Il grande messaggio della Festa dei Popoli

Con l’Arcivescovo – Sabato 6 gennaio per l’Epifania al Santo Volto è tornata la Festa dei Popoli, occasione per ricordare che il Vangelo è rivolto a tutti senza alcuna distinzione di lingua, nazionalità e origini. La giornata si è aperta alle 11 con la Messa presieduta da mons. Roberto Repole alla presenza di tutte le comunità etniche cattoliche della diocesi. È seguito il pranzo e un pomeriggio di festa. GALLERY

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Una Torino multietnica e festosa si è riunita il 6 gennaio al Santo Volto per la tradizionale Festa dei Popoli organizzata dalla Pastorale Migranti, che caratterizza il giorno dell’Epifania. Oltre mille persone, di più di 10 nazionalità differenti, hanno testimoniato il loro sentirsi parte della città senza dimenticare le tradizioni, i costumi, i balli e i cibi, e senza dimenticare le sofferenze e le fatiche vissute lasciando la propria terra, i familiari. Hanno ascoltato le parole dell’Arcivescovo nella celebrazione che ha aperto la giornata, hanno condiviso la preghiera e poi, nel pranzo e nel pomeriggio, hanno dato spazio alle proprie «differenze» per offrirle in uno scambio che aveva come filo conduttore il senso della festa: testimoniare una multiculturalità che è ricchezza.

«Sono in Italia da 25 anni ormai», racconta Tatiana, che frequenta la cappellania rumena – oltre 150 i membri che hanno partecipato alla giornata – «e ho vissuto tante Feste dei Popoli, quello che per me ha caratterizzato questo 6 gennaio è come comunità etniche abbiamo scelto di partecipare offrendo alimenti per chi è in difficoltà. Un segno importante perché se all’inizio siamo stati accolti e aiutati, ora abbiamo il desiderio anche di restituire. Io non dimentico di aver dormito al Sermig quando sono arrivata in città, ma ora ho tre figli e uno sta studiando al Politecnico. All’inizio abbiamo certamente bisogno d’aiuto, ma il nostro desiderio è far capire che non siamo un peso, che abbiamo voglia di integrarci e che con il tempo Torino diventa anche la nostra città e possiamo rappresentare una risorsa».

E proprio sul legame con Torino si sofferma padre John Nkinga, missionario della Consolata originario del Kenya, dal 2020 cappellano della Comunità africana ecumenica di preghiera che riunisce famiglie di migranti nigeriani cattolici e pentecostali. Oltre 50 presenti al Santo Volto. «Mi sono occupato con un piccolo gruppo di organizzare la liturgia», racconta, «e in particolare per quanto riguarda le preghiere dei fedeli abbiamo pensato oltre a quelle ‘tradizionali’ di scriverne una proprio su Torino. Abbiamo così recitato ‘preghiamo per la Città di Torino che ci accoglie perché sia sempre una testimonianza viva dell’accoglienza cristiana vissuta sulla scia delle beatitudini…’.  Una invocazione voluta per ricordarci che anche noi oggi qui  siamo testimonianza di accoglienza e fraternità. Quella fraternità che ci è stata richiamata dalle parole del Vescovo e che nel giorno della Festa in mezzo a tanti altri migranti abbiamo sentito particolarmente viva e bella».

«Come sarebbe bello», ha sottolineato mons. Repole, «se oggi riscoprissimo degli occhi semplici, contemplativi, capaci di guardare la realtà di questo mondo, anche la varietà dei nostri popoli, con uno sguardo che, invece che di dividerci, ci mette in cammino, verso la grotta di Betlemme!».

Uniti  e in cammino come i Magi, compiendo quelli che l’Arcivescovo ha indicato come i tre passi «guardare le stelle», «ascoltare la Parola per recuperare quella sapienza che ci permette di indirizzarci al bambino della grotta di Betlemme», e inchinarsi di fronte alla manifestazione di Dio. «Quando arrivano alla grotta e lo vedono, i Magi si prostrano – dice il Vangelo – e lo adorano; si inginocchiano con la faccia a terra, dicendo che depongono tutto di se stessi per riconoscere la regalità, la bellezza e la grandezza soltanto di Lui.

E anche questo passo, prima o poi, lo dobbiamo compiere, se vogliamo che davvero Gesù continui a manifestarsi a ognuno di noi e ai nostri popoli e alla nostra umanità. Soltanto chi si prostra davanti a quel bambino è capace di non piegarsi di fronte a niente e di essere libero; soltanto chi si prostra davanti a quel bambino in adorazione è capace di avere la libertà di non dover adorare nessun altro, fosse anche l’uomo più potente di questa Terra; soltanto chi si prostra in adorazione davanti a quel bambino è capace di non adorare neppure se stesso, le sue passioni, i suoi vizi. Perché spesso pensiamo di essere liberi, ma siamo terribilmente vittime dei nostri sentimenti, delle rabbie, dei rancori, dei nostri vaneggiamenti di gloria, dei nostri desideri di potenza…».

Un messaggio, quello della della libertà offerta dalla fede cristiana, che ha toccato il cuore dei tanti migranti presenti perchè  spesso si sentono prigionieri del pregiudizio e della condizioni di sofferenza e di odio che lacerano i paesi da cui provengono. Così, con questa prospettiva è stata «festa» anche per la piccola comunità di Cattolici Ucraini di Rito Bizantino guidata da don don Ihor Holynskyy. Comunità segnata da una guerra, ma  sottolinea don Ihor: «oggi ancora una volta in questa giornata abbiamo sperimentato che anche se apparteniamo a popoli diversi, siamo tutti figli di Dio e così come tali in fondo condividiamo tutti anche le sofferenze dei conflitti, ed è proprio perché siamo tutti figli sappiamo che è la pace interiore che Lui ci dà che dobbiamo custodire e che ci dà speranza».  Un messaggio di fiducia rivolto anche ai piccoli come i due bambini ucraini che hanno vissuto la festa dei popoli come tappa del cammino per la «Solenne Comunione».

Speranza e fiducia nella festa della Epifania sono così risuonate in un clima di gioia, di preghiera di quella fraternità che è stato ancora l’ultimo richiamo espresso dall’Arcivescovo in rapporto all’esperienza dei Magi e ai tre passi indicati. «Sono passi che oggi sono chiesti, per continuare ad essere ciò che siamo: tantissimi, ma un unico popolo, l’unico corpo di Cristo, una cosa sola nella diversità delle nostre lingue, delle nostre tradizioni, delle nostre storie, delle nostre culture».

Unità nelle diversità che nel pranzo è diventata mescolanza di sapori e di suoni. «È bello», conclude padre John, «anche scambiarsi secondo questa prospettiva le tradizioni dei nostri cibi. C’è festa per la nostra comunità nel preparare e offrire il ‘nigerian jollof rice, il nigerian fried rice, i platano fritto, ma anche nello scoprire i cibi delle altre comunità». «Per noi», concorda Tatiana, «è stato significativo offrire  le sarmale, i cozonac e le placinte, ma anche i contributi musicali come quelli dell’Ansamblul Flcloric Carpatica che con le canzoni proposte ci hanno fatto condividre anchè un po’ del Natale della nostra terra».

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