Beinasco inventa l’emporio tessile solidale

Tre parrocchie insieme – Una tessera a punti per le persone indigenti consente di “acquistare” i capi di abbigliamento. L’Arcivescovo Nosiglia venerdì 2 luglio inaugura L’Emporio tessile solidale ospitato presso la chiesa Madonna del Rosario (via Schifani 13)

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La persona e la sua dignità, prima del suo bisogno; la sua storia, il suo vissuto, le sue sofferenze da ascoltare e da affrontare prima delle sue richieste materiali. Questo lo spirito con cui le tre parrocchie di Beinasco: San Giacomo Apostolo, Sant’Anna a Borgaretto e Gesù Maestro a Fornaci, affidate alla guida di don Gianluigi Coello, e con la collaborazione della Chiesa Evangelica locale, inaugurano venerdì 2 luglio, alla presenza dell’Arcivescovo, un nuovo servizio caritativo: l’«Emporio tessile solidale». Un tassello – che non sarà l’ultimo – di una efficiente «cittadella della carità» che il Gruppo di Volontariato Vincenziano Madonna del Rosario (la chiesa succursale di San Giacomo di via Schifani 13 che da una decina d’anni non è più destinata al culto ed è divenuta la sede dei servizi caritativi) sta realizzando con la collaborazione di tanti: dalle Caritas parrocchiali ai servizi sociali del Comune, dal Banco Alimentare al Centro Commerciale le Fornaci, da esercenti del territorio ai singoli fedeli e alle associazioni locali, e poi grazie al confronto e all’ispirazione offerta dalla Cittadella della Carità di Bra dove don Coello era parroco sino al 2017 e dalla Caritas diocesana.

«È un bel segno», spiega don Coello, «di come la carità unisca e di come attorno a un progetto di fraternità nascano nuove idee, si aggreghino nuove persone, si attivino relazioni». «L’emporio», spiega Ausilia Bio, volontaria vincenziana, «si aggiunge al nostro servizio di distribuzione di viveri e al centro d’ascolto ospitati rispettivamente nell’aula della chiesa e nei locali retrostanti. Ogni settimana una trentina di famiglie, alcune composte anche da una decina di membri, ricevono un pacco viveri ‘fresco’ con carne, pesce, verdura, frutta e formaggi e ogni due settimane il ‘secco’ con pasta, riso, sughi prodotti in scatola, tutto schedato in maniera che il cibo venga distribuito in maniera omogenea ed equa rispetto alle necessità, senza sprechi e anche nel rispetto delle diverse fedi. Poi c’è il centro di ascolto, dove il 90% delle persone viene per chiedere aiuti economici, ma dove a poco a poco si coglie come le necessità, le fatiche vanno al di la della mancanza di denaro. Dove quell’aiuto è bisogno di speranza, di recuperare la dignità, di trovare un percorso per dare un senso alla propria vita».

Don Gigi Coello

Ed è proprio per valorizzare questo aspetto di recupero della dignità che la distribuzione di vestiti a chi è in difficoltà è divenuta «emporio». «Prima», prosegue la Bio, «si raccoglievano vestiti usati e si distribuivano: a chi chiedeva si consegnava una borsa con quello che c’era in quel momento… «Ora il centro dell’azione caritativa non è più quella borsa», aggiunge don Coello, «ma la persona che vede gli indumenti, sceglie e gestisce i propri punti spesa». Scegliere e gestire: le parole chiave che aiutano chi è in difficoltà economica a non sentirsi un «utente», un peso, un destinatario passivo… Come funziona infatti l’emporio? «Le persone, che per partecipare alla distribuzione del cibo devono avere un Isee non superiore ai 6.500 euro, richiedono alla propria comunità di riferimento una tessera per accedere all’emporio che ha il costo simbolico di un euro. Con la tessera la persona prende appuntamento e si reca negli spazi dell’emporio che abbiamo allestito nel sotto chiesa: la tessera consente tre passaggi all’anno nell’arco dei quali poter spendere i punti assegnati dai volontari in base alla situazione della persona o del suo nucleo famigliare. Tutto l’abbigliamento e il tessile a disposizione è o nuovo, offerto dall’invenduto delle Fornaci, o usato in condizioni assimilabili al nuovo ed è esposto ed etichettato con al posto del prezzo il ‘costo-punti’. Chi viene vede, sceglie, in base a disponibilità e necessità e impara a gestire così anche il proprio budget di punti. Ci sono anche vestiti eleganti perché anche chi è in difficoltà economiche possa partecipare a una cerimonia o a una festa senza sentirsi a disagio, e poi lenzuola, accappatoi, biancheria, cappelli, scarpe, borsette». Tutto inventariato e suddiviso per taglie, età, con un magazzino che è già attrezzato per il cambio di stagione.

 

«Come per il tessile», prosegue don Coello, «vorremmo poter organizzare cosi anche la distribuzione di cibo, ma per far questo serve ancora un po’ di tempo e bisognerebbe fare dei lavori nell’aula della chiesa dove vorremmo comunque ricavare una cappella, perché questo nostro polo della carità mantenga un legame con la storia del luogo dove è allestito e con lo spirito con cui si opera. Nella chiesa non si celebra più, ma vi si vive e sperimenta quella carità che è animata e sostenuta dalla preghiera». E ancora: riadattando il sottochiesa oltre all’emporio si vorrebbe strutturare meglio quel servizio di doposcuola che era già stato avviato, ma che il lockdown ha interrotto, perché tra i bisogni ci sono quelli di tanti ragazzi che non solo necessitano di aiuto nei compiti, ma anche in questo caso di relazioni, di sostegno e fiducia provenendo da famiglie che sono scivolate nella povertà o hanno visto aggravarsi le proprie condizioni a seguito della pandemia.

«In tutte e tre le comunità», aggiunge il parroco, «posso dire che le richieste d’aiuto nel tempo del Covid sono triplicate, ma posso anche dire che ho registrato un aumento della disponibilità ad aiutare (l’emporio viene avviato grazie anche alla disponibilità di due nuove volontarie) e nella collaborazione sul territorio con associazioni e singoli. Tanti sono passati nelle parrocchie a lasciarmi offerte per le persone che a seguito del Covid erano in difficoltà e questo è un segnale importante, perché c’è bisogno di recuperare socialità e fraternità per stemperare aggressività e sofferenze che la pandemia ha generato. Così anche il nuovo emporio e i servizi intorno collocati in un quartiere povero, ma anche di passaggio per i tanti che frequentano la zona commerciale vuole essere un richiamo per tutti a mettere al centro le persone che faticano, a mettersi in gioco, a tessere relazioni».

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