Appendino contro il Pd, a Milano crisi della destra

Analisi – Le elezioni amministrative nell’era Draghi stanno manifestando apertamente la crisi dei due schieramenti nazionali: i giallo-rossi (M5S) da un lato, il destra-centro dall’altro. Due casi clamorosi: Torino e Milano

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Chiara Appendino

Le elezioni amministrative nell’era Draghi stanno manifestando apertamente la crisi dei due schieramenti nazionali: i giallo-rossi (M5S) da un lato, il destra-centro dall’altro. Due casi clamorosi: Torino e Milano.

Sotto la Mole la sindaca Appendino, parlando anche a nome dell’ex premier Conte, ha sferrato un attacco frontale ai Dem: «O noi al ballottaggio o zero appelli pro Pd». In un’intervista al Fatto quotidiano l’esponente grillina ha contestato l’accordo tra il candidato sindaco Lo Russo e i Moderati per «escludere accordi e alleanze con partiti e movimenti che fino ad oggi hanno malgovernato la città». Secondo la sindaca «a Torino ha vinto la parte del Pd che non voleva svolte, che pensa sia possibile ripartire tranquillamente dal 2016» (ovvero dalle giunte Chiamparino-Fassino). La rottura dell’Appendino (non pienamente condivisa dalla candidata sindaco Valentina Sganga) non è un fatto isolato nel territorio nazionale: su 20 capoluoghi l’intesa Pd-M5S regge soltanto in 7; anche per questo Enrico Letta, in un’intervista al Corriere, ha parlato di «voto amministrativo».

Su un altro fronte le cose non vanno meglio: a Milano, nel cuore della Lega, il capolista della Meloni a Palazzo Marino, il giornalista Vittorio Feltri, ha demolito il candidato sindaco Luca Bernardo («non all’altezza»), ha definito Salvini «in confusione», ha deriso la stessa coalizione di destra-centro; le cose non cambiano a Roma e Napoli (qui la Lega è fredda con i candidati espressi da Fratelli d’Italia); dal canto suo Berlusconi non sembra interessato al voto di ottobre, tutto impegnato nella campagna elettorale per il Quirinale, nonostante i processi in corso ed una condanna definitiva; nella sua villa in Sardegna ha discusso del Colle con Salvini, Meloni, Renzi…

La diaspora dei partiti conferma che il governo Draghi di unità nazionale sta cambiando in profondo l’assetto politico del Paese, nonostante il permanere del sistema elettorale prevalentemente maggioritario. Lo stesso esplodere dei referendum su temi disparati conferma il distacco tra il quadro politico e la realtà sociale.

Emblematici sono i sondaggi di opinione degli elettori, da Torino a Napoli, sulle priorità: dovunque prevale la questione lavoro, seguita da sanità, scuola e politiche a sostegno della famiglia. Sotto la Mole il tema caldissimo dei ‘diritti individuali’ (anche per i media) non raggiunge il 5 per cento: per alcuni settori del M5S e del Pd doveva essere il cardine dell’alleanza per Palazzo Civico.

Secondo dati ministeriali, citati da La Stampa, Torino e il Piemonte continuano ad essere il punto debole del Nord industriale: i posti di lavoro, nel secondo trimestre dell’anno, sono ancora diminuiti (meno 4013), in controtendenza rispetto alle altre regioni. Ma per prudenza politica (eccessiva), il ministero dello Sviluppo economico ha rinviato a dopo il voto il confronto sul futuro del Gruppo Stellantis (ex Fiat), la realtà produttiva più importante dell’area subalpina; e la campagna elettorale, in questo vuoto di indicazioni, non sembra mordere sul tema più rilevante.

Anche sul piano nazionale il tema del lavoro stenta a ritrovare il primato, oscurato dai problemi delle vaccinazioni, del green pass, del Recovery fund. È stata necessaria una sentenza del Tribunale per bloccare i licenziamenti via e-mail dei 442 lavoratori della multinazionale Gkn; nel merito i ministri del Governo Draghi hanno continuato a litigare, senza giungere a conclusioni, tra le richieste dei sindacati e la linea dura della Confindustria di Bonomi. È pur vero che la ripresa economica è cominciata, ma per ora i livelli dell’occupazione sono sotto i livelli pre Covid. Anziché litigare continuamente su chi è più bravo nel Governo, Letta e Salvini, i due leader della coalizione, dovrebbero caratterizzarsi per la qualità delle proposte operative, anche con giusti stimoli al premier. È quello che continua a chiedere al Pd l’ex premier Romano Prodi, insoddisfatto del tono della campagna elettorale.

Nell’ultima settimana prima del voto, è auspicabile un salto di qualità nella lotta politica, anche con il riconoscimento effettivo del carattere amministrativo della competizione. Votiamo per il Sindaco, non per il Governo o il Quirinale.

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