Afghanistan, l’Armata rossa umiliata dai «mujaheddin»

27 dicembre 1979 – Hafizullah Amin, presidente della Repubblica socialista dell’Afghanistan, sta cenando nel sontuoso palazzo presidenziale di Kabul quando gli ospiti iniziano a sentirsi male. Anche Amin crolla con la testa nel piatto. La cena era stata avvelenata dal KGB, il servizio segreto sovietico: l’intervento di un medico russo salva la vita del presidente, che poco dopo viene ucciso (…)

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La sera del 27 dicembre 1979 Hafizullah Amin, presidente della Repubblica socialista dell’Afghanistan, sta cenando nel sontuoso palazzo presidenziale di Kabul quando gli ospiti iniziano a sentirsi male e si accasciano. Anche Amin crolla con la testa nel piatto. La cena era stata avvelenata dal KGB, il servizio segreto sovietico: l’intervento di un medico russo salva la vita del presidente. Poche ore dopo il palazzo è sotto attacco e Amin esce in mutande e con una flebo nel braccio. Forze speciali sovietiche e una squadra del KGB combattono contro la guardia presidenziale per la conquista del palazzo: Amin è ucciso.

CONFLITTO DURATO UN DECENNIO – L’attacco al palazzo presidenziale e il colpo di Stato segnano l’inizio dell’invasione sovietica dall’Afghanistan, un conflitto durato un decennio con migliaia di morti, fallimentare come il successivo tentativo degli Sati Uniti – dopo l’attentato dei terroristi islamici alle Torri gemelle di New York l’11 settembre 2001 – che dall’Afghanistan se ne andranno vinti e scornati. Per l’Urss è l’ultima avventura internazionale prima del disfacimento dell’impero dal 1991 e segna la coscienza di migliaia e migliaia di russi, non diversamente da come la sciagurata guerra in Vietnam negli anni Sessanta-Settanta del XX secolo aveva segnato gli Usa. Seicentomila soldati russi, chiamati «afgantsy», prestano servizio nel Paese e migliaia di giovani portano nella carne le ferite rimediate sulle montagne afghane.

La guerra in Afghanistan dura dal 24 dicembre 1979 al 15 febbraio 1989 e, informa Google-Wikipedia, «vede contrapposte le forze armate della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, sostenute da truppe terrestri e aeree dell’Unione Sovietica, e vari raggruppamenti di guerriglieri afghani “mujaheddin”, appoggiati da numerose Nazioni occidentali. I combattenti mujaheddin – divisi in più schieramenti che mai ebbero e non hanno neppure oggi una guida unitaria – intraprendono una lunga guerriglia, spalleggiati da Stati Uniti, Pakistan, Iran, Arabia Saudita, Cina e Regno Unito».

MOLTISSIME VITTIME E DANNI – Oltre 9 anni di guerra provocano moltissime vittime, specie civili, e vaste devastazioni. Il conflitto si conclude con ritirata delle truppe di invasione conclusa il 15 febbraio 1989, mentre i «mujaheddin» inseguono le truppe governative. Wikipedia ricorda: «Viene definito da alcuni storici come il “Vietnam sovietico”, tracciando un parallelo con la guerra del Vietnam. Le pesanti perdite afghane subite in campo aperto convincono i “mujaheddin” ad adottare tecniche di guerriglia su un terreno più favorevole, le montagne. Questo obbliga l’Armata Rossa, forza convenzionale, ad abbandonare i grandi rastrellamenti per operazioni su scala più piccola e mirata».

L’11 marzo 1985 Michail Gorbačëv diventa segretario del Pcus dopo i brevi governi di comunisti «duri e puri» Jurij Vladimirovič Andropov e Konstantin Ustinovič Černenko. La stampa occidentale le chiamava «le mummie del Cremlino». Il 1985 è l’anno più sanguinoso del conflitto. Wikipedia ricorda: «La fornitura ai mujaheddin dei loro sostenitori internazionali di armi antiaeree sempre più sofisticate aumenta drasticamente le perdite di velivoli sovietici. Gli insuccessi e le pesanti perdite nel 1985 convincono Gorbačëv dell’inutilità di continuare la guerra: il 17 ottobre il segretario esprime l’intenzione di ritirare le truppe e fa intendere che l’intervento in Afghanistan è stato un errore grossolano. La nuova politica della “glasnost, trasparenza” consente ai giornalisti di scrivere finalmente la verità e di informare la popolazione delle reali situazioni sul terreno».

IL MALCONTENTO SI DIFFONDE FRA LE TRUPPE. Scrive il maresciallo Sergej Fëdorovič Achromeev, capo di stato maggiore dell’Armata Rossa, citato da Wikipedia: «Il popolo non approvava la guerra. Le ragioni dell’ingresso delle nostre truppe in Afghanistan non gli erano mai state spiegate, anche perché era impossibile farlo. Le perdite non erano perciò considerate necessarie e inevitabili». Gorbačëv avvia colloqui internazionali – sotto egida Onu – per fissare il ritiro delle truppe sovietiche. Il 14 aprile 1988 Afghanistan e Pakistan, Unione Sovietica e Stati Uniti firmano gli accordi di Ginevra, stabilendo la non ingerenza e la non interferenza nelle questioni del vicino e fissando i termini generali per il ritorno dei profughi afghani alle loro case. Il trattato stabilisce anche il calendario per il ritiro dei sovietici in due scaglioni (15 maggio-16 agosto 1988 e 15 novembre 1988-15 febbraio 1989), presente una missione di osservatori dell’Onu per monitorare il ripiegamento. L’Iran rifiuta di firmare gli accordi e continua a fornire assistenza ai «mujaheddin».

SCRIVE ANNA ZAFESIVA, commentatrice di cose russe su «La Stampa»: «Quando il 15 febbraio 1989 il generale Boris Gromov attraversa su un blindato il ponte dell’Amicizia, ultimo militare sovietico ad abbandonare l’Afghanistan, tutto il mondo lo vive come una sorta di lieto fine. La giustizia si compiva dieci anni dopo un’invasione assurda quanto disastrosa, ultimo sussulto imperialista di un regime che stava vacillando sotto il peso della sua stessa inefficienza». Quando, 32 anni dopo, «qualsiasi avvicendamento drammatico a Kabul e dintorni viene visto a Mosca attraverso la lente di questo ricordo. Ritirarsi da un Paese che ha fama di “tomba degli imperi” è una sconfitta delle ambizioni globali, e il Cremlino – per il quale l’anti-americanismo è da anni un perno sul quale ruota la politica geopolitica – non è riuscito a nascondere il compiacimento per la ritirata precipitosa degli Usa». E conclude: «Nella visione della politica internazionale come di un gioco a somma zero, una sconfitta di Joe Biden è già una mezza vittoria di Vladimir Putin, o comunque mette i russi sullo stesso piano degli americani, rendendo meno umiliante la propria sconfitta».

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