A Bari la preghiera per la pace in Ucraina

21 dicembre – «Una guerra tra cristiani umilia e scandalizza, offende il nostro unico e comune Maestro che la spada ordina di rimetterla nel fodero». È il grido di dolore del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI alla veglia di preghiera per la pace in Ucraina nella basilica San Nicola di Bari

50
Il cardinale Matteo Zuppi alla preghiera per la pace in Ucraina nella Basilica San Nicola di Bari

«Una guerra tra cristiani umilia e scandalizza, offende il nostro unico e comune Maestro che la spada ordina di rimetterla nel fodero, ricordando che chi di spada ferisce di spada perisce e che la violenza segna la vita della vittima e dell’assassino, sempre». È il grido di dolore del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana alla veglia di preghiera promossa dalla Cei e dall’arcidiocesi di Bari per la pace in Ucraina il 21 dicembre 2022 nella basilica San Nicola di Bari. Era presente anche il Piemonte nella persona di mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per il dialogo ecumenico e inter-religioso.

«Cosa può pensare San Nicola se non rattristarsi e chiedere in nome di Dio di fermarsi? Non vuole la violenza e ordina la pace! Non si dica che non ci sono le condizioni! Quelle si trovano! Smettiamo combattimenti che portano solo alla distruzione! La pace non è un sogno, è l’unica via per vivere! È la scelta, non una scelta. È solidarietà, scelta concreta di aiutare chi è colpito, perché la guerra vergognosamente e senza nessuna pietà distrugge tutto, gli ospedali, le scuole e uccide di freddo, di malattie non curate, di disperazione. Non smettiamo di aiutare, accogliere, mandare quello che serve per difendere la vita, di sognare che le spade si trasformino in vomeri».

Supplica il presidente Cei: «Vieni Gesù, porta il Natale della pace in Ucraina! Il seme della pace possa crescere nelle crepe di cuori induriti e che il Signore possa toccarli con la forza della sua grazia. Che possano vedere presto i piedi del messaggero che annuncia la pace. È un sogno? No. Dio è felicità, ma ci chiede di amare, cioè di donare non di possedere. Si può forse essere felici e amare da soli? Amarsi senza amare rovina la nostra vita! La pace è un seme di amore, irriducibile, perché non c’è vita senza pace. Cristo, principe della pace, vieni! Vieni a illuminare chi vive nelle tenebre. Siamo qui per affidare all’intercessione di San Nicola le lacrime di tanti il cui dolore è il nostro dolore, le cui lacrime sono le nostre».

Bari, città ponte di dialogo e porta di accoglienza, è stata teatro di iniziative per la pace nel Mediterraneo e in Medio Oriente con l’incontro di riflessione e spiritualità del 23-27 febbraio 2020 e l’incontro con i patriarchi del Medio Oriente nel luglio 2018. In entrambi gli eventi Papa Francesco lanciò un forte appello perché tutti «possano superare la logica dello scontro, dell’odio e della vendetta per
riscoprirsi fratelli, figli di un solo Padre, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. Cerchiamo la forza per spezzare le catene del male, per non voltarci dall’altra parte, per smettere di pensare che la pace non sia affare nostro. La pace comincia nel cuore di ciascuno».

Zuppi cita don Primo Mazzolari che dice: «Se la colpa di un mondo senza pace è di tutti, e dei cristiani in modo particolare, l’opera della pace non può essere che un’opera comune, nella quale i cristiani devono avere un compito precipuo, come precipua è la loro responsabilità». Singolare il personaggio Mazzolari, focoso cremonese: cappellano militare nella Grande Guerra, si converte al pacifismo. Torna dal fronte stravolto: «La guerra e passata come un uragano sulla vita degli uomini, come una tempesta violenta, come una follia di odio e amore, come un fuoco nel quale si doveva fondere la vita nuova delle Nazioni». Soldato semplice a Genova; caporale di Sanità a Cremona; nel maggio 1918 tenente cappellano in Piccardia (Francia); nel 1919 cappellano degli Alpini a San Donà di Piave (Venezia); nel febbraio 1920 a Cosel in Alta Slesia (Polonia). La guerra lo segna profondamente:

«La pace e la nostra ostinazione. Vogliamo l’amore fra gli uomini, non l’odio; la pace nella giustizia, non la guerra. Vogliamo ritornare fratelli».

All’inizio condivideva la scelta interventista: «L’esperienza permette a molti preti-soldati di osservare e conoscere orizzonti nel contatto con i soldati e fa scoprire possibilità inattese e stimolanti di compiere un’opera evangelica: o Dio, rendi l’Italia agli italiani. Non solo per l’Italia ti preghiamo: vogliamo che la libertà regni sovrana tra i popoli grandi e piccoli, che ognuno abbia i confini segnati da Dio nella natura

e che questi siano sacri». Scrive testi memorabili: «La Patria è di tutti e ha bisogno di tutti, anche dei preti. L’Evangelo come carità condanna la guerra, come giustizia condanna l’ingiustizia. La fede, trascendente rispetto alla storia, non può disinteressarsi delle sorti della Patria. Troppe volte i cattolici si sono staccati dalla politica nazionale rivelando una coscienza negativa o dubbia. È necessario cercare mediazioni sul bene possibile e sul superamento dell’ingiustizia».

Il conflitto è l’occasione per purificare le coscienze e fare piazza pulita di ciò che allontana dal Vangelo. «Domani, quando avremo ripreso con miglior coscienza il nostro dovere di giustizia e di carità verso i fratelli; quando ognuno di noi si sarà purificato dall’egoismo che ci fa vili; quando nella buona volontà la preghiera della pace non sarà più una menzogna, allora la pace discenderà ai fratelli sulla terra. Il prete-soldato fu nella trincea, all’assalto, nell’ospedale, nell’accantonamento e nel suo cuore incandescente confluirono le confidenze più tenere, i segreti più reconditi, le ambascie più nere, lo spasimo, l’angoscia, le lacerazioni di un’umanità con la quale viveva, agiva, soffriva, si confondeva. Molti, che per la prima volta s’affacciavano alla vita, furono costretti a guardarla con gli occhi ancora lucidi d’innocenza e d’ingenuità; molti per la prima volta vedevano l’uomo». Rientrato dal fronte, annota: «Di pace abbiamo fame e sete come non mai. Ci siamo fatti tanto male durante la guerra: ci siamo odiati, straziati, uccisi, torturati per quattro anni, senza tregua, senza cuore, come le belve forse non fanno. Chiusa la guerra, non abbiamo saputo buttar fuori da noi l’odio, smobilitare l’animo».

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome