Era il 30 gennaio 726 quando, per volontà del governatore – il rector – della Moriana e di Susa Abbone, veniva fondata nella Val Cenischia, a ridosso di Susa, l’Abbazia della Novalesa. Da allora sono trascorsi 1.300 anni di vicende alterne, 1.300 anni che verranno celebrati solennemente lungo tutto il 2026 a partire proprio dal prossimo 30 gennaio con una «anteprima» torinese venerdì 23 all’Archivio di Stato. Saranno celebrati dalla comunità di sei monaci benedettini che la abitano e dalla Città Metropolitana di Torino, proprietaria dell’edificio di cui cura la tutela da quando nel 1972 – acquisito dalla Provincia di Torino – fu affidato alla custodia di un gruppo di cinque benedettini provenienti da S. Giorgio Maggiore di Venezia. L’abbazia dalla sua fondazione divenne un punto di riferimento culturale e spirituale che raggiunse il suo momento più alto negli anni fra l’820 e l’850 sotto l’abate Eldrado, venuto pellegrino dalle zone di Gap.

Alla fine del secolo IX, sotto la minaccia dei Saraceni, l’abate della Novalesa, Donniverto, decise di fuggire con parte dei suoi monaci verso Torino. Accolti e ospitati presso la chiesa di Sant’Andrea (oggi Santuario della Consolata), successivamente la piccola comunità si stabilì a Breme, in Lomellina, riorganizzandosi in un nuovo monastero. Da dove intorno all’anno mille ripartirono alla volta della Novalesa di cui restavano solo rovine. Una ripartenza ancora fermata allo scoppio della Rivoluzione francese col successivo periodo napoleonico, durante il quale il monastero fu soppresso. A seguito del Congresso di Vienna, tornati i Savoia, che dal 1713 hanno ormai il titolo di re, l’Abbazia fu affidata a benedettini cassinesi. Nel 1855, con la Legge Rattazzi, che soppresse gli ordini religiosi non socialmente utili, gli edifici della Novalesa furono acquistati da un medico di Torino per farne un centro di cure termali, che ne snaturò la struttura. Tempo dopo quel progetto fallì e l’abbazia diventò sede estiva degli allievi del Convitto Umberto I di Torino, sino all’acquisto da parte della Provincia di Torino nel 1972. Oggi la Novalesa è tornata ad essere luogo di preghiera, di accoglienza, di studio, di lavoro silenzioso, di conservazione, rinnovamento e condivisione della cultura.

Dal 2021 fratel Michael Davide Semeraro, monaco benedettino, è il priore di Novalesa: «Il senso di questo anno di celebrazioni è fondamentalmente legato a due aspetti e il primo è la gratitudine. Gratitudine perché Novalesa è un luogo che ha rappresentato una serie di ‘possibilità di umanità’, di fatto Novalesa è stato un ‘lab-oratorio’ di umanità, un luogo in cui sono avvenute tante cose, non tutte belle. Mille e trecento anni sono tanti ma, misteriosamente, è ancora abitata da una piccola comunità monastica. Non è solo un monastero monumentale, ma anche un monastero ‘vissuto’ e quindi non faremo solo la memoria di un luogo, delle mura, dell’arte, ma anche la memoria di incontri che sono ancora possibili. Il mistero e il fascino di Novalesa è che in mille e trecento anni, con alterne vicende, è stato comunque un luogo di passaggio di umanità. Passaggio di umanità per i monaci che hanno abitato in questo luogo e poi per quanti in questo luogo sono arrivati: nobili, imperatori, ma anche le persone più semplici, a partire da quelle che vi hanno lavorato».
Dalla gratitudine alla scommessa sul futuro: «Celebrare per noi è un dovere di gratitudine, di memoria e la memoria è sempre legata alla profezia, almeno nella nostra fede cristiana pasquale. La profezia non è né pensare di poter continuare a fare come si è sempre fatto, né indovinare il futuro, ma è disponibilità e fede nel fatto che comunque la vita troverà il modo essere portata avanti anche in questo luogo». Un luogo che oggi conta migliaia di passaggi di turisti, persone in cerca di spazi di silenzio e spiritualità e giovani. «Penso che tutti i monasteri, e in particolare la Novalesa», conclude, «siano una silenziosa testimonianza di un modo diverso di abitare il mondo. Come tutti, noi sei monaci cerchiamo di lavorare per mantenerci (c’è un laboratorio di restauro del libro, un negozio, un laboratorio artigiano, la cura degli spazi verdi e dell’orto), abbiamo delle relazioni, ma esprimiamo una ‘protesta di differenza’: se noi possiamo vivere in questo mondo la nostra vocazione, bisogna fare di tutto perché ogni uomo e ogni donna possa vivere secondo il proprio cuore senza paura e senza vergogna, sentendosi supportato e aiutato a portare a compimento il proprio cammino».




