Brasile, attacco alla democrazia

8 gennaio 2023 – Il nuovo anno è iniziato con le scene di assalto al Parlamento a Brasilia. Filo rosso con il Campidoglio, il 6 gennaio 2021 a Washington. Sia Trump che Bolsonaro non hanno riconosciuto la sconfitta elettorale: maestri della polarizzazione sobillano i propri sostenitori e pensano alla spallata finale

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Avevamo appena finito di leggere, sul «New York Times», a firma di German Lopez, che «i successi della democrazia nel 2022 potrebbero avere notevoli implicazioni nel 2023». E subito la cronaca incrina tanto ottimismo. Il 2023 inizia come il 2021: scene dell’assalto alle Istituzioni democratiche di un grande Paese – allora, gli Stati Uniti, oggi il Brasile -; disinformazione che alimenta rabbia e genera violenza contro i meccanismi della democrazia; difficoltà a ricomporre dopo un voto l’unità di un Paese fortemente polarizzato. Sembra l’ora dei processi popolari alle Istituzioni democratiche: roba da rivoluzione, non fosse che i Parlamenti non sono Bastiglie.

Quando le democrazie scivolano verso l’autoritarismo, poi riprenderle per i capelli e riportarle alla normalità dell’alternanza (Biden dopo Trump negli Usa, Lula dopo Bolsonaro in Brasile) diventa rischioso. E l’allarme investe pure il Perù, dove un disegno eversivo è stato intercettato, ma non è stato definitivamente sventato.

Il confronto fra quanto avvenuto a Washington il 6 gennaio 2021 e a Brasilia l’8 gennaio 2023 è inevitabile, anche se fra i due episodi vi sono, oltre che somiglianze, differenze. A partire dal fatto che le Istituzioni statunitensi sono più solide e più radicate di quelle brasiliane, nel cui passato c’è pure l’esperienza sanguinosa di una dittatura militare durata oltre vent’anni, fino al 1985.

Che si chiamino Trump o Bolsonaro, la ricetta dei ‘maestri della polarizzazione’ è semplice: prima del voto, cominciano ad affermare che una loro sconfitta sarebbe possibile solo con dei brogli; dopo il voto, non riconoscono la vittoria del rivale; e assecondano, quando non sobillano, contestazioni e proteste dei loro sostenitori; infine, tentano di dare la spallata finale. Nel 2021, Donald Trump, allora presidente degli Stati Uniti, istigò i suoi sostenitori perché dessero l’assalto al Campidoglio e spingessero il Congresso riunito in sessione plenaria a rovesciare il risultato delle elezioni; domenica scorsa, i ‘bolsonaristi’ sono entrati in azione a cose fatte, dopo l’insediamento l’1 gennaio del nuovo presidente Luiz Inacio Lula da Silva, fidando non nella complicità del Parlamento, ma nella discesa in campo delle forze armate, che, invece, non hanno ceduto al richiamo della piazza.

La situazione preoccupa il Mondo intero. I leader di Usa, Messico e Canada, i presidenti Joe Biden e Manuel Lopez Obrador e il premier Justin Trudeau, ne hanno parlato martedì a Città del Messico: c’è il timore di contagi, mentre la democrazia statunitense deve ancora guarire del tutto dalle ferite della presidenza di Trump. Lo dimostra l’avvio incerto della nuova legislatura, dopo i repubblicani, in maggioranza alla Camera, hanno avuto bisogno di 15 votazioni per eleggere il nuovo speaker, Kevin McCarthy, il loro capogruppo, ‘impallinato’ per quasi una settimana da ‘ultras’ trumpiani (non succedeva dai tempi della Guerra Civile, oltre 175 anni fa).

Condanna della sommossa e sostegno a Lula sono stati espressi da leader di tutto il Mondo: Onu, Ue, Russia, Cina e molti altri denunciano l’insurrezione e sono dalla parte delle Istituzioni e di Lula. A Biden, giungono sollecitazioni per espellere Bolsonaro dall’Unione.

Rispetto a Trump nel 2021, l’ex presidente brasiliano Jair Messias Bolsonaro è stato più prudente: al momento della sommossa, non era presente; anzi era lontano migliaia di chilometri, a Kissimmee in Florida, molto più vicino al resort di Trump a Mar-a-lago che alla scena del crimine. Ma i punti di contatto fra Trump e Bolsonaro, soprannominato ‘Tropical Trump’, sono numerosi, caratteriali e comportamentali: erano entrambi negazionisti del Covid, pur avendolo entrambi contratto in forma anche grave, e sono sprezzanti verso le donne (che Bolsonaro integra con una dichiarata omofobia); entrambi hanno una forte connotazione populista e si presentano come ‘estranei’ all’establishment del loro Paese. Sia Trump che Bolsonaro non hanno mai riconosciuto la sconfitta elettorale e non hanno neppure voluto assistere all’insediamento del rivale. Tra il 30 ottobre, giorno del ballottaggio con Lula, all’1 gennaio, giorno dell’insediamento del nuovo Presidente, Bolsonaro non ha favorito il passaggio delle consegne e ha costantemente avallato le azioni di protesta dei suoi sostenitori, blocchi stradali, manifestazioni nelle città e un accampamento di sedizioni a Brasilia, appena fuori del quartier generale dell’esercito.

