Braccianti arsi vivi, il Vescovo Savino: “mobilitare le coscienze”

Amendolara – Mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e uno dei tre vicepresidenti della Conferenza episcopale italiana (per il Sud) è indignato e furente per la strage dei braccianti in Calabria lo scorso 1° giugno: «Lo dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze.

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Il 1° giugno al distributore di benzina sulla statale 106 ionica ad Amendolara (Cosenza) in Calabria si è consumata una strage spaventosa: quattro braccianti stranieri sono stati bruciati vivi in un’auto da connazionali braccianti anch’essi al servizio della criminalità: tre afghani e un pakistano, tutti trentenni – Amin, Ullah, Safi e Waseem – sono stati assassinati dal caporalato una delle forme più vergognose di schiavitù moderna. Ogni giorno, con grandi sacrifici e salari da fame, contribuivano alla nostra agricoltura. È una tragedia orribile da condannare con forza e stigmatizzare, frutto di un caporalato spietato, gestito da mafie locali. Ma se ne parla poco, e ancora meno si opera. In questa striscia di mare in Calabria il lavoro povero, l’immigrazione e la violenza sono un’unica, purulenta ferita aperta.

Devono pagare per andare a lavorare

L’unico sopravvissuto accusa il dominio delle mafie, in particolare pakistana, sul caporalato, fenomeno diffuso nella Sibaritide ionica, Amendolara, Corigliano-Rossano, Roseto Capo Spulico, Villapiana. Varie inchieste giudiziarie hanno portato alla luce un sistema criminale basato su trasporti dei braccianti organizzati da intermediari, trattenute ingiustificate sui salari, condizioni abitative da porcile, vulnerabilità degli stranieri e difficoltà nel denunciare gli sfruttatori. Nell’ottobre 2025 a Scanzano Jonico, una quarantina di chilometri da Amendolara, sono morti quattro braccianti indiani che viaggiavano stipati all’inverosimile con altri sei lavoratori di diverse nazionalità su un piccolo camion di fortuna coinvolto in un incidente. La Procura scoprì un capillare reclutamento e un diffuso sfruttamento messo in atto da organizzazioni criminali internazionali che hanno preso il sopravvento, senza che si riesca a contrastarle.

Vede giusto lo scrittore Roberto Saviano in un’intervista a «La Stampa»: «È una guerra tra poveri nei campi e sfidare i caporali non porta voti. Il governo è indifferente». Spiega: «L’agricoltura italiana è morta, e questo governo non conosce nemmeno lontanamente il problema, che può essere affrontato solo con una gestione europea e con la defiscalizzazione». Da anni Saviano denuncia la piaga del caporalato e come le organizzazioni criminali gestiscano la filiera agricola e il controllo sui braccianti.

Il governo, Matteo Salvini e i ministri tacciono

«In un primo momento – spiega – sembrava una guerra tra caporali. Ora sta emergendo: sarebbero stati uccisi perché non hanno pagato l’estorsione, cioè il pedaggio per essere trasportati al campo. Se uno si rifiuta di pagare, tutti gli altri smettono di pagare. Un’esecuzione esemplare. Il controllo della manodopera nelle campagne vale denaro. Chi gestisce i lavoratori decide chi lavora, chi mangia, chi resta in quel territorio. La guerra tra poveri è la garanzia di pace per i ricchi».

Lo scrittore racconta che negli ultimi mesi a Corigliano-Rossano «ci sono stati 14 incendi dolosi di auto e furgoncini di braccianti. Il controllo non riguarda solo il lavoro nei campi: riguarda i permessi di soggiorno, gli alloggi, la permanenza».

La tragedia di Amendolara NON scuote la politica nazionale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni tace; il vicepresidente Matteo Salvini – sempre pronto a cavalcare il tema immigrazione e perenne giustiziere degli immigrati – fa lo gnorri. Il ministro del Lavoro Maria Elvira Calderone ha fatto voto di silenzio. La segretaria del Pd, Elly Schlein, chiede una generica verità e giustizia: «Questo ci deve far accendere un grande faro di attenzione sullo sfruttamento del lavoro e sulla paga del caporalato. È stata fatta una legge sul caporalato, che deve essere attuata fino in fondo. Serve crederci, serve fare squadra tra forze dell’ordine, istituzioni, sindacati, serve che ciascuno faccia la propria parte». L’ex grillino M5S chiede un’informativa urgente alla Camera.

La legge c’è, è buona ma non è applicata

I sindacati parlano di almeno diecimila schiavi impegnati nei campi e nei vivai della piana: questi raccoglievano fragole. Ancora Saviano: «La legge c’è, è la 199 del 2016 ed è una buona legge. Nacque grazie a Yvan Sagnet, camerunense, studente del Politecnico di Torino, che nel 2011 organizzò lo sciopero di Nardò, la prima rivolta dei braccianti stranieri contro il caporalato. Un africano diede all’Italia una delle migliori leggi sul lavoro degli ultimi vent’anni. Punisce il caporalato con la reclusione da uno a sei anni, prevede la confisca dei beni, introduce la responsabilità delle aziende committenti. È sistematicamente inapplicata non per mancanza di cultura ma per scelta».

Chi parla forte e chiaro è la Chiesa. Mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e uno dei tre vicepresidenti della Conferenza episcopale italiana (per il Sud) è indignato e furente: «Lo dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità». E «il caporalato non è una deviazione marginale, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema e una struttura di dominio. Bisogna dire basta! Occorre una mobilitazione civile che non può essere il semplice rito, le semplici passerelle o l’emozione del momento. Invoco una rivolta delle coscienze, una sollevazione morale dei cittadini e delle cittadine, credenti e non credenti, qui è in gioco la dignità della persona».

Punta l’indice contro lo Stato: «Nelle sue diverse articolazioni e competenze, dovrebbe essere presente nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della mano d’opera, nelle alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità». La cosa più grave è che i quattro sono stati puniti per il loro rifiuto di pagare il trasporto verso i campi perché erano senza stipendio che – testimonia l’unico sopravvissuto – «avevano chiesto per l’ennesima volta agli aguzzini. I soldi non ce li davano. Ci concedevano solo un po’ di cibo e un tetto». La Comunità di Sant’Egidio invita cittadini e istituzioni a «combattere l’odio e lo sfruttamento di cui sono vittime migliaia di migranti. Occorre arginare una volta per tutte un caporalato che gioca sulla pelle di tante persone».

Pier Giuseppe Accornero