Benedetto XV, il Papa della pace

Cento anni dalla morte – All’inizio del 2022 Papa Benedetto si ammala gravemente: un’influenza degenera in polmonite. Spira il 22 gennaio mentre esplode e dilaga la violenza fascista. Definì la Grande guerra “inutile strage”

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Papa Benedetto XV

«C’è Dio in tutto questo? Se è qui, che sia dannato!». L’orrenda bestemmia dell’anonimo fante nell’atroce battaglia della Marna, fissa meglio di ogni cifra e analisi, l’orrore della Grande Guerra, immensa carneficina, macchina tritacarne, «inutile strage» secondo Benedetto XV. Cento anni fa, all’inizio del 1922 il Papa si ammala gravemente: un’influenza degenera in polmonite. Spira il 22 gennaio mentre esplode e dilaga la violenza fascista.

Arcivescovo di Bologna, è contrario all’avventura in Tripolitania – Genovese di Pegli, Giacomo della Chiesa nasce il 21 novembre 1854 da nobile famiglia; laureato in Giurisprudenza all’Università di Genova; sacerdote dal 1878; allievo dell’Accademia dei Nobili Ecclesiastici di Roma; segretario di nunziatura a Madrid; sostituto della Segreteria di Stato, lo chiamano «il piccoletto gentiluomo». Arcivescovo di Bologna, è consacrato il 22 dicembre 1907 da Papa Sarto nella Cappella Sistina. Pio X gli fa attendere la porpora fino al 25 maggio 1914, appena in tempo per partecipare al Conclave che lo elegge. A Bologna vive la guerra italo-turca (29 settembre 1911-18 ottobre 1912). I cattolici e l’opinione pubblica la approvano. Invece il cardinale parla di «terribile flagello».

«Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si esercite­ranno più nell’arte della guerra». La profezia di Isaia 2,4 guida il magistero di Benedetto XV. Pio X muore il 20 agosto 1914, poche settimane dopo la deflagrazione. Il Conclave comincia il 31 agosto 1914 con 65 cardinali: tra essi l’arcivescovo di Torino Agostino Richelmy. Il 3 settembre è eletto Giacomo della Chiesa. Subito esorta capi e popoli belligeranti alla pace. Nelle previsioni di tutti la guerra finirà presto. Benedetto sa che non sarà così: «Gigantesche carneficine e stragi e immane spettacolo di questa guerra, per la quale vediamo tanta parte d’Europa devastata dal ferro e dal fuoco, rosseggiare di sangue cristiano. Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto. Nazioni grandi e fiorentissime sono sui campi di battaglia. Quale meraviglia se, ben fornite di quegli orribili mezzi che il progresso dell’arte militare ha inventati, si azzuffano in gigantesche carneficine? Imploriamo Dio che, memore della sua misericordia, deponga il “flagello dell’ira sua”».

Uomo di straordinarie doti intellettuali e umane, realista ed esperto diplomatico, pastore secondo il cuore di Dio e «padre della pace» in un mondo ferocemente dilaniato, sincero amico dell’uomo, Benedetto XV opera in una situazione quale non si riscontra dai tempi di Pio VII (1800-23). Gli otto anni di pontificato sono punteggiati da documenti e azioni in favore della pace. Le Chiese nazionali, per non apparire antipatriottiche, si schierano con i rispettivi governi ed eserciti. Il Papa, come gran parte dei credenti, sposa la lettura «provvidenziale»: la guerra è la punizione divina per l’apostasia della società che rifiuta Dio. I peccati scatenano l’ira divina, che solo il ritorno alla fede può placare. La guerra è la purificazione dell’umanità peccatrice. Anche i vescovi interpretano la guerra come castigo divino per le colpe di uomini e governanti che hanno rinnegato la fede e la Chiesa. Benedetto detta la regola aurea cui si ispira la Santa Sede nei conflitti: non parteggiare per nessuno; aiutare tutti senza distinzione, cattolici, ortodossi, protestanti, ebrei, musulmani. È la «diplomazia del soccorso», imperniata sulla rete dei nunzi, sulla gerarchia, sui parroci, sulle associazioni laicali.

