Aborto, l’America ci ripensa

Analisi – La Corte Suprema ha rovesciato la storica sentenza Roe v. Wade, una riflessione bioetica di don Zeppegno, ddirettore del Ciclo di specializzazione in Teologia morale della Facoltà Teologica di Torino

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Negli ultimi anni il mondo ha assistito al verificarsi di eventi che hanno portato indietro l’orologio della storia. Alla fine del 2019, i primi casi della pandemia da Sars-Cov-2. Una tragedia mondiale che ha reintrodotto, in una società apparentemente forte e tecnologica, la fragilità e l’orizzonte della finitudine. Nel febbraio di quest’anno l’inizio della guerra russo-ucraina in un continente dove, da oltre settant’anni, non vi erano più state guerre di tale portata e molti ritenevano che non se ne sarebbero più viste.

Con tutti i distinguo del caso è giunta dagli Stati Uniti una notizia che molto probabilmente accenderà proteste ed un dibattito globale, coinvolgendo la società nel suo insieme. La Corte Suprema Usa ha abolito in questi giorni la storica sentenza Roe v. Wade con cui, nel 1973, la stessa Corte aveva legalizzato l’aborto negli Usa. La Corte divisa con 6 voti a favore e 3 contrari ha emesso una sentenza con la quale i singoli Stati saranno liberi di applicare le loro leggi in materia. Nella sentenza viene infatti affermato che la Costituzione non conferisce il diritto all’aborto. Già Texas e Missouri hanno reso l’aborto illegale e tale divieto è atteso che entri in vigore in 13 Stati americani nei prossimi 30 giorni.

Le reazioni contrarie, inevitabilmente, non si sono fatte attendere. Oggi è un giorno triste, ha affermato il presidente americano Joe Biden e ha proseguito ribadendo che la Corte Suprema Usa ha portato via un diritto costituzionale sottolineando che si è trattato di un «tragico errore», frutto di una ideologia estrema, che avrà conseguenze sulla salute e sulle vite delle donne del Paese. Il Presidente ha subito lanciato un appello a Capitol Hill per ripristinare la precedente sentenza sul diritto all’aborto come legge federale.

Gli hanno fatto eco Kathi Hochul, governatrice dello Stato di New York, e il sindaco della Grande Mela, Eric Adams: «L’accesso all’aborto è un fondamentale diritto umano e resta sicuro, accessibile e legale a New York». Anche l’Onu è intervenuto, affermando che abolire il diritto ad abortire è «un colpo terribile ai diritti umani della donne». Parallelamente alle proteste politiche sono scoppiate quelle di piazza con manifestazioni non solo davanti alla Corte Suprema, ma anche nel resto del Paese.

Anche in Italia sta salendo la tensione. E il dibattito riproporrà un tema fortemente divisivo. Nel nostro Paese il numero di interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) continua a scendere, risultando tra i più bassi al mondo. Nel 2020 le Ivg sono state poco più di 66 mila, il 9,3% in meno rispetto al 2019 e circa un quarto rispetto al picco massimo di 234 mila registrato nel 1983. Indispensabile, al di là del clamore mediatico, riflettere in modo ponderato, equilibrato e competente sulla questione. Abbiamo intervistato il professor Giuseppe Zeppegno, bioeticista e direttore del Ciclo di specializzazione in Teologia morale della Facoltà Teologica di Torino.

Professor Zeppegno, in Italia l’aborto è regolamentato dalla legge 194/78 che stabilisce le procedure da seguire in caso di richiesta di interruzione di gravidanza. Il titolo per esteso del documento parla anche di norme per la tutela sociale della maternità. A prescindere dal giudizio morale in merito, dopo oltre 40 anni dalla sua promulgazione, che bilancio ne possiamo fare? La donna è stata veramente tutelata?

È mia convinzione che la donna non sia sufficientemente tutelata, perché la legge 194/78 non è applicata nella sua interezza. Molto spesso, infatti, non sono considerati gli articoli posti a sostegno della maternità ed è proposto sbrigativamente l’aborto come l’unica soluzione possibile. Il secondo e il quinto articolo, invece, propongono il ricorso al servizio dei consultori familiari, cui è attribuito anche il compito di «far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza» e di «promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto».

Quali sono le ripercussioni sulla nostra società? Sono cambiate le relazioni e la società? Possiamo affermare che le donne sono più libere? È una vera conquista di emancipazione?

Il primo articolo della legge 194/78 afferma tra l’altro che «l’interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite». In ossequio a questa precisazione si potrebbero spendere più energie per educare le giovani generazioni ad una più attenta gestione della sessualità. L’aborto, infatti, per la maggior parte delle donne non è percepito come una conquista, ma come una drammatica scelta da affrontare spesso in solitudine e il cui ricordo diventa un peso da portare per il resto della vita.

Possiamo ritenere che l’aborto sia un diritto? Come ci poniamo nei confronti del nascituro?

La legge 194/78 al primo articolo specifica che «lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio». Il termine «inizio» può essere diversamente interpretato. Più chiaramente la legge 40/04 «assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Ciò nonostante, entrambe le leggi permettono l’aborto. Risulta pertanto evidente che nella nostra nazione il nascituro continua a non essere tutelato.

Un proverbio cinese afferma: «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Secondo la prospettiva cristiana, come possiamo affrontare un tema così delicato, ma collocandolo in un contesto più ampio recuperando una tensione verso la vita e la dignità nel cammino dell’esistenza? Quali i veri valori, quelli presunti tali e i disvalori nel mondo di oggi? Quale contributo può portare il Vangelo?

Diversi testi biblici, con espressioni di grande efficacia, rilevano l’attenzione e il rispetto dato a Dio già alla prima fase dell’esistenza umana. Cito a conferma il Salmo 139. Il salmista rivolgendosi a Dio ricorda tra l’altro: «Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati, quando ancora non ne esisteva uno». Allo stesso tempo la Chiesa in nome di Dio guarda con occhi di misericordia chi ha abortito o ha favorito l’aborto. Ne è riprova la Lettera Apostolica di Papa Francesco Misericordia et misera (2016). Al numero 12 il Papa scrive: «Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre».

Prendendo spunto dall’attualità, intorno all’aborto è utile allargare la riflessione ponendo delle domande. In uno Stato dei diritti chi tutela quelli del nascituro? Chi può affermare che la vita, iniziando con la fecondazione, può essere soppressa entro i 90 giorni? Forse l’embrione ha meno dignità del feto?

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