Bosnia, il calvario dei profughi abbandonati al gelo

Sarajevo – Parla il coordinatore della Caritas italiana nei Balcani, Daniele Bombardi: “L’incendio al campo di Lipa, i migranti sono senza cibo né acqua, una catastrofe umanitaria annunciata”. Secondo le autorità di Sarajevo nel 2020 sono entrate in Bosnia oltre 16 mila persone, altre 11 mila sono state bloccate lungo i confini a sud

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Squilla a Bihac, in Bosnia Erzegovina, il telefono di Silvia Maraone, referente di Ipsia (Ong delle Acli), che dal 2016 opera accanto ai profughi sulla rotta Balcanica. Squilla ed è un messaggio di K., è arrivato in Germania, il suo viaggio si è concluso, è vivo, è sopravvissuto. Non annuncia solo di essere arrivato, ha una richiesta specifica: «Di’ agli altri che ce la possono fare». «Ce la possono fare», frase che sembra del tutto irreale a guardare le immagini che giungono dalla Bosnia Erzegovina: dieci gradi sotto zero e centinaia di persone scalze, senza nulla, in fila per ricevere una coperta, un pezzo di legno per accendere un fuoco… Uomini e donne di ogni età, neonati e bambini che scappano da violenze, guerre, discriminazioni e vedono nei paesi dell’Unione europea la speranza di un futuro diverso, la speranza della libertà e della pace negata nei loro paesi d’origine: Afghanistan, Iran, Pakistan, Siria, Bangladesh e dai Paesi del Maghreb e dell’Africa Sub-sahariana…

Scappano, ma sono bloccati in un posto che non garantisce più la sopravvivenza, in un Paese che non li vuole, «dove la politica locale», spiega da Sarajevo Daniele Bombardi, operatore di Caritas Italiana, «fa di tutto per allontanarli…». Daniele Bombardi non usa mezzi termini per descrivere ciò di cui è testimone: parla di catastrofe umanitaria, di persone lasciate al loro destino in condizioni disumane. E non lo presenta come un problema economico, di fondi – la Commissione Ue ha annunciato a inizio gennaio lo stanziamento di ulteriori 3,5 milioni di euro per aiutare Sarajevo a gestire la situazione dei migranti, in aggiunta agli oltre 88 milioni stanziati dal 2018 a oggi – ma come un preciso disegno politico: quello di respingere, di rifiutare il senso di fratellanza, di propagandare messaggi e che identificano lo straniero come una minaccia per le proprie risorse. Parla di catastrofe Bombardi, ma aggiunge e sottolinea «annunciata», ripercorrendo quello che «sta accadendo da mesi nel silenzio mediatico» e che ora ha raggiunto una tale gravità da non poter più passare inosservato.

foto Ipsia.Bih

Secondo le autorità di Sarajevo nel corso del 2020 sono entrate in Bosnia oltre 16 mila persone, altre 11 mila sono state bloccate lungo i confini a Sud. Nei centri d’accoglienza bosniaci sono registrati 6.300 profughi. La rotta balcanica parte dalla Grecia per arrivare in Italia, «ma», precisa la Maraone, «le mete finali sono soprattutto Francia e Germania, dove molti si ricongiungono ai parenti e ci sono famiglie, minori non accompagnati, uomini soli di ogni estrazione sociale. Qui si incontrano ingegneri, professori, operai, con le storie più diverse: ci sono cristiani perseguitati per la loro fede, ci sono ragazzi che non hanno voluto arruolarsi con i talebani, persone che hanno perso tutto sotto le bombe. Uomini minacciati o torturati per le loro idee politiche, ma anche giovani fidanzati di etnie diverse ai quali non sarebbe consentito sposarsi.

Le motivazioni che li hanno spinti a partire sono le più diverse, ma ciò che colpisce è la determinazione… sanno, sapevano cosa significava, quali rischi avrebbero incontrato (per molti la rotta balcanica è comunque  preferita a quella via mare, perché considerata ancora più pericolosa in questo periodo), ma li hanno accettati per l’insostenibilità della situazione nei loro paesi, e già questo aspetto deve far riflettere… Poi ci sono i bambini, li vedi nei campi: alcuni hanno negli sguardi, nei modi, il segno delle violenze subite, altri sono incontenibili perché non hanno conosciuto le regole di una scuola, perché hanno dovuto lottare per sopravvivere, misurarsi con difficoltà e situazioni drammatiche, tanti sono i minori che arrivano già feriti, fatti scappare dalle famiglie nella speranza che la loro condizione di vulnerabilità in Europa possa trovare soluzioni più dignitose…».

