Amazzonia, lo sciamano Davi Kopenawa incontra il Papa

Vaticano – Lo scorso 10 aprile Davi Kopenawa, sciamano e rappresentante degli Yanomami del Brasile, ha incontrato Papa Francesco: «Sapevo che era molto importante per me e per la causa del mio popolo parlare con Francesco» che condivide la denuncia della «situazione di calamità in cui vivono le comunità indigene dell’Amazzonia già da troppo tempo, situazione peggiorata molto

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Davi Kopenawi, del popolo Yanomami, nell'intervista ai media vaticani dopo l'udienza con il Papa - foto Vatican news

«Non ho paura dell’uomo bianco, ma ho tanta paura delle macchine che distruggono la terra e buttano giù gli alberi e creano fossati nel suolo per prenderne i minerali. Ho paura che questa attività estrattiva rovini le nostre comunità, i fiumi, la salute, la nostra sopravvivenza e le nostre ricchezze. Sono preoccupato per il nostro futuro. Anche le prossime generazioni avranno bisogno della foresta». Così ai media vaticani Davi Kopenawa, sciamano e rappresentante degli Yanomami del Brasile, parla dopo l’incontro privato del 10 aprile 2024 con Papa Francesco. «Sapevo che era molto importante per me e per la causa del mio popolo parlare con Francesco» che condivide la denuncia della «situazione di calamità in cui vivono le comunità indigene dell’Amazzonia già da troppo tempo, situazione peggiorata molto. Nonostante a livello internazionale sia stata riconosciuta la protezione di questi territori, sono stati invasi perché le autorità lo permettono, anzi hanno incentivato il fenomeno. Ho chiesto che per favore il Papa interceda con il presidente del Brasile e lo convinca a far ritirare i cercatori d’oro e gli altri sfruttatori».

Dal presidente filo-fascista e militare Jair Messias Bolsonaro al democratico Luiz Inácio Lula da Silva, la situazione non è affatto migliorata, segno evidente che l’ingordigia del denaro travolge e calpesta i diritti dell’uomo, degli uomini, di un popolo e dei popoli e che anche un capo con buone intenzioni non  può far molto se non ha una volontà di ferro. Di questi indios, che abitano tra Brasile e Venezuela, ha scritto l’etnografo francese Bruce Albert ne «La caduta del cielo». Da molti decenni con gli Yanomani condividono sorte e miseria i Missionari della Consolata di Torino, come fratel Carlo Zacquini, di Varallo Sesia, che dalla fine degli anni Sessanta vive con questi indios. È lui ad accompagnare Davi nelle visite in Italia e dal Papa. «Vorrei avere tanta fede quanta ne hanno loro» confida a «Radio Vaticana»: «Per me è un dono straordinario stare con loro. Fin dall’inizio sono rimasto scioccato per come erano trattati. La loro saggezza è un dono per la Chiesa universale e per tutti i popoli perché è fatta di spontaneità, profonda fiducia, senso di comunità, capacità di superare le difficoltà, che non mancano». Lamenta: nonostante la Chiesa abbia offerto tantissimi orientamenti per la tutela del patrimonio dell’umanità, resta molto da fare perché gli auspici del Papa si attuino.

Osserva Davi: «I politici locali e nazionali non permettono che la salute degli Yanomami sia salvaguardata. I possidenti terrieri, i commercianti di legname non permettono che le nostre terre siano rispettate». Fortissima la denuncia del capo verso la «Fondazione nazionale dell’indio» (Funai): «La foresta non può guarire ma è urgente farla vivere». Davi Kopenawa nel 1989 ha ricevuto il prestigioso «Right Livelihood Award», il Nobel alternativo assegnato a Survival International – l’associazione da lui fondata – «per il suo strenuo, coerente e costante impegno» per i popoli più minacciati della terra ed è stato minacciato di morte dai criminali che sono collusi con i minatori invasori illegali.

La foresta amazzonica può guarire? «No. La foresta è già stata disboscata. Solo Dio può curarla. Le persone non ci riusciranno». Non a caso nella lingua Yanomami l’oro è indicato con «xavara, veleno». Insiste Davi: «I cercatori d’oro sono tornati e non sappiamo più come difenderci. Dopo l’elezione di Lula è stato fatto qualcosa, ma poi la mancanza di personale ha ridotto sempre più gli interventi per la nostra protezione e sono tornati a minacciarci».  Si stima che nel 2023 fossero circa 20 mila i cercatori d’oro, tremila nel territorio Yanomami. I «garimpeiros» sono in prevalenza brasiliani, portoghesi, africani, giapponesi e cinesi. E sono sempre di più. Entrano di nascosto nella foresta, scavano buche con pompe e altri materiali, tagliano gli alberi e rendono il terreno incoltivabile; usano il mercurio per trovare i metalli pregiati; avvelenano i corsi d’acqua; uccidono uomini e animali. Kopenawa ricorda il terrore che aveva quando era piccolo degli uomini bianchi. All’epoca il governo brasiliano costruì una strada una larga e lunga strada molto vicina alla comunità degli Yanomami e ad altre dell’Amazzonia. Quella è stata solo una delle forme di invasioni dei popoli indigeni: la strada collega la foresta amazzonica con il Venezuela.

In gioco è l’appello all’ecologia integrale di cui tanto parla Francesco, anche nella «Querida Amazonia, Amata Amazzonia» (12 febbraio 2020) l’esortazione apostolica post-sinodale, frutto del Sinodo speciale «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale» celebrato in Vaticano il 6-27 ottobre 2019. Il documento finale del Sinodo, approvato da 185 «padri», è la base dell’esortazione apostolica. Il documento afferma che l’Amazzonia è il «cuore biologico» del mondo e vi si svolge «una corsa sfrenata verso la morte». Bisogna invertire la rotta, pena la catastrofe del Pianeta: l’Amazzonia è ferita dai predoni: deforestazione, narcotraffico, tratta, criminalizzazione dei difensori del territorio, gruppi armati. «La Chiesa si allea con gli indigeni nel denunciare gli attacchi contro la vita, i progetti predatori e la criminalizzazione dei movimenti sociali». Difendere la terra è difendere la vita e i popoli indigeni. Conversione ecologica e difesa della vita vanno insieme».

Pier Giuseppe Accornero

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