Affidarsi non è rassegnarsi

Commento alle Letture dell’XI Domenica del Tempo ordinario (16 giugno) – Vangelo Marco 4,26-34

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«Senza parabole non parlava con loro ma in privato ai suoi discepoli spiegava ogni cosa». Il versetto che conclude il brano evangelico di questa domenica del tempo ordinario non è una tattica comunicativa o peggio ancora un discorso criptico per addetti ai lavori. Ci troviamo di fronte invece alla pienezza della rivelazione biblica che non ha come scopo la spiegazione, il ragionamento assertivo ma l’accoglienza della straordinaria forza della Parola stessa che si rivela proprio lì dove il pensiero assertivo allontana o indurisce il cuore. Il senso delle parabole che racconta il Maestro non sta in parole segrete e incomprensibili, il senso delle parabole sta invece nel lasciarsi stupire da un mistero, quello del Regno che ci sorpassa e ci avvolge. Il Regno di Dio, espressione utilizzata in questa pericope è la persona di Gesù, i suoi gesti, le sue parole e il suo mistero pasquale di passione, morte e risurrezione.

Le parabole che il Vangelo ci offre oggi sono collegate l’una con l’altra ma hanno due diversi contenuti. La prima parabola ci introduce nel comprendere la modalità di  sviluppo del regno di Dio. Questo modo sembra quasi paradossale che emerge per contrasto dall’immagine naturalistica che fa da sfondo al racconto. Il seme germoglia e cresce senza far conto dell’attività del contadino che assiste quasi impotente alla crescita del seme «sia che vegli sia che dorma, il seme germoglia e cresce». Apparentemente sembra che siamo di fronte alla descrizione di una passività frustrante per tutti coloro che attendono l’avvento del regno di Dio e si impegnano per renderlo presente nel mondo. Lungi dall’essere un elogio della passività questa prima parabola è molto rasserenante: l’aveva già capito sant’Ignazio di Loyola nella sua celebre espressione: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio». Affidarsi non è rassegnarsi, non lo è per la parabola non lo deve essere neanche per noi. Il cristiano si affida non si agita sapendo che il risultato finale «la mietitura» è un’azione divina e non umana. Mi piace pensare che Dio non licenza per scarsa produttività i suoi operai fedeli e inoltre ai suoi operai fedeli il Vangelo toglie l’ansia da prestazione: il risultato è certo nelle mani di Dio che è  agricoltore senza pari.

Il tema della seconda parabola invece è un elogio della piccolezza. Questa piccolezza è l’unico tesoro che ci lascia il Vangelo. La via e la missione di Gesù lo hanno portato ad essere insignificante come il granello di senape «il più piccolo di tutti i semi». Nel contesto di allora davvero non si fatica a pensare a Gesù come ad un ebreo marginale (John P. Meier) e questa marginalità è un vestito che riveste la presenza cristiana soprattutto nel nostro mondo occidentale.  Solo in uno stile di piccolezza, senza ostentare grandezze non si allontana il Regno di Dio e non ci si allontana dal Regno di Dio. Dio infatti ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile (piccolo) e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono (1 Cor 1,27-28). Dio ha scelto me e la mia piccolezza per far spazio alla sua grandezza e non viceversa.

Io divenni piccolo perché attraverso la mia piccolezza potessi portarvi in alto donde siete caduti (testo apocrifo).

padre Andrea MARCHINI

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