Ballestrero, la “Causa” si sposta a Roma

Chiesa torinese – Venerdì 23 giugno nel Duomo di Torino l’Arcivescovo Repole ha chiuso la fase diocesana della Causa di canonizzazione del cardinale Anastasio Ballestrero, che fu Arcivescovo di Torino negli anni 1977-1989 e morì a Bocca di Magra (La Spezia) il 21 giugno 1998, 25 anni fa. Ora gli atti della Causa passano a Roma

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Il cardinale Ballestrero davanti alla Sindone per l'Ostensione del 1978

Raccontava p. Anastasio che un giorno, su un treno verso Genova, si era trovato nello stesso scompartimento di un industriale che diceva di possedere una montagna a picco sul mare e voleva disfarsene. Il giorno dopo Ballestrero – era allora provinciale del Carmelo ligure – tornò in treno a vedere il posto. La montagna c’era davvero, l’ultima della Liguria prima della Toscana: un vecchio maniero diroccato in alto, un antico oratorio a mezza costa e giù, a strapiombo sul mare, il «fortino», poco più di un corpo di guardia per avvistare, nei secoli passati, le imbarcazioni saracene che si avvicinavano alla foce del Magra. Concluse l’affare appena in tempo, perché erano in agguato varie complicazioni ereditarie e amministrative. Poi avviò il suo progetto: una casa di accoglienza per esercizi e spiritualità su al castello; una sistemazione del monastero del Corvo a mezza costa (dove si trova un antico «Volto Santo», un Cristo ligneo che richiama quello di Lucca). E un adattamento delle poche stanze del Fortino, dove poi andò ad abitare con padre Giuseppe, suor Antonina e il cane Furia, e dove morì il 21 giugno 1998 – venticinque anni fa di questi giorni; dalla terrazza, una statua della Vergine Maria custodisce lo sguardo sul mare. Ora che il processo canonico verso la beatificazione si avvicina, la montagna del Corvo è la sola icona di pietra che segna il cammino di un uomo che, invece, ha «costruito» soprattutto nei cuori, con il suo lavoro di frate, di predicatore e di vescovo.

L’Arcivescovo Repole firma lo scorso 23 giugno la chiusura della fase diocesana della causa di canonizzazione

Il cardinale inseguiva il mare, e il contatto con la natura. Era entrato in Seminario a 11 anni, al Deserto di Varazze, un posto favoloso incuneato nell’Appennino; ma subito non manca di notare: «Venivo dalla città, ero abituato a vivere a Genova. I primi giorni sentii la nostalgia del mio papà, del mio mare». A Torino, con l’avanzare dell’età, l’assenza di natura si fece sentire ancora di più, tanto che lasciò l’Arcivescovado, tutto pietre e cemento, per andare a stare nell’ex residenza del provinciale dei Gesuiti, sulla strada di Superga. Bocca di Magra doveva essere uno di quei progetti coltivati a lungo, tenacemente, senza parlarne troppo. Ma i suoi «sogni», di solito, coincidono con progetti che rimangono poi nella storia di tutti. Come per la proclamazione di Teresa d’Avila a Dottore della Chiesa. Ne aveva già parlato con papa Giovanni, ma si venne al dunque con Montini. «In una delle primissime udienze avute da Paolo VI, ritenni di informarlo di questa faccenda. Il Papa stette a sentire con molta attenzione, ma alla fine del mio dire, ha fatto un sorriso. Come faceva sempre lui – e poi mi disse: ‘E quando abbiamo fatto S. Teresa di Gesù Dottore della Chiesa, che problema abbiamo risolto?’. Io mi sentii perso. Mi dissi: Amen! non ci torno più perché non c’è niente da fare! Invece passò un po’ di tempo e in una successiva udienza, alla fine mi disse: ‘E poi ho da darle una bella notizia. Ho pensato, ho pregato, e le dico che farò Dottore della Chiesa S. Teresa’».

