Alluvioni, sono un tema politico

Dopo l’ennesimo disastro – L’uragano che si è abbattuto sulle montagne piemontesi esige l’attenzione di tutti: gli equilibri dell’ambiente stanno cambiando

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Vietato parlare di emergenza. Gli scenari della crisi climatica impongono di cambiare linguaggio e definizioni di fronte agli eventi calamitosi che riguardano pezzi di Italia, uno dopo l’altro, a ripetizione. Le Marche due anni fa, l’Emilia Romagna nel 2023, ora molti pezzi di Valle d’Aosta e dell’area torinese. La montagna è fragile e questa non è una novità. Ma la frequenza e l’intensità degli eventi avversi, le piogge di mesi concentrate in poche ore, come ci dicono gli scienziati, impongono di cambiare verso. Non è una emergenza l’alluvione, come non lo sono frane e dissesto nel Paese più esposto all’implosione dei versanti montani – non senza rischio sismico in moltissime aree d’Italia – del mondo. Cambiare schema per evitare che la crisi climatica intrecciata alla crisi demografica renda sempre più oneroso e difficile ricostruire, quando invece è più semplice prevenire, o almeno necessario e urgente.

La strada che porta a Cogne, bloccata per almeno un mese, è una immagine che non riguarda solo quel pezzo di valle. Non solo perché tra Cogne e Cervinia – come in molti paesi delle Valli di Lanzo e del Canavese – vi sono migliaia di strutture ricettive e di «seconde case» di milanesi, genovesi, torinesi. Dunque riguarda anche loro, toccati direttamente. È un evento avverso, quello dei giorni scorsi, che è di Milano, Genova, Torino, che troppo poco in queste ore lo hanno compreso.

Non si trovano in rete molte dichiarazioni di solidarietà dei sindaci dei capoluoghi delle tre regioni. E comunque, quelle pochissime, non bastano. Con un dibattito accademico e scientifico che sempre più insiste sui legami «metromontani», tra territori urbani e rurali, alpini e appenninici, da montare e rigenerare, certe Istituzioni queste connessioni non le hanno comprese. Non hanno capito, o non vogliono dire, che la forza di quegli eventi distruttivi che si ripetono è anche un problema loro. Di San Babila, piazza San Carlo, di Marassi. Non è una provocazione politica. Non se ne parlerà in prima serata nei dibattiti sul piccolo schermo, eppure dobbiamo tutti comprendere che incendi, frane, terremoti in quei paesi sono un fatto politico del Paese e non solo dei paesi alpini. È una sfida complessa. Lo scrive bene Papa Francesco nella «Laudato Si’ e nella «Laudate Deum», parlando di giustizia sociale intrecciata ai cambiamenti climatici che provocano distruzione, non solo nei quadranti più poveri e indifesi del mondo.

Nel nostro Paese, l’abbandono delle terre, l’invecchiamento della popolazione, l’inverno demografico che tocca in modo maggiore i villaggi alpini rispetto ai quartieri urbani, è un fattore di criticità non locale. Sono flussi economici e sociali che vengono meno e che lasciano intere aree non presidiate. Non si tratta di tornare indietro, quando cinquant’anni fa tutti i prati erano sfalciati, non avevamo 12 milioni di ettari di bosco in Italia, ma sei, e la «presenza antropica» dell’uomo favoriva biodiversità (presenza di specie animali e di comunità, in una convivenza oggi sempre più difficile e piena di ostacoli anche ideologici) e abbassava i rischi.

Torrente in piena nei pressi di Cuorgnè

La storia va avanti e oggi le «strategie di adattamento», anche tra Torino e le valli circostanti, sono indispensabili. Torino Città aveva istituito, due anni fa, un assessorato alla Metromontagna che oggi è stato eliminato con l’uscita dalla Giunta dell’assessore incaricato. Un errore. Nei legami, tra Città e Valli di Lanzo, Pinerolese, Canavese, Val di Susa c’è un antidoto alle contrapposizioni e ci deve essere una consapevolezza culturale che poi diventa politica, istituzionale, investimenti. Torino potrebbe guardare alle foreste delle zone montane, con pianificazione e gestione, a suo vantaggio. Assorbono la Co2 prodotta, sono elemento centrale per avere meno frane e programmazione dei flussi idrici. Di fatto si può parlare di «corridoi ecologici» da fondovalle a monte, o anche di «green communities» che sono di fatto legami tra comunità per generare adattamento, investimenti, consapevolezza tra chi vive e chi frequenta, anche per turismo, le zone montane. Mentre si deve lavorare su opportunità di «neopopolamento» della montagna, incentivando anche chi si trasferisce, non riducendo servizi, dando opportunità per chi lavora e chi studia in quei paesi alpini, la città non può chiudersi nei suoi «15 minuti».

L’esempio della Diocesi di Torino unita a quella di Susa in un solo Vescovo è un buon modello di costruzione di questi legami, che fanno bene reciprocamente, che sono al centro di studi anche della Cei su come si sta nelle aree interne e montane del Paese, oggetto anche di tavoli della Settimana sociale dei Cattolici italiani di Taranto prima e di Trieste oggi.

Investire in prevenzione del dissesto, riduzione del rischio, non vuol dire solo spendere bene le molte risorse disponibili. Si calcola che 8,5 miliardi di euro sono a disposizione per questi obiettivi nel Paese, ma la burocrazia e i tempi lunghi per appalti e lavori li bloccano «nei cassetti» degli Enti locali. Comuni che non devono su questi temi lavorare da soli. Bensì insieme, tramite le Unioni montane di Comuni che vanno rafforzate in Piemonte come in Val d’Aosta. Anche il sindaco di Torino ci deve credere in questi processi di superamento delle barriere, di unità istituzionale che generano coesione e fiducia. Speranza, anche nella politica, se è vero che uno spirito conservatore è fomentato nelle zone rurali del Paese, nei piccoli Comuni dell’Italia come della Francia e della Germania, da senso di abbandono dello Stato, riduzione dei servizi pubblici, collettività più sole. L’antidoto è appunto la Politica, che si occupi di questi territori non solo occasionalmente, in campagna elettorale, o investendo in ricostruzione di strade e rimozione di frane, bensì in azioni permanenti e diffuse che favoriscano chi vive in quelle zone e anche le Autonomie locali capaci di essere pezzo di Stato vivo, a vantaggio di tutti. Perché le emergenze non sono tali, e la Storia recente è fatta (deve esser fatta) di politiche per riduzione delle disuguaglianze, degli squilibri, delle solitudini soprattutto nel mezzo delle crisi.

presidente nazionale Uncem (Unione dei Comuni, delle Comunità e degli Enti montani)

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