Addio a mons. Candellone, fu segretario del cardinale Pellegrino

Lutto – La sera di martedì 6 aprile è morto a 82 anni, all’ospedale Maria Vittoria di Torino, mons. Piergiacomo Candellone, classe 1938, ordinato sacerdote nel 1962. Fu segretario del cardinale Michele Pellegrino, poi vicario episcopale di Torino-Ovest e parroco di La Cassa

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Mons. Piergiacomo Candellone

Martedì 6 aprile sera 2021 è morto a 82 anni all’ospedale Maria Vittoria di Torino, mons. Piergiacomo Candellone, nato il 16 maggio 1938 a Venaria Reale, ordinato il 29 giugno 1962. Fu segretario del cardinale arcivescovo Michele Pellegrino; poi vicario episcopale di Torino-Ovest e parroco di La Cassa. Fu segretario del vicario generale e vescovo ausiliare Francesco Sanmartino, poi di Pellegrino succedendo a don Mario Cuniberto.

Essenziale la testimonianza sulla vicenda del Vandalino che nel 1970 pose un gesto più dirompente: il matrimonio di due preti che non avevano chiesto la dispensa. L’arcivescovo tenta di evitare l’irreparabile. Il 31 agosto scrive una nobilissima lettera a don Vittorino Merinas, che benedirà le nozze: «Mentre mi dichiaro sempre disponibile al dialogo, debbo riaffermare, in adempimento a un preciso dovere di coscienza, la mia risoluta disapprovazione circa la dichiarazione della comunità di essere disponibile a celebrare il matrimonio di preti. Confido che il senso di responsabilità non permetta che ciò avvenga. Se questo si avverasse, mi vedrei costretto, con grande dolore, a prendere atto che la comunità si è separata dalla comunione con la Chiesa e da chi il Signore ha posto a reggere la Chiesa. Esorto lei, fratello carissimo, e la comunità a riflettere nella preghiera sulla Parola di Dio e sull’insegnamento della Chiesa».

Candellone racconta l’ultima, drammatica telefonata: «Vi scongiuro di non porre atti che romperebbero la comunione tra voi e il vescovo. Sarei costretto a dichiararvi pubblicamente scomunicati». Gli dicono che le scomuniche hanno fatto il loro tempo. Le ultime, tristissime parole: «Ho studiato la storia per cinquant’anni. Non sarei così sicuro al posto vostro. Mettersi fuori della Chiesa significa rinnegare Cristo». Riflette Candellone: «Le parole di Pellegrino furono profetiche: dopo pochi mesi il Vandalino finì. A me rimane indelebile il ricordo di un uomo comprensivo e disponibile ma nella fedeltà alla sua coscienza e missione».

Sulla formazione della lettera pastorale «Camminare insieme» (1971) racconta il segretario: «L’arcivescovo annotò su decine di fogli riflessioni, critiche, suggerimenti, approfondimenti. Ai più stretti collaboratori Livio Maritano, Valentino Scarasso e Franco Peradotto e a noi della segreteria chiese osservazioni, critiche e pareri poiché nella sua umiltà riteneva che tutti potessero dargli un aiuto. Il titolo della lettera stentava a nascere. Un mattino, mentre passeggiava con Maritano, Scarasso e me, si fermò e chiese con un sorriso: “Che dite di “Camminare insieme”, come stiamo facendo noi, come ha fatto la diocesi?».

In una relazione del 31 maggio 1974 spiega i compiti della segreteria: il vescovo agisce solo in campo pastorale, «non ha né competenza né autorità nei campi civili, politici, economici». Verso l’arcivescovo un servizio primario «è trasmettere considerazioni e proposte, portando a sua conoscenza fatti che accadono, idee che circolano. Ha molte informazioni direttamente dai colloqui, dalle lettere, da altri collaboratori, ma con lui si ha quella “riverenza” che non si ha con la segreteria». Essenziale è la funzione di filtro: «Dobbiamo ascoltare più della metà di quanti chiedono di parlare con il vescovo e decidere se fissare il colloquio o indirizzarli ai vicari generali ed episcopali, ai direttori degli Uffici per rispettare le competenze e per l’impossibilita dal vescovo di ricevere tutti».

Con sacerdoti, religiosi, le religiose il colloquio è subito fissato, anche se molti si consigliano con il segretario: «Il nostro consiglio è sempre un colloquio diretto con il padre. Ci vuole molta pazienza nell’ascolto dei bisognosi: è compito del segretario, che non risolve direttamente i casi ma li indirizza alla Conferenza San Michele-La carità dell’arcivescovo, con un chiaro discorso sulle limitate possibilità nell’aiuto economico come conseguenza della scelta di indipendenza dal potere». I 15 membri della Conferenza San Michele ricevono a turno in via Nizza quanti la segreteria invia. Consigliano, aiutano a compilare domande di lavoro e di pensione, distribuiscono sussidi. Nel 1973 il bilancio della Conferenza fu di 9 milioni di lire, metà data dall’arcivescovo, metà reperita dai confratelli.

«Facciamo catechesi con quanti si lagnano delle nuove linee pastorali» su battesimo, cresima, prima comunione, corsi per fidanzati, matrimoni fuori parrocchia, comunione nella mano. Confida don Candellone: «L’ufficio informazioni Sip, interpellato su problemi religiosi, dà il numero della segreteria. Con queste persone cerchiamo di ragionare con calma e con argomenti validi e comprensibili. Gran parte delle persone si convince e ammettono che i preti non agiscono per capriccio o per creare difficoltà, ma seguendo criteri pastorali validi».

E le raccomandazioni? «La risposta è sempre negativa. Il 50 per cento di coloro che si rivolgono al vescovo chiedono una raccomandazione o un aiuto». Ogni anno arrivano 2 mila lettere e 1.500-1.800 auguri. Molti gruppi, associazioni, delegazioni chiedono udienza e l’arcivescovo incoraggia o corregge iniziative e mentalità. «Fin dall’inizio del suo servizio, Pellegrino ha sottolineato la sua missione di pastore, lasciando cadere tutto ciò che lo equiparava alle autorità pubbliche. Non partecipa a manifestazioni civili: questo lo priva di molti contatti ma rende i rimanenti incontri meno protocollari e più veri».

«Non siamo in conflitto con nessuno» testimonia don Candellone. I rapporti con la stampa sono affidati all’Ufficio comunicazioni sociali, «ma di fatto i giornalisti telefonano alla segreteria perché quando le notizie urgono e il giornale va in macchina l’Ufficio è chiuso. È una notevole responsabilità: un’informazione imprecisa o un giudizio avventato sono estremamente dannosi». Nella relazione del 1974 il segretario ribadisce: «Alla missione pastorale del vescovo indispensabile è l’indipendenza da pressioni politiche, economiche, amministrative. Ed è necessario non farne, a nostra volta, invadendo campi altrui. Una volta capito, questo atteggiamento è apprezzato. Secondo il protocollo, il vescovo è la prima autorità e riceve continui inviti a manifestazioni, feste, inaugurazioni. Spieghiamo a tutti perché l’arcivescovo non partecipa».

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