Azione umanitaria spinta anche dal raccapriccio per la guerra tecnologica. La novità sono i bombardamenti dal cielo che straziano corpi, menti e cuori. Il Papa chiede di non reiterare queste «barbare» pratiche. La sua voce spicca per ragionevolezza e lucidità. Ma il papato è indebolito dopo la presa di Roma nel 1870, dal contenzioso con l’Italia e dalla clausola segreta del «Patto di Londra», voluta dal governo anticlericale italiano, che vincola le potenze a escludere il Vaticano dalle trattative di pace. Le guerre non solo non hanno mai risolto i problemi, ma sono state le premesse di altre guerre perché creano situazioni di ingiustizia, calpestano diritti e alimentano sentimenti di rivalsa: il revanscismo francese per la sconfitta di Sedan nel 1870 fu una delle cause della Prima guerra; il revansci­smo tedesco per il trattato di Versailles del 1919 sarà una delle cause della Seconda. I due conflitti mondiali provocano un numero di morti tre volte superiore a quelli che si erano avuti nei due millenni precedenti. Nella Prima su 65 milioni di soldati mobilitati ne muoiono 10 milioni; 37 milioni sono feriti e mutilati, prigionieri e dispersi; incalcolabili le perdite civili. Nella Seconda si accentua il coinvolgimento delle popolazioni civili: quasi 54 milioni di persone muoiono nei campi di battaglia, sotto i bombardamenti aerei, nei campi di concentramento, per malattie e fame conseguenti il conflitto.

Il testo più alto è la «Nota ai capi dei popoli belligeranti» (1° agosto 1917) «Dès le début. La lutte terrible, qui apparaît de plus en plus comme un massacre inutile»; definisce la guerra una «inutile strage»; parla di «follia e suicidio dell’Europa. Il mondo civile dovrà ridursi a un campo di morte? E l’Europa correrà, quasi travolta da una follia universale, incontro a un vero e proprio suicidio?»; chiama la pace «grande dono di Dio»; condanna il libe­ralismo; scongiura i contendenti a comporre pacificamente le contese; si offre come mediato­re; indica sette «punti fissi per una pace giusta e duratura»: disarmo del­le parti; arbitrato internazionale; libertà dei mari; sen­tenze internazionali sui danni di guerra e sulle spe­se di guerra; evacuazione dei territori occupati; indipendenza del Belgio. La «Nota» solleva un vespaio di proteste e insulti. Ogni Paese è convinto che Benedetto parteggi per l’avversario: i francesi trovano il documento poco antitedesco e i germanici troppo benevolo con la Francia. Per i francesi è «le pape boche, Papa crucco»; per i tedeschi è «der französische papst, il Papa francese»; per qualche italiano è «Maledetto XV»; per «Il Popolo d’Italia» è «Pilato XV» e per Mussolini è «apostolo dell’ateismo e papa deicida». Georges Clemenceau, primo ministro francese, lo giudica «al servizio della Germania e dei suoi alleati». Il domenicano Antoin-Dalmace Sertillanges, professore di Filosofia Morale all’Istitut Catholique di Parigi, esclama dal pulpito: «Santissimo padre, noi non possiamo, per il momento, aderire ai vostri appelli di pace. Noi siamo tra i figli che talora dicono: no, no!».

L’Italia lo accusa di disfattismo e di essere la causa del tracollo di Caporetto.  Sydney Costantino Sonnino, ministro degli Esteri, ordina agli ambasciatori italiani a Parigi e Londra di ignorarlo. Per i fascisti sono «frasi infelicissime». La stampa massonica e nazionalista si scatena. L’Eser­cito reagisce con una «tempesta di ire» e qualche generale sbotta: «Bisogna impiccarlo perché è un traditore della causa nazionale». Il generalissimo Luigi Cadorna cerca di bloccarne la diffusione. Un  maggiore definisce Benedet­to «delinquente, tisico, deforme, non tarderà a scendere nella tomba, austrofilo, fa gli interessi della Germania». I cattolici sono tra due fuochi: applaudono la «Nota» che esorta alla pace e avvertono l’amor di Patria che li spinge a continuare la guerra. Lo storico Giacomo Martina constata: «I governi e i partiti si inchinano sulla bara come dei vinti dinanzi al vincitore. Il Papa della guerra non volle parteggiare nella guerra». Un convegno internazionale a Bologna (2016) lo definisce «il primo Papa moderno», anche se resta un «Papa sconosciuto».

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