Parlando ai frati e alle monache del Carmelo p. Anastasio chiamava sempre Teresa «la Santa Madre»; e sembrava avere con lei una dimestichezza di famiglia, delle persone che si frequentano ogni giorno. Come quando, alla fine del suo secondo mandato di Preposito generale, confida alle monache il discorso che vorrebbe rivolgere ai suoi confratelli: «Ho già preparato il discorso per il Capitolo, è una meraviglia! ‘Venerabili fratelli, qui, in Capitolo con noi, abbiamo presente la N. S. Madre, con la sua reliquia insigne, il suo sacro piede. Questa è venuta a visitarci non con il suo cuore, non con il suo braccio, ma con il suo piede, per farci capire che è prontissima a dare un pedatone se non facciamo il nostro dovere. Quanto a me, con la grazia di Dio, ho portato la Croce fino a questo momento. Adesso ecco la vela, ecco i remi e… amici, buon viaggio! Io mi siedo…’».

Per Teresa il cardinale non si occupò solo di far viaggiare le reliquie per il mondo. Curò il restauro dei due manoscritti che appartengono all’Ordine (tutti gli altri sono di proprietà dello Stato spagnolo), il «Castello interiore» e il «Cammino di perfezione». Un’impresa che sfiora il miracolo, considerando anche che venne eseguita nel 1962. Padre Anastasio ne parlò così: «Non credo sia mai accaduto (e forse mai accadrà nel futuro) di vedere presente sulla cattedra di questa Facoltà teologica, a consacrarla come cattedra di dottrina e di verità, un testo e un documento così solenne, santo e sapiente come quello per cui in questo momento siamo raccolti qui (…) Vederlo sulla cattedra della Facoltà teologica dell’Ordine – lo confesso – è per me qualche cosa che mi commuove profondamente. E vederlo arrivare qui, non per iniziativa di nessuno, ma solo per l’imprevedibile e genialissima iniziativa di Teresa di Gesù, è ancora più commovente».

Il cardinale Ballestrero con Papa Paolo VI

Parlando dei santi, Ballestrero diceva: «I santi nascono per non morire». Teresa vive nel profondo dell’anima dell’arcivescovo, quasi a dare forma ai suoi gesti e ai suoi pensieri, alla cordialità anche ruvida come al liberarsi della commozione – nelle omelie, o nel condividere una sofferenza o un momento di gioia. Dietro c’è sempre Teresa, e il suo «Solo basta»: «Vi basti Dio solo, Gesù solo; e il silenzio – dice il cardinale alle monache – All’anima carmelitana deve sempre bastare Gesù solo e le basterà se saprà conservare il silenzio. È molto importante il silenzio nella vita carmelitana, tant’è vero che la nostra Regola ha il capitolo più lungo proprio dedicato al silenzio. Sarà in proporzione del silenzio che constateremo questa verità: la sufficienza di Dio solo. Nel silenzio l’anima carmelitana progredisce nella consapevolezza della necessità di Dio solo».

La libertà del «Solo basta» è la stessa che emerge anche nei momenti più difficili e spigolosi in cui le vicende della vita e della Chiesa si presentano al cardinale. A Torino gli toccò più che ad ogni altro vescovo di parlare alla città, di fronte a quelle bare che sembravano inseguirsi, da una settimana all’altra, negli anni di piombo. Di quei funerali nessuno può dimenticare la tristezza dei rappresentanti delle istituzioni, radunati in prima fila senza poter fare nulla, senza poter dire nulla. La voce del cardinale parlava di consolazione, e di speranza. Allo stesso modo, tra i momenti delle sfide non si può non ricordare il tempo del Convegno di Loreto (1985), quando l’«assalto al Papa» sembrava una strategia per contrapporre e dividere le anime della Chiesa italiana (e Ballestrero invece ribaltò il tavolo, imponendo la realtà della parola «riconciliazione»).

Ma è soprattutto la Sindone ad essere stata il cuore e la croce di p. Anastasio. Appena arrivato in diocesi lanciò l’idea della solenne ostensione, la prima dopo 45 anni. Fu un successo mondiale, coi suoi 3 milioni di pellegrini. Quel Volto divenne «popolare» prima di tutto ai torinesi stessi. A Ballestrero toccò poi, dieci anni dopo, annunciare i risultati dell’esame al C14: ma sottolineò chiaramente che le conclusioni della scienza non erano quelle della fede. A un suo prete, perplesso e addolorato per la «datazione medievale» il cardinale diceva: «Non temere, scienza genera scienza. Quello di oggi è un capitolo doloroso, ma vedrai che si tornerà a studiare e ad approfondire. Intanto guardiamola ancora! Ci dice tutto, proprio tutto, capisci? sulla Passione di Gesù. È questo che conta».

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