Addio a Pelè, il calciatore più noto al mondo

Brasile – Quando si parlava di calcio, e lo si farà ancora, la prima parole era Pelè, il giocatore brasiliano più conosciuto e noto nel globo. All’età di 83 anni dopo tante lotte e dribbling nei confronti dei malanni che l’avevano colpito Pelè è deceduto il 29 dicembre a San Paolo

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Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelè

Quando si parlava di calcio e lo si farà ancora la prima parole era Pelè, il giocatore brasiliano più conosciuto e noto nel globo. All’età di 83 anni dopo tante lotte e dribbling nei confronti dei malanni che l’avevano colpito Pelè è deceduto il 29 dicembre a San Paolo. La sua vita terrena si è interrotta la sua leggenda sportiva e umana rimarrà per sempre. Come Fausto Coppi, Tazio Nuvolari, Jessie Owens, Nadia Comaneci, e più degli altri grandi secondo dopo O Rei, il pibe de oro Diego Armando Maradona. Edson Arantes do Nascimento era nato il 23 ottobre 1940 nel villaggio di Tres Coracoes, nello stato meridionale del Minas Gerais, era povero, avrebbe potuto vivere nelle terre tra Belo Horizonte e la difficile terra di miniera, grazie al suo talento e un pallone è diventato un mito. E’ stato l’unico giocator  della storia ad aver vinto tre campionati del Mondo: il suo Brasile risultò campione nelle edizioni del 1958, del 1962 e del 1970 .

Pelé ha giocato per tutta la sua carriera in due sole squadre, il Santos in Brasile dal 1957 al 1974 e i New York Cosmos negli Stati Uniti dal 1975 al 1977. Al Santos, squadra della città omonima dello stato di San Paolo, arrivò a sedici anni: era figlio di un calciatore e aveva mostrato, nei campionati giovanili, doti tecniche e atletiche fuori dal comune.

Con il Santos Pelè conquistò il mondo con la maglia verdeoro il pianeta intero. Il Santos dopo quel Mondiale divenne la squadra che tutti volevano vedere: principalmente, se non unicamente, per la presenza di Pelé. Con il club brasiliano giocò fino al 1974 e vinse dieci campionati statali paulisti e sette nazionali. Tra il 1962 e il 1963 vinse le prime due coppe Libertadores del calcio brasiliano e poi le prime due Coppe Intercontinentali, battendo prima il Benfica di Eusebio e poi il Milan di Maldini, Trapattoni e Rivera. Gli impegni ufficiali erano solo una parte della storia, perché in quegli anni la squadra brasiliana organizzò una serie di tournée mondiali, con amichevoli in mezzo mondo: principalmente Sudamerica e Europa, ma anche America del Nord, dove il “soccer” era uno sport agli albori, Asia, Australia e persino Africa.

Il Santos organizzava amichevoli come se fossero tappe di un tour musicale e Pelé era l’indiscussa rockstar: nel 1959 in 44 giorni in Europa giocò 22 partite, con tredici trasferimenti fra nove differenti paesi e venti diverse città. L’organizzazione non era quella a cui siamo abituati oggi, con le squadre protette e isolate: le foto dell’epoca mostrano Pelé continuamente circondato da decine o centinaia di persone. Dopo averlo conosciuto attraverso i racconti della radio e le foto sui giornali, tutti volevano non solo vederlo, ma anche toccarlo: molti ci riuscivano. Arrivò ovunque in Italia da Mantova al Moccagatta di Alessandria contro i mitici grigi. Insomma una favola.

Pelè ha vinto dunque con il Brasile giocato con il Santos e i Cosmos di New York lo volevano tutti e oggi dicono che sono stati ad un passo dall’acquistarlo le grandi d’Europa e d’Italia, ma Pelè è stato l’uomo degli oltre mille reti in poco più di mille partite 1.281 gol in 1.363 partite in carriera , da 17 anni, quando si laureò campione del mondo nel 1958 in Svezia all’ultima giocata del 1977. Poi tante altre cose, famiglie, politica sportiva, politica istituzionale, ministro del governo brasiliano, icona di un calcio romantico che con lui scompare definitivamente aprendo ad una stagione che nonostante i Messi e Ronaldo Cristiano, è lontano anni luci dalla leggendaria finale dell’Azteca tra Italia e Brasile quando Pelè salì in cielo superando Tarcisio “roccia” Burgnich insaccando la rete che avrebbe portato nell’olimpico una delle più grandi Selecao della storia.  A fine carriera Pelé consegnerà ai microfoni la seguente dichiarazione: “E’ questo il gol che ricordo piu‘ volentieri”. A delusione sbollita Burgnich ricostruirà così la dinamica dell’ azione: “Sul cross dalla sinistra io e Pelé eravamo in linea. Mi attendevo un traversone teso e feci un passo in avanti per paura che mi anticipasse. Pelé indietreggiò e venni colto in contropiede. Il cross era morbido, lui ebbe un grande stacco e piazzò il pallone. Il Brasile vince 4-1. In quel giugno del ‘ 70 Pelé al massimo e rappresenta il massimo. E’ l’allenatore in campo del Brasile. Incita i compagni, li rimprovera, li guida. Segna contro Cecoslovacchia (un gol) e Romania (doppietta) nel girone eliminatorio e contro l’Italia in finale. Il capocannoniere del torneo è il tedesco occidentale Gerd Muller con 10 reti, ma Pelé diventa l’icona del calcio.

Pelé è stato senz’altro uno di quei giocatori che col pallone ci sapeva fare ben più di altri. Quando lo si vedeva giocare appariva chiaro, lampante, che di giocatori così in giro non ce ne erano molti, anzi, ce ne erano pochissimi, quasi nessuno. Rispetto a Cruijff, Maradona e soprattutto Messi (o Cristiano Ronaldo), Pelé era diverso. E’ stato il prototipo del calciatore moderno. Quando si parla del suo gioco si rischia di rimanere incastrati nei clichè che si appiccicano ai migliori calciatori brasiliani, all’idea del fútbol bailado, della bellezza un po’ fine a sé stessa. Ma guardando giocare Pelè quello che ho scoperto è l’universalità del suo calcio. Forse poteva nascere solo in Brasile un giocatore così, ma non è solo brasiliano il suo modo di giocare, non è Rivelino, Jairzinho o Gérson, che sono nati per giocare nel Brasile del 1970. Pelé avrebbe potuto giocare ovunque e in ogni tempo e sarebbe stato sempre il migliore in campo.

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