Awa: “per Natale avrò una casa”

Storie di speranza – Il gesto di una vedova che ha accolto un profugo nella sua abitazione, di una immigrata che dividerà il tetto con un’altra donna ed i suoi bambini. Segni di speranza che fanno vera la festa

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foto Massimo Masone

Grazie a Fatima il Natale di Awa sarà diverso, per lei e le sue due bambine ci sarà un posto sicuro in una comunità che i servizi sociali avevano individuato già tempo fa. E se anche ci fossero ritardi o imprevisti non sarà per strada, non sarà più nella disperazione come qualche mese fa, perché già ora può sperare – per la seconda volta nella sua vita –  in un futuro diverso. È musulmana, ma anche per lei ,ormai qui in Italia da molti anni, questi sono giorni di festa che rischiavano di essere giorni di grande sofferenza. «Se il Natale» commenta Giada Pettorossi, volontaria dell’Ufficio della Pastorale Migranti, che segue Awa, «è accogliere un Bambino, è aprire la porta del cuore alla speranza ecco che Awa accolta da Fatima, testimonia che il messaggio del Natale è per tutti, è un invito per tutti a fare spazio nelle nostre vite a chi è in difficoltà». E di spazio Fatima ne ha fatto pur avendone poco…

Awa e Fatima (nomi di fantasia) vivono a Torino, hanno una storia di emigrazione dall’Africa. Appartengono allo stesso paese e sono arrivate in Italia per cercare fortuna, non da poco, hanno famiglia, Awa parla benissimo l’italiano, ha studiato nella città di origine come infermiera e qui ha seguito corsi e sta cercando di far riconoscere il suo titolo di studio, ha avuto due figlie ma la situazione in casa negli ultimi tempi si è rivelata drammatica, insostenibile. Awa ha paura per lei e le sue bimbe, i servizi sociali si attivano ma il Covid rende tutto complicato, dove doveva essere inserita c’è una situazione di isolamento e si deve aspettare. Fatima lo viene a sapere, appartengono alla stessa comunità etnica, sa che per sfuggire alla situazione Awa rischia di stare per strada con le piccole. «Stavamo cercando di capire come fare», prosegue la volontaria, «quando 10 giorni fa arrivano insieme da noi. Fatima aveva trovato la soluzione ».

Arrivano alla Pastorale Migranti e Fatima riferisce semplicemente: «fino a che non avranno posto Awa e le sue figlie possono stare da me, non posso lasciarla così, non ho cuore di pensarla fuori casa, senza nessuno» Fatima ha marito e tre figli minori, vivono in una casa dove non hanno nemmeno spazio per un tavolo su cui mangiare in 5 «ma non importa io non posso stare tranquilla a pensare che io ho una casa e loro no». Sa che con il Covid accogliere significa esporsi maggiormente al rischio di contagio, sa che una bimba piccola (dovrà essere inserita al nido) e una che frequenta la primaria non sono semplici da gestire in spazi piccoli con i suoi tre figli, ma la sua porta in  Barriera di Milano si è aperta

«E lo sguardo di Awa», conclude la volontaria «non è più quello di prima, ha una luce di speranza che prima non si scorgeva: la situazione non è semplice, ma ora ha sperimentato il calore di una accoglienza fraterna, ha sentito vicino qualcuno che per il semplice fatto ‘di non riuscire a non pensare che potesse avere bisogno di aiuto  ha condiviso il poco, i suoi spazi, il suo cibo senza fare conti».

E questo sarà un Natale di  speranza anche per Mamadou (nome di fantasia) nigeriano, viveva negli scantinati del Moi, poi era entrato in un progetto di accoglienza, aveva un tirocinio retribuito, poteva permettersi un tetto… ma a causa del Covid la ditta presso cui lavorava non ha potuto mantenergli il posto e ora stava per finire di nuovo per strada, ancora una volta senza una casa. Ma due settimane fa Laura (nome id fantasia), una docente universitaria   prende una decisione: la sua casa grande, rimasta più vuota dalla morte del marito potrebbe servire per accogliere qualcuno. «Venerdì si sono incontrati , non senza emozione  e timori e ora per entrambi questo Natale sarà diverso».

Una altra porta che si apre per dare un’opportunità di futuro a chi ha conosciuto dolore, sofferenza povertà: «sono gesti preziosi che arrivano a fine di un anno segnato dall’epidemia, che appesantisce le speranze», commenta il direttore della Pastorale Migranti Sergio Durando, «ma al tempo stesso che fa emergere la bellezza del dono, la voglia di mettersi in gioco.. di non lasciare indietro nessuno, di non arrendersi alle limitazioni che il Covid impone».

Come non si è arresa Anna: insegna italiano a un gruppo di stranieri, molti vivono nei dormitori e senza quelle lezioni sarebbero per strada, ancora più in difficoltà. E allora Anna, che non è più giovane, quasi ogni giorno dalla sua casa fa quasi 7 chilometri a piedi, tra andata e ritorno, per raggiungere le aule: «così non prendo i mezzi pubblici e i miei familiari sono tranquilli rispetto al rischio di contagio e non lascio i miei studenti: se no come farebbero senza poter studiare e senza un posto? Che ne sarebbe di loro in questo lockdown?», ha affermato come se fosse la cosa più naturale del mondo  a chi l’ha incontrata mentre camminava spedita in una zona lontana da casa per andare a svolgere il suo servizio.

Come farà? Che ne sarebbe di loro? Le domande di Fatima, di Laura, di Anna… le domande che tanti nella nostra citta, nelle parrocchie, nei gruppi, nelle famiglie, si pongono, cambiando con la loro risposta, non solo il Natale,  ma un pezzo di futuro e lo sguardo sul presente di chi è in difficoltà, ma anche di chi li incontra per strada e ne coglie il sorriso fiducioso del servizio e dell’accoglienza  che non fanno conti…

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