Afghanistan, Iraq: non dimentichiamo

Medio Oriente – Una mostra ad Almese sul reportage nel Kurdistan iracheno «Tacciano le armi», realizzato in occasione nella visita del Papa, da Adriana Fara, Stefano Stranges e Marioluca Bariona: «le elezioni in Iraq del 10 ottobre avranno ripercussioni su tutta la regione. L’appello della Chiesa Caldea: basta corruzione e violenza»

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Un'insegnante nel campo profughi di Qushtapa (foto S.Stranges)

Dopo la presentazione, in anteprima nazionale presso il Sermig di Torino, del reportage «Tacciano le armi» (edizioni Eugràphia in collaborazione con il Focsiv), curato dalla giornalista Adriana Fara con le immagini dei fotoreporter Stefano Stranges e Marioluca Bariona (cfr. www.vocetempo.it/in-iraq-tacciano-le-armi/) i conflitti nel tormentato Medio Oriente non sono cessati. Il 19 luglio, nel settimo anniversario dell’espulsione dei cristiani di Mosul da parte dei jihadisti sunniti dello Stato Islamico, l’Isis aveva rivendicato l’attentato – all’inizio della principale solennità musulmana, la Festa del Sacrificio – in un mercato a Baghdad; le vittime, oltre 35 persone, tra cui donne e bambini. E subito dopo la crisi afghana che da metà agosto ha riportato il mondo indietro di 20 anni: lo spettro dell’attentato alle Torri Gemelle è una ferita che continua a sanguinare. Dunque in quelle terre le armi non «tacciono» nonostante il grido di supplica del Papa durante il viaggio in Iraq e in Kurdistan nel marzo scorso, a cui si ispira il reportage dei tre professionisti torinesi realizzato in quei giorni. «Tacciano le armi» nell’intenzione degli autori, proprio perché i riflettori sui conflitti in quell’area non si spengano, verrà presentato nei prossimi giorni alla Federazione della Stampa a Roma e al Salone del libro off di Torino (15 ottobre, Galleria Dafne, via Vanchiglia 16). La mostra fotografica con gli scatti di Stranges e Bairona è allestita dal 9 ottobre (alle 18 la presentazione del libro) al Ricetto per l’Arte – Agorà della Val Susa ad Almese fino al 25 ottobre e poi ad Alghero, nella suggestiva Torre di Sulis dal 2 al 15 novembre con Amnesty International e Emergency.

«Nel tentare di capire quali esiti avrà la crisi afghana in corso» sottolinea Adriana Fara, autrice del Caffè dei giornalisti, esperta di Medioriente (ha vissuto 5 anni in Arabia Saudita, Kuwait e in Bahrain, ha collaborato tra l’altro con Rai, La Stampa e Corriere della Sera come inviata in missioni estere nei Balcani, Africa Libano, Iraq e Kurdistan) «non dobbiamo dimenticare che il domenica 10 ottobre in Iraq e in Kurdistan si vota, elezioni che avranno ripercussioni anche sugli equilibri dei Paesi confinanti». È dei giorni scorsi l’appello della Chiesa caldea – che esorta gli iracheni a recarsi alle urne per scegliere i propri rappresentanti – al Governo iracheno «a instaurare un clima che permetta ai cittadini di votare liberamente e senza pressioni». La legge elettorale irachena riserva alle minoranze cristiane una quota minima di 5 seggi, nelle 5 province di Baghdad, Kirkuk, Erbil, Dohuk e Ninive: il Patriarcato ricorda di aver proposto senza esito «una lista unica»: per questo i Vescovi esortano i cristiani a scegliere i propri rappresentanti perché lavorino «per la pace e la coesione nel Paese». Ne va della sopravvivenza della minoranza cristiana rincuorata dalla visita di Papa Francesco. Il 10 ottobre saranno almeno 34 i candidati cristiani presenti nelle liste elettorali, 325 i seggi del Parlamento contesi da circa 44 coalizioni, in cui sono confluiti 267 Partiti. I candidati si calcola siano più di 3500.

Papa Francesco ad Erbil, durante la sua visita apostolica nel marzo scorso (foto S.Stranges)

Intanto, prosegue Adriana Fara, l’impegno di giornalisti, medici e degli italiani che a vario titolo hanno lavorato in Afganistan e delle organizzazioni come la Focsiv (Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario), l’Associazione International Help di Torino che ha riportato in Italia i medici della «Clinica dell’Amicizia Italia-Afghanistan» di Kabul e la Ciano International (Compagnia internazionale per il cibo) da agosto operano senza sosta per far espatriare la gente che cercava di uscire dal Paese in mano ai Talebani. «Siamo rimasti in contatto con la Farnesina giorno e notte» prosegue Fara «per fare da ponte con i colleghi e i medici a Kabul cercavano di far arrivare all’Abbey gate dell’aeroporto chi era iscritto nelle liste umanitarie ma non riuscivano a raggiungere i voli. Siamo riusciti ad imbarcare qualche centinaio di persone che hanno collaborato con i militari italiani, una famiglia è arrivata a Settimo, una a Venaria, altre in diverse città italiane con il sostegno della Focsiv. Chi ha assistito a Kabul a questo esodo ci ha raccontato scene drammatiche di bambini con le ossa rotte trascinati nello scolo che separava la barriera dell’aeroporto alle piste». Una minoranza è riuscita a salire sui voli militari e in molti si chiedono se è giusto aver lasciato migliaia di afghani nella disperazione. «Certo il nostro obiettivo era salvare il maggior numero di persone anche se siamo coscienti che è una goccia in un mare di lacrime ma è pur qualcosa».

Campo profughi in Iraq (foto ML.Bariona)
Il campo profughi di Erbil. (foto M.Bariona)

Adriana Fara, come ha scritto su www.caffedeigiornalisti.it, sito «al servizio della libertà di stampa» con particolare attenzione ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, è preoccupata per la sorte dei giornalisti afghani da subito «imbavagliati»: quando i riflettori si spegneranno (dopo un mese dall’evacuazione l’Afghanistan non è più nelle prime pagine dei giornali o nei titoli di apertura dei Tg) cosa sapremo di loro? «Mi ha riferito Roberto Bruni, ceo di Ciano International, che c’è ancora molto da fare in Afghanistan e qui in Italia per far vivere in dignità e sicurezza i giornalisti afghani. A Kabul la situazione, è tragica e si sta cercando di capire quale confine può concedere il passaggio: Uzbekistan e Tagikistan sono chiusi, solo l’Iran rimane aperto agli afghani hazari, minoranza perseguitata dai talebani, e ai tanti giornalisti e professionisti riusciti ad espatriare. Il Pakistan sta ‘selezionando’ i permessi umanitari: ‘auspichiamo una soluzione congiunta, una certezza di espatrio in sicurezza per le migliaia di persone che ancora devono e vogliono lasciare il paese’».

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