Cardinale Ballestrero, chiusa l’inchiesta diocesana per la beatificazione

Torino – È giunta a conclusione l’inchiesta diocesana per la causa di canonizzazione del Servo di Dio cardinale Anastasio Ballestrero, già Arcivescovo di Torino (1977-1989), di cui il 21 giugno ricorre il 25° anniversario della morte

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Il cardinale Ballestrero e il predecessore card. Pellegrino

È giunta a conclusione l’inchiesta diocesana per la causa di canonizzazione del Servo di Dio cardinale Anastasio Ballestrero, già arcivescovo di Torino (1977-1989), del quale il 21 giugno ricorre il 25° anniversario della morte.

Venerdì 23 giugno alle 16, nella Cattedrale di Torino, l’Arcivescovo di Torino mons. Roberto Repole celebrerà una Messa in sua memoria e in ringraziamento per la sua opera di pastore nella nostra arcidiocesi. Parteciperanno numerosi vescovi, in carica ed emeriti, della Regione ecclesiastica di Piemonte e Valle d’Aosta (CEP).

Al termine della Messa si svolgerà la sessione finale dell’inchiesta diocesana, con la firma delle ultime dichiarazioni, la chiusura dei plichi e la loro sigillatura. Saranno presenti: il delegato episcopale per la Cause dei Santi, don Giuseppe Tuninetti, il Promotore di Giustizia, il Notaio e il Postulatore generale.

L’incontro è realizzato d’Intesa con il postulatore generale dell’Ordine dei Carmelitani, padre Marco Chiesa OCD, e con il medesimo Ordine religioso dei Carmelitani della Provincia Ligure, della quale fa parte anche la nostra città.

La celebrazione è aperta a tutti i fedeli che abbiano piacere di partecipare.

Il Cardinale Ballestrero verso gli altari

Rivelò presto di quale pasta era fatto. Colpito a 19 anni da setticemia, estesa dall’unghia al piede e alla gam­ba, Alberto Ballestrero fu ricoverato nell’ospedale genovese di Galliera dal 3 ottobre al 24 dicembre 1932. Per salvarlo, bisognava amputargli la gam­ba. Rifiuta: «O prete o morto». Senza una gamba non si diventava preti. Gli amputano solo l’alluce destro: costretto alle stampelle, rifiuta calze e stufa. C’è un piccolo stra­scico giudiziario. Avrebbe dovuto fare la visita militare ma i superiori dimenticarono di comunicare la sua condizione al Distretto e così fu processato per renitenza. Gli consigliarono di presentarsi al tribunale in abiti civili. Niente affatto: va in abito re­ligioso. Assolto.

Nato a Genova il 3 ottobre 1913, a 11 anni entra nel Seminario minore dei Carmelitani scalzi al «Deserto» di Varazze; il 17 ottobre 1929 i primi voti e diventa fra Anastasio del Santissimo Rosario. A 22 anni e otto mesi è ordinato sacerdote, il 6 giugno 1936, nella Cattedrale di Genova dal cardinale arcivescovo Dalmazio Minoretti. Rilevante la frequentazione a Parigi del circolo di Jacques Maritain: «Quelle settimane dai Maritain a Parigi mi diedero modo di conoscere Henry Bergson, Gertrud von Le Fort, Réginald Garrigou-Lagrange, Edward Schillebeeckx, giovanissimo tomista di razza». Tutti protagonisti del Concilio Vaticano II.

Professore, maestro dei novizi, priore, provinciale della Liguria (1948-1954), a 42 anni il 9 aprile 1955 è eletto preposito generale e il 21 aprile 1961 è confermato per un secondo sessennio fino al 20 maggio 1967. Visita tutte le comunità carmelitane, dall’Iran all’America Latina, dalla Papuasia – dove incontra Marie-Christiane Lefebvre, sorella del vescovo scismatico Marcel, che «già allora obbediva più al fratello che al suo Ordine» – alla Terra Santa: grazie all’ex presidente americano Dwigt David Eisenhower ottiene i terreni del Monte Carmelo sequestrati dall’esercito israeliano. Capolavoro del generalato il restauro de «Il castello interiore» di Teresa d’Ávila e de «Il cammino di perfezione» di Giovanni della Croce e la proclamazione il 27 settembre 1970, da parte di Paolo VI, di Teresa d’Ávila e Caterina da Siena a dottori della Chiesa.

