il vescovo si reca a Bra e poi ritorna a San Damiano con tutti gli ostaggi liberi, eccetto un giovane che si era sottratto agli obblighi militari. La popolazione li accoglie in trionfo e nella parrocchiale si canta il «Te Deum» di ringraziamento.

Un anno dopo, la sera del 23 marzo 1945, per interessamento del vescovo, dopo alcuni giorni di detenzione in Casa Littoria, è liberata la madre di un partigiano. Il giorno di Pasqua il valoroso partigiano Moris è catturato in combattimento – è quindi passibile di fucilazione – e il vescovo ottiene, senza alcuno scambio, la libertà. Una forte presa di posizione il vescovo di Asti assume contro il Tribunale straordinario di guerra istituito poco prima della caduta della Repubblica di Salò. Dapprima contesta la validità del tribunale; poi deplora le sentenze; tre volte si reca dal capo della Provincia e fa opera di persuasione sulla illegalità dei processi. Riesce a salvare il partigiano Emilio Alternini, condannato a morte, ma non gli altri tre – Ernesto Voglino, Anselmo Torchio e Pietro Vignale – che vengono fucilati per esplicito volere del Comando delle Brigate nere di Torino.

Nell’ottobre 1944 istituisce in Seminario l’«Ufficio informazioni prigionieri», come fanno in Vaticano Pio XII e mons. Giovanni Battista Montini e in molte diocesi dell’Alta Italia. Nel pomeriggio del 24 aprile 1945, mons. Rossi è convocato d’urgenza in Prefettura. Lo informano che i fascisti, dopo la fuga dei tedeschi, hanno l’ordine di evacuare Asti, stretta nella morsa dei partigiani. Il capo della Provincia gli consegna la città, l’ospedale militare e quanti hanno bisogno del suo aiuto e della sua sollecitudine. Negli ultimi anni di episcopato favorisce nuove forme di apo­stolato:  Conferenze di San Vincenzo, scuole serali per operai e in­contri tra lavoratori e dirigenti d’azienda, cappellani del lavoro, Acli, gruppi del Vangelo. Muore il 6 agosto 1952. Asti gli dedica una via presso la Cattedrale e il Seminario.

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