Alpini in Russia, 80 anni fa la ritirata del Don

16 gennaio 1943 – La tragedia della «sacca del Don». Dopo aver fermato l’avanzata dell’Asse – combattendo casa per casa nelle strade di Stalingrado – l’Armata Rossa il 19 novembre 1942 passa al contrattacco: è l’«Operazione Urano», una grande tenaglia per accerchiare da nord e da sud le forze nemiche tedesco-italiane. Il 16 gennaio 1943, esattamente 80 anni fa, inizia la ritirata

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«Un freddo da gelare» racconta Bartolomeo Fruttero, classe 1916, superstite della campagna di Russia, sentito dallo scrittore Nuto Revelli ne «La strada del davaj». Il «davaj» è il grido urlato dai sovietici: «Avanti, avanti» sotto le bufere di neve, con -40-50 gradi. Chi cade stremato è finito a colpi di mitra. «Nella notte sfiliamo in un vallone. I russi ci individuano e sparano con i mortai e le katiusce. Vediamo solo fiamme intorno. “Di corsa, di corsa” gridano gli ufficiali. Le compagnie si disperdono. Ci sono tanti morti, un solo grido tutto intorno: “Mamma, aiuto, mamma, muoio”».

Ottant’anni fa, la tragedia della «sacca del Don» «la pagina penetrata nell’immaginario collettivo – scrive lo storico Gianni Oliva – come simbolo della guerra fascista 1940-43 e dei prezzi pagati da un’intera generazione alle ambizioni imperialiste del regime». Dopo aver fermato l’avanzata dell’Asse – combattendo casa per casa nelle strade di Stalingrado – l’Armata Rossa il 19 novembre 1942 passa al contrattacco: è l’«Operazione Urano», una grande tenaglia per accerchiare da nord e da sud le forze nemiche tedesco-italiane. Il 16 gennaio 1943, esattamente 80 anni fa, inizia la ritirata. Il Corpo d’Armata Alpino all’inizio contava 61.155 uomini. Dopo la battaglia di Nikolaevka si contano 13.420 uomini usciti dalla sacca, più altri 7.500 feriti o congelati; 40 mila uomini rimasero indietro, morti nella neve, dispersi o catturati. Migliaia di soldati vennero presi prigionieri e portati nei vari campi di concentramento.

«Non sappiamo più da che parte scappare – testimonia Giovanni Battista Ranieri, classe 1918, superstite cuneese -. Tutte le isbe sono strapiene di feriti, molti sono stesi nella neve e gridano. A sera riprendiamo il cammino senza sapere dove andiamo, alla buona ventura, seguendo la colonna sempre più breve per i troppi che cadono morti, sfiniti, congelati». Gli Alpini delle divisioni «Cuneese, Tridentina, Julia» nell’estate 1942 sono 57 mila; tra caduti, dispersi, feriti; le perdite nelle steppe del Don ammontano a 43.850, quasi 80 per cento del totale. Nel dicembre 1942-gennaio 1943 l’Armata Rossa, del tutto impreparata, deve gestire migliaia e migliaia di prigionieri, un enorme fardello che richiede scorte, mezzi di trasporto, cibo. Gli ordini del Cremlino sono tassativi: trasferire i catturati verso l’interno nel più breve tempo possibile, anche con marce forzate di uomini assiderati, feriti, demoralizzati. Ogni mattina la marcia riprende lasciando sul terreno decine di morti assiderati.

«Nelle stazioni siamo caricati su vagoni in 80-100 dove ce ne stanno 50» ricorda un sopravvissuto, Domenico Appendino, di Carmagnola, fratello di mons. Natale Filippo Appendino. «Sono carri bestiame con finestrelle a fior di tetto sbarrate e piombate, chiuse da fuori con dei bulloni. Tra noi c’erano uomini illustri come lo scrittore Giovanni Guareschi, il giornalista Novello de “La Stampa”, il maggiore Farinacci fratello del famoso Roberto Farinacci, “ras” fascista di Cremona. Al campo di prigionia per i fumatori la mancanza di sigarette era il peggior dramma, superiore alla fame, al freddo, ai pidocchi. Ricordo che al mattino certi fumatori incalliti battevano la testa contro i muri della baracca e invocavano le sigarette invano».

A metà degli anni Ottanta del XX secolo uno storico scopre negli archivi moscoviti una lettera del 1943 di Palmiro Togliatti, noto come «Ercoli», capo dei comunisti italiani e chiamato dai compagni «il migliore». Egli, con tono freddo e distaccato, rifiuta di intervenire presso le autorità sovietiche perché ai soldati italiani prigionieri sia evitato lo sterminio, che Mosca applica agli invasori dell’Urss. Togliatti, addirittura, ritiene che politicamente sia utile che quei soldati non ritornino in patria: una lezione per il popolo italiano che ha sostenuto Mussolini e il fascismo. La lettera, pubblicata 40 anni dopo dai giornali, scatena il finimondo. L’onorevole comunista Achille Occhetto si dice «agghiacciato»; il repubblicano Ugo La Malfa prova «orrore» e il ministro democristiano Virginio Rognoni «sorpresa»; Sergio Garavini, capo di Rifondazione comunista, pur tra mille giustificazioni, prende misurate distanze. Solo l’ex-segretario del Pci, Alessandro Natta, si ribella, accusa di «cialtroneria» coloro che «parlano male» del defunto «migliore» e lo definisce «una grande personalità, un genio della politica».

A fine settembre 1944 un gruppo di internati, fra cui c’è Domenico Appendino, viene trasferito nel lager di Wietzendorf nella Germania occupata dai russi. «Inutile ricordare che da mesi i pacchi dono non arrivavano più. Però ogni tanto arrivavano pacchi della Pontificia Opera assistenza inventata dal Papa Pio XII. Il ricordo particolare di Wietzendorf è quello di aver mangiato parecchie volte delle ottime bistecche di topo. Nella baracca giravano i topi e alcuni miei colleghi più svelti ogni tanto ne pigliavano qualcuno, li pelavano, li ponevano sulla stufa, li giravano su e giù e li mangiavamo senza sale: erano ottimi. Il carbone non mancava, ce n’era dappertutto». Finalmente anche per Appendino, nel frattempo trasferito ad Amburgo, arriva la liberazione: «Fui destinato al rimpatrio il 23 luglio 1945. Siamo saliti su un treno, non più un carro bestiame ma con i sedili di legno di terza classe e abbiamo iniziato il ritorno. Il viaggio da Amburgo a Torino è durato 10 giorni. Vi erano tutti i ponti rotti. Dovevamo fare traslochi da treno a treno, camminando a piedi da una sponda all’altra nei tratti interrotti. Finalmente, il 3 agosto 1945, sono arrivato alla stazione di Porta Nuova a Torino».

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