È il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin a parlare in nome della Santa Sede sulla situazione in Iran. Singolare poi il fatto che egli si rivolga alle autorità statali, «snobbando», in un certo senso, i caporioni della «Guida suprema» che spargono sangue e morti a migliaia in un Paese a maggioranza (90-95 per cento) sciita. I Pontefici romani, dalla «rivoluzione khomeinista» del 1979 a oggi, non si rivolgono tanto al brutale «regime degli yatollah» – che si regge sulla forza bruta dei «pasdaran, guardiani della rivoluzione» – ma alle autorità civili dello Stato. Così nessun Papa dal 1979 – Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV – ha mai incontrato la «guida suprema» (oggi Ali Khamenei) ma gli esponenti politici mantenendo un approccio diplomatico cauto e di dialogo con l’Iran, finalizzato anzitutto alla protezione della piccola comunità cattolica locale e sulla promozione della pace nel Medio Oriente.
Papa Bergoglio, dieci anni fa, il 26 gennaio 2016 ricevette il presidente dell’Iran Hassan Rouhani, per mantenere aperti i canali diplomatici. Così i Papi evitano di manifestare pubbliche critiche, anche dopo le recenti stragi di manifestanti. Però il card. Parolin nota che «non si può massacrare il proprio popolo»: questa è un’implicita critica della repressione iraniana ed è il massimo che ci si può aspettare dalla Santa Sede, se non altro perché le relazioni sono state e sono buone ed è all’attuale presidente Masoud Pesheznian che il segretario di Stato si rivolge.
MINNESOTA – Nella «Giornata della verità e della libertà», convocata in Minnesota per stoppare le incursioni omicide dell’«Immigration and Customs Enforcement» (Ice), i cittadini di Minneapolis sfidano gli agenti armati fino ai denti in strada, a 24 gradi sottozero. Una manifestazione si svolge all’aeroporto internazionale della capitale Saint Paul per dare voce all’indignazione contro i voli carichi di immigrati deportati. L’Amministrazione Trump si schiera, comunque e sempre, dalla parte degli agenti violenti e sanguinari, protagonisti di brutali episodi di abuso, uomini arruolati per picchiare ed espellere gli «indocumentados», anche bambini di 5 e 2 anni. Chiusi, in tutto lo Stato, bar, ristoranti e negozi e aperte invece le attività di chi serve i manifestanti offrendo caffè e materiali per preparare i cartelli «Ice out, Ice fuori»). Decine le veglie di preghiera. All’aeroporto di Saint Paul 100 esponenti di varie denominazioni cristiane si inginocchiano in strada cantando inni e pregando per chiedere alle compagnie aeree di smetterla di collaborare con i violenti e i prepotenti. I 100 preti e pastori sono caricati sugli autobus senza che oppongano resistenza.
MARCIA DI WASHINGTON – «Porgo un caloroso saluto a tutti voi che partecipate alla “Marcia per la vita”. Esprimo il mio sincero apprezzamento e vi assicuro la mia vicinanza spirituale mentre vi riunite per questa eloquente testimonianza pubblica per affermare che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile di ogni altro diritto umano» scrive Papa Leone agli organizzatori della 53ª edizione della «March for Live» 2026 sul tema «La vita è un dono». Il 22 gennaio 1974 Kathy McEnte organizzò la prima marcia per la vita a Washington D. C. come reazione e protesta alla sentenza della Corte Suprema che aveva legalizzato l’aborto. Aggiunge il Pontefice americano, che in passato partecipò alla marcia, evento che attira regolarmente ogni anno migliaia di persone: «Una società è sana e progredisce veramente solo quando salvaguarda la sacralità della vita umana e lavora attivamente per promuoverla. Vorrei incoraggiarvi, in particolare i giovani, a continuare a impegnarvi per garantire che la vita sia rispettata in tutte le sue fasi attraverso sforzi adeguati a tutti i livelli della società, compreso il dialogo con i capi civili e politici».
GROENLANDIA – Irritata reazione dell’amministrazione Usa alle dichiarazioni di tre cardinali americani che criticano le mire espansionistiche del «bullo di Washington» sulla Groenlandia, e all’arcivescovo Timothy Broglio, ordinario militare che mette in luce la possibilità, per i soldati, di opporre obiezione di coscienza. Si è anche sparsa la voce che il Papa avrebbe negato udienza al presidente francese Emmanuel Macron. La notizia è seccamente smentita dal direttore della Sala Stampa. La Santa Sede non nega mai incontri, semmai li favorisce.
BRASILE – Il card. Parolin celebra una Messa per il 200° delle relazioni tra Santa Sede e Brasile e in Santa Maria Maggiore tiene l’omelia in portoghese. Le relazioni sono iniziate il 23 gennaio 1826, quando la Santa Sede riconobbe l’Impero del Brasile. Questo ben prima dell’unità d’Italia (1861) e della presa di Roma (1870). La diplomazia è intesa dalla Santa Sede – dice Parolin – «come servizio della pace, rinuncia alla violenza e comunione che nasce dall’armonia delle differenze orientate a un fine più alto. La diplomazia della Chiesa non nasce dalla ricerca di vantaggi politici ma da una visione morale e spirituale della storia, in cui il dialogo prevale sul conflitto, la pazienza sulla sopraffazione e la coscienza sull’interesse immediato». Il segretario di Stato sottolinea che la Santa Sede «è una compagna di viaggio del Paese sudamericano, sempre attenta alle ferite sociali, alle sfide educative e alla promozione della giustizia e della pace». In duecento anni di relazioni – aggiunge – Santa Sede e Brasile «hanno attraversato mutamenti politici, trasformazioni sociali, crisi e rinnovamenti, rimanendo ancorati a un principio essenziale: la centralità della persona umana, creata a immagine di Dio e chiamata a una vita di dignità, libertà e responsabilità. Le Sacre Scritture tracciano la rotta della missione della Chiesa e al contempo della diplomazia che, in un mondo segnato da tensioni, conflitti e nuove forme di povertà, non possono prescindere dalla ricerca sincera della pace, dono di Dio e frutto della giustizia».
Pier Giuseppe Accornero
