Carcere, più misure alternative contro la recidiva

Analisi – Il clan Gilwell (scout dai 16 ai 21 anni) del gruppo Agesci Torino XXV ha dedicato un anno di riflessione ai temi della detenzione e ha mandato al nostro giornale – che ogni 15 giorni pubblica «La Voce dentro», rubrica dedicata alle voci dal carcere – una riflessione sulle conclusioni del percorso formativo che volentieri pubblichiamo

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Quest’anno il nostro Clan Gilwell ha scelto di affrontare, come Capitolo (il nostro programma di formazione annuale) il carcere e le sue funzioni. Innanzitutto, ci siamo chiesti se il carcere avesse una funzione rieducativa e/o punitiva e soprattutto se, a nostro avviso, fossero necessari entrambi questi due aspetti. Ne abbiamo discusso a lungo e ci siamo informati attraverso testimonianze di persone che lavorano in carcere come ad esempio don Domenico Ricca, cappellano dell’Istituto penale per i minorenni di Torino « Ferrante Aporti» e contributi trovati su internet.
Abbiamo imparato molte cose che non sapevamo, poiché il carcere è un’istituzione «totale» e gli individui che vivono al suo interno vengono completamente allontanati e isolati dalla società ed è quindi difficile immaginare come sia la vita dei detenuti.

Il punto fermo sul quale ci siamo ritrovati dopo numerose riflessioni è il fatto che il carcere oggi non funziona, poiché lede la dignità e la libertà dell’individuo e non è realmente rieducativo. Abbiamo inoltre scoperto l’esistenza di misure alternative al carcere molto valide e le abbiamo approfondite.
In Italia, ad esempio, le misure alternative alla detenzione previste sono la semilibertà, la detenzione domiciliare e l’affidamento in prova al servizio sociale. L’affidamento in prova al servizio è considerata la misura alterativa per eccellenza, in quanto si svolge totalmente nel territorio, con l’obiettivo di evitare i danni derivanti dal contatto con l’ambiente penitenziario e dalla condizione di privazione della libertà.
Siamo rimasti colpiti da alcune misure alternative usate all’estero, come ad esempio le Carceri Apac (Associazione di protezione e assistenza ai condannati) in Brasile al cui interno dei penitenziari si può leggere la frase «Qui entra l’uomo, il reato resta fuori». La caratteristica di queste carceri è di offrire un’alternativa al tradizionale sistema penitenziario. I detenuti sono in cella, ma non ci sono poliziotti e agenti penitenziari. Sono gli stessi ristretti a custodire le chiavi del carcere, a occuparsi della pulizia, dell’organizzazione e della sicurezza, in collaborazione con i responsabili Apac, i volontari e il personale amministrativo. Può entrare nelle Apac chi ha già trascorso un certo periodo nel carcere convenzionale, su disposizione del giudice di sorveglianza e previo impegno sottoscritto dal detenuto di rispettare le regole della struttura.
Per l’Onu le Apac rappresentano il più efficace sistema di recupero in assoluto.
In Italia ce ne sono due riconosciute a Rimini e altre sei in via di riconoscimento tra Rimini, Vasto, Termoli, Bocceda, Forlì e Piasco. In Brasile se ne contano una cinquantina e ospitano circa 3 mila detenuti. Ciò che colpisce è il bassissimo tasso di recidiva tra le persone che vi hanno scontato una pena: 15% a fronte di un tasso dell’85% dei comuni istituti brasiliani.
Il nostro obiettivo è quello far conoscere le misure alternative perché vengano incentivate, poichè crediamo sia importante che tutti sappiamo che un’alternativa c’è e che le cose non devono per forza restare come sono solo perché fino ad ora si è sempre fatto così.
CLAN GILWELL – Agesci, Torino XXV

Il Clan Gilwell To XXV

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