Al Regio Falcone e Borsellino

“L’eredità dei giusti” – È affollato il palco del Regio. Orchestra nel massimo spiegamento, Coro schierato, un soprano, Maria Teresa Leva, in attesa di vocalizzare il «Libera me». Alessandro Cadario, direttore attento e analitico, formazione milanese, spiccata famigliarità con la musica contemporanea, è sul podio

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È affollato il palco del Regio. Orchestra nel massimo spiegamento, Coro schierato, un soprano, Maria Teresa Leva, in attesa di vocalizzare il «Libera me». Alessandro Cadario, direttore attento e analitico, formazione milanese, spiccata famigliarità con la musica contemporanea, è sul podio. Cinque attori del Piccolo Teatro di Milano si muovono rapidi al proscenio. Sullo sfondo un megaschermo propone le immagini tremende di due stragi. Linguaggio multimediale. Capaci, presso Palermo, 23 maggio 1992. Muoiono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, entrambi magistrati, gli uomini della scorta. Due mesi dopo, 19 luglio, via D’Amelio. Tocca ad un altro magistrato, Paolo Borsellino, lui e i suoi agenti.

Commissionata dal Teatro Regio in coproduzione con il Piccolo di Milano, MiTo Settembre Musica e il Massimo di Palermo, va in scena la prima esecuzione assoluta di «Falcone e Borsellino. L’eredità dei giusti», musica del compositore milanese Mario Tutino, 68 anni compiuti in questi giorni, al suo attivo un cospicuo catalogo operistico,drammaturgia di Emanuela Giordano. «Io sono un compositore di opere – spiega Tutino – ma troppo spesso, ultimamente, il termine viene usurpato, utilizzato per spettacoli generici che con l’opera non hanno niente a che fare». Qui non ci sono scene, non ci sono costumi, non c’è la drammaturgia di un soggetto operistico.

Dunque è una sorta di ‘racconto in musica’ della durata di settanta minuti suddiviso in tre sezioni. La prima, «Le stragi», riflette la forma del melologo, il discorso musicale accoglie la recitazione, senza mai prevaricare la parola parlata. Segue la reazione: contiene il «Libera me» composto trent’anni prima su testo di Consolo per soprano e orchestra. La terza parte, intitolata «Il presente», si fonda su due momenti forti, connotati da una intensa vena lirica, il Coro «Cosa resta di noi», parole di Emanuela Giordano, e la struggente aria per soprano e orchestra «Nun mi lassari sulu» (Non lasciarmi solo) su testo di Ignazio Buttitta.

Tutino, anche in questa composizione, dotata di forte tensione narrativa, si conferma esponente di spicco di quel filone neo-romantico e forse anche neo-melodico di cui è costellata la sua produzione: da «La lupa» a «Le braci», da «La Ciociara» a «Miseria e nobiltà». L’attenzione per le stragi siciliane si manifesta nel 1993 quando si rende promotore di un «Requiem per le vittime della mafia» su testo di Vincenzo Consolo che coinvolge, oltre alla sua persona, altri sei compositori e viene eseguito il 27 marzo di quell’anno nella gremita Cattedrale di Palermo suscitando grande emozione. Ciò nonostante, non verrà più ripreso.

Si pone degli interrogativi la drammaturga Emanuela Giordano: «A chi ci rivolgiamo? A chi ha dimenticato, a chi non era ancora nato, a chi ha sofferto più di tutti, a chi non sa, a chi ha fatto finta di non sapere, a chi ha lottato e lotta ancora per la giustizia. Non abbiamo nulla da insegnare, nessuna verità da svelare: ‘L’eredità dei giusti’ è un rito laico di condivisione umana». Scavare nella memoria, rievocare lo sgomento. E’ questa la parola d’ordine. «Cosa resta di noi, che cosa resta. Uniti solo i morti, divisi solo i vivi». Il giudice Gian Carlo Caselli, in un bel contributo al programma di sala, rievoca le parole di Paolo Borsellino: «La lotta alla mafia non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso che coinvolga tutti, che tutti aiuti a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della complicità».

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