Parla Silvia dei bambini nei campi, ma il dramma che si sta consumando, quella «catastrofe annunciata» che ha sollevato l’attenzione e l’indignazione è in particolare quella del campo per «singol man» a Lipa, nel comune di Bihac. «Era un accampamento provvisorio», prosegue Bombardi, «allestito in primavera, senza bagni, luce, acqua corrente, giustificato solo per garantire l’isolamento dei positivi al Covid. Le condizioni erano già difficili, ma quando le autorità locali a fine settembre avendo chiuso il campo di Bira, allestito in una ex fabbrica, vi hanno fatto confluire anche quei migranti, sono risultate insostenibili e soprattutto hanno messo in evidenza come nelle intenzioni delle autorità quello di Lipa fosse un accampamento tutt’altro che temporaneo». Ed è a fronte delle condizioni del campo che l’Oim (organizzazione Onu per le migrazioni), che lo gestiva su mandato dell’UE e fornendo supporto al Ministero di sicurezza bosniaco, a dicembre ha deciso come gesto di denuncia di abbandonarlo, ritenendolo insicuro e inadatto alla sopravvivenza degli ospiti. «Senza più l’Oim il governo ha chiuso Lipa e da un giorno all’altro, il 23 dicembre, 1.200 persone si sono trovate fuori senza un riparo per il freddo; un incendio doloso, nella fase di sgombero, ha poi distrutto parte dell’accampamento, peggiorandone ulteriormente le condizioni».

foto Ipsia.Bih

«La cosa assurda», precisa Bombardi, «e che a quel punto le persone si sono trovate senza nulla e senza nemmeno poter tornare indietro… Il Governo ha chiuso il campo, ma senza preoccuparsi di pensare ad alternative, senza organizzare trasferimenti verso altri campi… La Caritas e le Ong in loco hanno fornito gli aiuti possibili (legna, indumenti, scarpe, ecc.) e dopo qualche giorno il Governo ha mandato l’esercito a montare tende riscaldate e a risistemare il campo bruciato per riaprirlo, ma per noi questa non è una soluzione accettabile, per vari motivi. Anzitutto un fattore temporale: prima che tutto sia adeguato passeranno mesi e intanto la gente che fine farà?  Poi è difficile – e in ogni caso non a breve –  che ci siano gli standard minimi per il rispetto della dignità e dei diritti umani che già prima non erano previsti. La ricollocazione a Lipa è dunque per noi una decisione folle, che condanniamo».

Assiderata, dispersa, vittima delle tante mine ancora disseminate sul territorio, respinta e rimpatriata… La gente paga così il desiderio di un futuro diverso, «paga il prezzo di una cultura molto diffusa di odio verso lo straniero», «al punto», aggiunge Bombardi, «da non capire che i fondi europei destinati all’accoglienza potrebbero aiutare la popolazione locale che vive anch’essa in condizioni difficili a risollevarsi… C’è un indotto che il transito e l’ospitalità di questi migranti potrebbe attivare e tutti ne trarrebbero giovamento».

Anche per questo motivo la Caritas in Bosnia, agisce su due fronti: ora, per fronteggiare l’emergenza, convogliando risorse economiche ed aiuti, e richiamando l’attenzione dell’opinione pubblica sui problemi; ma più a lungo termine investendo sulla relazione, sul creare una cultura dell’accoglienza. Si cercano giovani locali per attività di animazione e relazione con gli ospiti dei campi in quelli che vengono definiti «social corner», «crediamo che dall’incontro, dalla conoscenza dell’altro possano davvero maturare idee diverse sullo straniero. Cerchiamo anche di fare intervenire qualche migrante nelle scuole, a raccontare ai ragazzi il proprio vissuto, i motivi del loro viaggio». E ancora: per alimentare la speranza viene «preparato» dai volontari della Caritas l’arrivo nel Paese finale con lezioni di lingua, formazione professionale di base, con consigli per organizzarsi una nuova vita, in modo che se già è stato drammatico l’approccio con il Paese di transito, non lo sia la fine del viaggio.

Al momento non sono previste altre soluzioni per Lipa, si rinnovano gli appelli all’Unione europea per interventi più incisivi, si fanno appelli alla solidarietà concreta per fornire a tutti abbigliamento e cibo, e la situazione è tesa, il freddo aumenta, si cerca di convincere chi vuole avventurarsi ad aspettare un clima più mite: «La nostra speranza», conclude Bombardi, «è che qualunque prospettiva, qualunque intervento a livello europeo o locale, metta al primo posto la salvaguardia della vita di questi migranti. Su tutte le opzioni ci si può confrontare e trovare un accordo, purché nessuna, come invece ora accade, metta a rischio la vita della persone. La speranza di questi giovani non deve essere pagata a prezzo della vita, ma alimentata da uno stile accogliente e propositivo, in Bosnia, ma anche nei nostri paesi, dove chi arriverà per ricominciare una nuova vita dovrà anche cancellare il freddo, le sofferenze, la solitudine di questo tempo. I bambini devono poter recuperare quei mesi e per alcuni quegli anni di spensieratezza e gioco che sono stati loro rubati, devono poter vedere un’altra Europa».

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