Partecipa al Vaticano II. Membro della Commissione teologica, collabora alla stesura del decreto «Perfectae caritatis» sulla vita religiosa e, grazie al suo intervento in extremis, la costituzione pastorale cambia l’«incipit»: dal funereo «Angor et luctus, angoscia e lutto» a «Gaudium et spes, gioia e speranza». Fra i suoi amici Henri-Marie de Lubac e il vescovo ausiliare di Cracovia Karol Wojtyla.

Il 21 dicembre 1973 Paolo VI lo nomina arcivescovo di Bari. Alla «matura età di sessant’anni» deve cambiare vita: impara a fare il vescovo, incontra i carcerati, «si fa amare come un umile frate» scrive «La Gazzetta del Mezzogiorno». Nel 1975 predica in Vaticano gli esercizi spirituali al Papa e alla Curia. Il 1° agosto 1977 Paolo VI lo nomina arcivescovo di Torino, dopo Michele Pellegrino. Pare che Montini abbia detto: «Dopo l’esperienza di Bari troverà difficile l’esperienza di Torino». E che lui abbia risposto: «Non voglio essere il castigamatti di nessuno».

Scrive Giuseppe Tuninetti, storico della Chiesa torinese: «Tra Ballestrero e Torino non ci fu amore a prima vista. Anzi ci fu diffidenza reciproca, a mo­tivo di pregiudizi e di scorretta informazione. La diocesi di Torino non era il paradiso terrestre, ma non era neppure babilonia. Era atteso al varco dai nostalgici di Pellegrino e dagli avversari: tutti vole­vano un arcivescovo a propria immagine e somiglianza». Opera negli anni più tremendi del terrorismo e tenta la pacificazione nella società e nella Chiesa. Valorizza le zone pastorali; crea quattro distretti territoriali affidati a vicari episcopali; promuove la pastorale della famiglia e dei giovani; istituisce la Caritas diocesana e avvia quelle parrocchiali; favorisce il diaconato permanente, i corsi per ope­ratori pastorali, la scuola di politica.

Ballestrero gode la stima dei vescovi per la caratura spirituale e l’esperienza ascetica, perché si tiene lontano dalla Curia e dalla politica. Vicepresidente della Cei nel 1978, Giovanni Paolo II lo nomina presidente (1979-1986) e cardinale, in anni segnati dalla scia di sangue del terrorismo rosso e delle stragi nere: referendum sull’aborto nel 1981; revisione del Concordato nel 1984 al quale offre un apporto qualificante; attentato a Wojtyla nell’81; nuovi catechismi e seconda edizione del Messale. L’evento più importante è il secondo convegno della Chiesa italiana a Loreto 9-13 aprile 1985 su «Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini».

Di Giovanni Paolo II è collaboratore schietto, leale, non servile. Testimonia l’arcivescovo Carlo Ghidelli, allora sottosegretario Cei (1983-86): «Sul Concordato non era del tutto soddisfatto ma diede direttive chiare e forti. Fu vigile come una sentinella sull’attivismo di alcuni movimenti con un confronto molto serrato con il Papa su Comunione e Liberazione. Chiese che anche i vescovi italiani potessero eleggere il presidente. Poiché l’approvazione del Messale tardava, disse al Papa: “O lei firma o io mi dimetto”».

Contemplativo e maestro di spirito nel tumulto della metropoli, l’episcopato torinese è punteggiato da eventi storici. L’ostensione popolare della Sindone nel 1978 ha un successo incredibile. Le visite di Giovanni Paolo II: nel 1980 nella fase più drammatica del terrorismo «Torino vivi in pace!»; nel 1988 per il centenario della morte di Giovanni Bosco.

Come «custode» della Sindone, con il benestare della Santa Sede, dà il consenso al radiocarbonio 14. I media legarono il suo nome a quello sciagurato esame: «Uno sconsolato cardinal Ballestrero dovette annunciare che “occorreva accettare i risultati” secondo i quali si trattava di un falso medievale». Assolutamente no: «Nel rimettere alla scienza la valutazione dei risultati, la Chiesa ribadisce la sua venerazione alla Sindone. Il fatto che molte notizie siano state anticipate è motivo di personale rincrescimento perché ha favorito l’insinuazione che la Chiesa avesse paura della scienza. Le costernazioni della Chiesa non sono queste. Sono del tutto sereno».

Ritirato a Bocca di Magra (La Spezia) muore il 21 giu­gno 1998. È sepolto nel Carmelo di Varazze. Per tutti rimane «il vescovo che fu monaco per tutta la vita».

Pier Giuseppe Accornero

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