Botte in carcere, non è giustizia

Parlano i garanti – La vicenda dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere venuta alle cronache nei giorni scorsi ha scosso l’amministrazione carceraria italiana e i Palazzi del Governo fino alla presa di posizione del ministro della  Giustizia, Marta Cartabia, che ha chiesto immediatamente «un rapporto completo su ogni passaggio di informazione e sull’intera catena di responsabilità»

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L’anno scorso, in piena emergenza Covid, in numerose carceri italiane divampano le proteste dei detenuti accese dalla sospensione di visite, attività formative e per la carenza di dispositivi anticontagio. E la convivenza già problematica, in strutture spesso obsolete e sovraffollate, si fa critica. Il 5 aprile nella Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere «Francesco Uccella» (Caserta) c’è un caso Covid e i reclusi reclamano test e mascherine: gli agenti reagiscono con un raid «per ripristinare la calma», 300 detenuti vengono malmenati con ferocia. Ci sono video inequivocabili che documentano i fatti che portano ad un’ inchiesta con 117 indagati e misure cautelari per 52  agenti e responsabili della sicurezza del penitenziario.

Una vicenda venuta alle cronache nei giorni scorsi che scuote l’amministrazione carceraria italiana e i Palazzi del Governo fino alla presa di posizione del ministro della  Giustizia, Marta Cartabia, che ha chiesto immediatamente «un rapporto completo su ogni passaggio di informazione e sull’intera catena di responsabilità» e relazioni sulle altre carceri, perché, purtroppo, il penitenziario casertano non è l’unico ad essere teatro di scontri tra reclusi e agenti, segno di un malessere diffuso nelle  «patrie galere».

E mentre le indagini sono in corso, anche i Garanti dei detenuti (in primis Mauro Palma, Garante nazionale) che operano nei penitenziari italiani hanno espresso subito forte preoccupazione: «Le immagini dei ristretti presi a manganellate dagli agenti non possono lasciarci indifferenti» commenta Bruno Mellano, garante della Regione Piemonte «occorre una risposta istituzionale alta e di lungo periodo perché quello che è successo a Caserta non deve essere la regola. Tutte le istituzioni che si occupano di carcere devono fare uno sforzo organizzativo per la comunità penitenziaria: investire sulla formazione professionale degli agenti, inserire operatori non militari negli istituti e nominare un Sottosegretario dedicato ai penitenziari».

Bruno Mellano sottolinea come un episodio così tragico  «debba essere occasione di ripartenza per ripensare lo sconto della pena in chiave trattamentale così come prevede la nostra Costituzione». Concorda sulla necessità di formazione degli agenti in contatto soprattutto con i giovani reclusi, Maria Cristina Gallo, garante dei detenuti del Comune di Torino, che lo scorso anno, in seguito a denunce di alcuni ristretti, aveva segnalato all’autorità giudiziaria violenze nel carcere torinese avviando un inchiesta che sfociò in 25 indagati.

«Siamo indignati su quanto è avvenuto per mano di chi dovrebbe usare il potere per ripristinare un clima di legalità all’interno dei penitenziari» ribadisce la garante «fatti come questo riportano l’ordinamento carcerario indietro di cento anni: e dobbiamo ringraziare se i pestaggi sono stati ripresi dalle telecamere. Diversamente sarebbe stato molto complesso mettere alla luce le efferatezze compiute. Ma quante zone d’ombra ci sono all’interno delle sezioni, quante voci di soprusi e brutalità vengono raccolte da noi garanti, cappellani, insegnanti, volontari?».

Monica Cristina Gallo segnala come le regole anticontagio abbiano «svuotato» le carceri di presenze esterne mettendo in luce la necessità di una riapertura rapida. «Ma con un incremento di personale civile, con ispezioni più frequenti che si avvalgano di periti non dipendenti dell’amministrazione carceraria che possa svelare ciò che non funziona e con una magistratura di sorveglianza più attenta alle dinamiche interne ai penitenziari non conformi alla rieducazione della pena».

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