Card. Pizzaballa, “per la prima volta in Terra Santa facciamo i conti con la fame”

Pasqua sotto le bombe – «È la prima volta che dobbiamo fare i conti con la fame vera e propria», è l’allarme del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme

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cardinale Pierbattista Pizzaballa

«Grazie per la vostra testimonianza di fede, grazie per la carità che c’è tra voi, grazie perché sapete sperare contro ogni speranza». La speranza è il concetto chiave, ripetuto sei volte, della lettera che Papa Francesco scrive ai cattolici di Terra Santa per la Pasqua, che le comunità cattoliche celebrano il 31 marzo secondo il calendario gregoriano, e quelle orientali il 5 maggio secondo il calendario giuliano. Desidera far sentire il suo «affetto di padre», in particolare a quelli che in questi mesi «patiscono più dolorosamente il dramma assurdo della guerra, ai bambini cui viene negato il futuro, a quanti sono nel pianto e nel dolore e vivono in angoscia e smarrimento».

Confida: «Da tempo vi penso e ogni giorno prego per voi. Ma in questa Pasqua, che per voi sa tanto di passione e ancora poco di risurrezione, sento il bisogno di dirvi che vi porto nel cuore». Ricorda il pellegrinaggio da lui compiuto dieci anni fa, nel maggio 2014, e fa sue le parole di Paolo VI, il primo pontefice pellegrino in Terra Santa 60 anni fa il 4-6 gennaio 1964, che sottolineava «il pericolo per la pace nel mondo intero del protrarsi delle tensioni nel Medio Oriente». Francesco afferma che la Terra Santa è testimonianza costante, «attraverso le proprie sofferenze della passione del Signore, e insieme ha annunciato e annuncia che il crocifisso è risorto. In questi tempi oscuri, in cui sembra che le tenebre del Venerdì Santo ricoprano la vostra terra e troppe parti del mondo sfigurate dall’inutile follia della guerra, che è sempre e per tutti una sanguinosa sconfitta, voi siete fiaccole accese nella notte; siete semi di bene in una terra lacerata da conflitti».

Rinnova la preghiera al Signore «nostra pace perché liberi il cuore dell’uomo da odio,  violenza e vendetta. Fa’ che nessuno ci rubi dal cuore la speranza di rialzarci e di risorgere con te, fa’ che non ci stanchiamo di affermare la dignità di ogni uomo, senza distinzione di religione, di etnia o di nazionalità, a partire dai più fragili: dalle donne, dagli anziani, dai piccoli e dai poveri». Assicura ai cattolici: «Non siete soli e non vi lasceremo soli, ma rimarremo solidali con voi attraverso la preghiera e la carità. Spero di poter tornare presto da voi come pellegrino, per guardarvi negli occhi e abbracciarvi. Cresca e risplenda, nel crogiolo della sofferenza, l’oro dell’unità, anche con i fratelli e le sorelle delle altre confessioni cristiane, ai quali manifesto la mia spirituale vicinanza ed esprimo il mio incoraggiamento».

Una tomba vuota nella città deserta. «La Chiesa sta vivendo un lungo Venerdì Santo, ma il Cristianesimo resta una proposta che cambia il mondo». Le parole del cardinale patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa risuonano in una vuota città santa per ebrei, cristiani, musulmani. Vuoti gli alberghi e i negozi, chiuso l’ostello della Custodia. La processione delle Palme ha visto pochi cristiani perché i militari israeliani – contrariamente alle promesse – hanno chiuso i varchi.

Padre Gabriel Romanelli da Gaza informa: «In molti dicono: “Siamo disperati, andiamo da Gesù”». Da Gaza giungono i messaggi dei 600 cristiani, cattolici e ortodossi, che vivono insieme dopo la distruzione della chiesa ortodossa. Suor Nabila dal suo convento, manda un messaggio-appello: «Voi fuori non potete capire cosa stiamo vivendo. Gaza è rasa al suolo, la Striscia è divisa in due, si combatte ovunque. Il cibo è scarso; i prezzi altissimi; gli aiuti non arrivano. Quale sarà il futuro di questa terra? Ci vorranno anni per rivedere la luce».

La fame è devastante, conferma il cardinal Pizzaballa: «È la prima volta che dobbiamo fare i conti con la fame vera e propria». Cattolici e ortodossi condividono tutto. L’ecumenismo qui è una realtà che nasce nel sangue. «È il segno evidente dell’unità sempre maggiore tra le Chiese cristiane», dice il custode di Terra Santa, padre Francesco Patton: «In nessun altro posto al mondo l’ecumenismo è così vissuto e messo in pratica come qui perché è maturata una sofferenza condivisa da tutti, una chiesa resiliente e questo fa parte del mistero dell’esperienza cristiana».

Dal Medio Oriente al cuore dell’Europa. A Zaporizhzhia in Ucraina nella Cattedrale cattolica il nunzio distribuisce un piccolo regalo di Papa Francesco ai poveri di guerra, sfollati dai territori occupati della regione che per l’80 per cento è in mano russa. In 1.500 ricevono un buono spesa che si aggiunge al pane sfornato dai padri Albertini e al cibo «fraterno» che raggiunge la città. «Un dono di papa Francesco».

Di ben altra natura le brutali parole del patriarca ortodosso di Mosca Kirill: «In Ucraina è una guerra santa». Si tratta di una svolta delle autorità, politiche e religiose, russe che hanno accuratamente evitato di inquadrare l’invasione russa dell’Ucraina come una guerra, parlando di «operazione speciale». In un nuovo documento ideologico e politico, Kirill – riporta l’inglese «Guardian» – definisce l’«operazione militare speciale» di Putin una «Svyashennaya Voyna (guerra santa) e una nuova fase nella lotta del popolo russo per la liberazione nazionale nella Russia sud-occidentale», che è l’Ucraina. Kirill sostiene che quella in Ucraina è «una guerra santa perché Mosca difende la Santa Russia e il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente caduto nel satanismo». Il Consiglio pan-ucraino delle religioni, ebrei e musulmani compresi, e delle confessioni cristiane condanna vigorosamente la «guerra santa» di Putin: «Kirill e la Chiesa russa giustificano un genocidio».

Pier Giuseppe Accornero

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