I palazzi del potere investiti a Brasilia, capitale artificiale, città costruita in mezzo al nulla, anomala nella sua struttura e nei suoi grandi spazi vuoti, sono stati la sede del Parlamento, la Corte Suprema e il palazzo presidenziale, il Palácio do Planalto. Devastazioni, danneggiamenti, atti di vandalismo: grossi i danni che si stanno ancora valutando.

Sul «Washington Post», Elizabeth Dwoskin racconta come i social networks siano stati funzionali all’organizzazione della sommossa in Brasile, esattamente come accadde negli Stati Uniti. Desta interrogativi il fatto che, dopo che due anni or sono le forze di sicurezza statunitensi furono colte impreparate, lo stesso abbia ora potuto avvenire in Brasile, dove, da settimane, i social veicolavano inviti ad attaccare impianti energetici e altre infrastrutture, con l’obiettivo di paralizzare il Paese.

Come specialisti brasiliani hanno evidenziato, gli influencers bolsonaristi utilizzavano, per sfuggire all’intelligence e alle forze dell’ordine, un codice e invitavano «i patrioti» alla «festa di Selma», dove Selma è una storpiatura della parola «selva», termine militare per grido di battaglia. Ma che fossero ‘bolsonaristi’, le persone accampate da giorni a Brasilia o i camionisti in agitazione, non v’è dubbio: del resto, domenica, molti indossavano la loro divisa, la maglia verde e oro della nazionale, di cui Bolsonaro ha quasi fatto un emblema politico, mettendola anche per andare a votare. Al punto che, da sinistra, qualcuno chiese che il Brasile ai Mondiali in Qatar cambiasse maglia.

Ci sono volute diverse ore perché le forze dell’ordine isolassero l’area della sommossa prima e riprendessero il controllo della situazione poi. Il governatore del Distretto federale di Brasilia Ibaneis Rocha è stato sospeso per un periodo di 90 giorni: «La violenta escalation di atti criminali è circostanza che può verificarsi solo con il consenso, e anche l’effettivo coinvolgimento, di chi è responsabile della sicurezza pubblica e dell’intelligence», è la motivazione del provvedimento.

In Brasile, del resto, numerosi governatori e funzionari pubblici sono di nomina o di appartenenza bolsonarista. E la polarizzazione nel Paese è alta fin dalle elezioni del 2018, quando Bolsonaro vinse soprattutto perché Lula non potè candidarsi: era in prigione e stava scontano una pena, poi annullata dalla Corte Suprema, comminatagli in un processo per corruzione dopo un’inchiesta politicamente motivata condotta dal giudice Sergio Moro. L’inchiesta è nota come Operatione Lava Jato, cioè Operazione autolavaggio: iniziò nel 2014, quando le dichiarazioni di un pentito gettarono luce sul sistema di tangenti dell’azienda petrolifera statale Petrobras. Nel 2019, Moro divenne ministro della Giustizia di Bolsonaro, salvo poi dimettersi poco più di un anno dopo.

Negligenti, o conniventi prima della fiammata insurrezionale di domenica scorsa, le autorità statali e federali stanno ora reagendo in modo fermo: vogliono individuare e processare i responsabili, come si sta ancora facendo negli Stati Uniti (decine i processi celebrati e le condanne inferte). Sarebbero centinaia, secondo alcune fonti addirittura 1.200, i sostenitori di Bolsonaro arrestati; e si continua a lavorare per identificare i partecipanti all’attacco. Almeno 40 autobus hanno trasportato gli arrestati alla sede centrale della polizia federale. Nel Paese, risuona lo slogan «No amnistia».

Il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes ha ordinato alle piattaforme di social networks Facebook, Twitter e TikTok di bloccare la propaganda golpista; e ha ordinato alle società di telecom di geo-localizzare i movimenti degli utenti presenti in Praça dos Três Poderes, dove i bolsonaristi erano accampati. Martedì sera, il giudice de Moraes ha inoltre diramato mandati di arresto per i responsabili politico e militare dell’ordine pubblico nel distretto di Brasilia. Una cinquantina i feriti, di cui almeno sei in modo grave.

Di attacco «barbaro e fascista» ha parlato il presidente Lula, che esce rafforzato da questo episodio: assicura che i «terroristi saranno puniti in modo esemplare», pur denunciando «lacune» nei sistemi di sicurezza. Ma nel Paese sudamericano la situazione è lungi dall’essere normalizzata: si segnalano nuovi blocchi stradali e autostradali in almeno quattro Stati, fra cui San Paolo. Il più colpito è, però, lo Stato del Mato Grosso.

Bolsonaro ha condannato quanto accaduto: «Le manifestazioni pacifiche, nel rispetto della legge, fanno parte della democrazia. I saccheggi e le invasioni di edifici pubblici come quelli di domenica, così come quelli praticati dalla sinistra nel 2013 e nel 2017, sono illegali», ha detto. Ed ha respinto le accuse, a suo dire senza prove, fattegli dal neopresidente Lula: «Durante tutto il mio mandato – ha rilevato – sono sempre stato nel perimetro della Costituzione, rispettando e difendendo le leggi, la democrazia, la trasparenza e la nostra sacra libertà».

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