C’è uno spiraglio per Mirafiori

Piano Stellantis per il 2038 – L’obiettivo è lontano nel tempo: entro il 2038 la fabbrica di Mirafiori potrebbe diventare un polo della mobilità sostenibile. L’ipotesi di Stellantis è stata presentata martedì scorso al sindaco Stefano Lo Russo

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Pur ancora lontano dall’obiettivo del milione di auto prodotte annualmente in Italia, numero auspicato nel tavolo automotive avviato tra gli attori principali in gioco e il Governo, arrivano segnali da Torino dove martedì 20 febbraio 2024 si è svolto un incontro in Comune sul tema.

Stellantis valuta positivamente l’incontro, ribadendo «il sostegno a iniziative chiave a Mirafiori nell’ambito del piano «Dare Forward 2030», con l’obiettivo di trasformare il sito in un polo innovativo per la mobilità sostenibile entro il 2038». Lo afferma l’azienda in una nota diffusa dopo l’incontro a Palazzo civico. La delegazione aziendale era guidata da Davide Mele responsabile Corporate Affairs, Daniele Chiari responsabile relazioni istituzionali e Giuseppe Manca responsabile delle Risorse umane di Stellantis Italia.

C’è cauto ottimismo da parte delle parti sociali: Fabrizio Cellino, presidente di Api (associazione Piccole e medie imprese) Torino: «Stellantis ha riconfermato gli investimenti, in particolare per quanto riguarda la Direzione tecnica a Torino insieme ai centri-stile Alfa e Maserati e all’Hub sull’economia circolare e Battery Technology Center. Giudico positivo l’incontro. Manca però ancora una conferma per utilizzare al meglio il know how manifatturiero del territorio di cui la filiera è portatrice e di cui le nostre associate sono un esempio virtuoso. Adesso però è ora di mettere fine alle polemiche e al piangersi addosso. Come territorio, dobbiamo mostrare a Stellantis coesione, proattività e capacità. Le istituzioni da parte loro devono continuare a lavorare sull’attrattività come stanno facendo. Credo che ci saranno due anni di grande sofferenza, ma se Stellantis riuscirà a chiudere un accordo come quello con Leapmotor per 150 mila vetture a Mirafiori il futuro sarà meglio di quanto si pensi».

Intanto Stellantis si lascia alle spalle un 2023 tutt’altro che negativo grazie ai 189,5 miliardi di ricavi e un utile netto di 18,6 miliardi di euro (+11%), Renault per fare un paragone ha fatto registrare 2,3 miliardi di utile nello stesso periodo. A trainare i risultati Stellantis a livello globale rispuntano le vendite di veicoli a basse emissioni e gli elettrici. I dividendi e i
«segni più» fanno esultare gli azionisti, meno applausi e più timori da lavoratori, sindacati e una parte dell’indotto. Critica ad esempio Confartigianato Piemonte: «È oramai evidente a tutti che l’operazione Stellantis ha segnato la vendita ad altri, seppur camuffata da fusione, di tutto ciò che ha rappresentato la Fiat per Torino e l’Italia. La conferma viene dai numeri più recenti: ricavi e utili da record nell’esercizio 2023 e aumento delle vendite di elettrici e plug-in. Un Gruppo che viaggia a vele spiegate, ma che a Mirafiori mette gli operai in cassa integrazione e a oggi non pare in grado di prospettare nessun serio piano industriale di rilancio. Insomma, la solita storia per cui gli utili vanno a vantaggio di pochi mentre le perdite colpiscono gli anelli deboli della catena.

Ovvero, operai e dipendenti Mirafiori e tutto l’indotto». Secondo Confartigianato bisogna rivalutare il modello delle imprese artigiane, portatrici di una cultura di rispetto del lavoro, di presidio del territorio e di valorizzazione delle persone e dei loro talenti. «La responsabilità sociale dell’impresa, sancita nella Costituzione, oggi trova la sua realizzazione nella media e piccola impresa, non certo in quei modelli imprenditoriali interessati sempre più alla dimensione finanziaria a discapito dell’economia reale. Fusioni e incorporazioni sono operazioni legittime dettate dalla necessità di fare massa critica per competere sui mercati, ma la politica dovrebbe finalmente discernere tra affaristi e imprenditori e adottare politiche di sostegno per questi ultimi». Mentre la famiglia Agnelli-Elkann è alle prese con le questioni di eredità l’Italia si chiede: di Fiat cosa resterà?

Rinnovo contratto – E mentre si sono assopite le discussioni sul salario minimo di legge, si affaccia alle trattative di rinnovo il contratto collettivo per i metalmeccanici industria che si applica ad oltre 1,5 milioni di lavoratori, rinnovato nel 2021 ed in scadenza a giugno 2024.

Secondo solo al contratto Confcommercio per addetti coinvolti, quello delle «tute blu» è da sempre uno degli snodi per la competitività del sistema manifatturiero italiano, le politiche dei redditi e la risonanza sociale. I precedenti rinnovi 2016 e 2021 hanno costituito vere e proprie svolte di rinnovamento, con un contratto 2016 che ha visto tornare a firmare la Cgil ed il lancio di un meccanismo di crescita salariale indicizzato ex post sull’inflazione, cosiddetta Ipca, al netto degli energetici importati insieme a diritto alla formazione e importanti strumenti di welfare come la sanità integrativa. Il 2021 ha rinnovato l’inquadramento dei lavoratori, fermo al 1973, allineando ai nuovi modelli organizzativi, alla digitalizzazione dei prodotti e dei processi, al superamento del dualismo operaio ed impiegato.

E Federmeccanica, che rappresenta i datori di lavoro del settore, ha proposto di continuare sulla strada del rinnovamento, proponendo di lavorare su un contratto di sostenibilità attorno ad ambiente, diritti e condizioni dei lavoratori, trasparenza e condivisione delle scelte di strategia e politica industriale. Il trinomio Environment Social e Governance che oggi banche e fondi di investimenti vanno a valutare prima di investire in una impresa.

Ma d’altra parte il rinnovo si apre in uno scenario di forti tensioni economiche ed occupazionali, nel quadro delle discussioni sulla transizione tecnologica ed energetica, con gli impatti ben evidenti nel tessuto torinese sul futuro dell’auto, e del confronto competitivo tra le Regioni del mondo che mettono in crisi gli assetti tradizionali e la tenuta della manifattura europea, Germania in primis. La proposta dei sindacati è semplice quanto impegnativa: 280 euro lordi di aumento al mese nel triennio per un livello C3, intermedio nell’inquadramento, contro i circa 300 erogati nel triennio precedente a fronte di una inflazione record, ma anche a fronte di previsioni attorno ai 140 euro per il triennio successivo, applicando il meccanismo in vigore vista la riduzione dell’inflazione. E poi 35 ore di lavoro a settimana, almeno da sperimentare a fronte delle attuali 40 (37,5 per i turnisti) e la lotta alla precarietà.

Federmeccanica offre una prima risposta di principio: ruolo di garanzia del contratto, regole interconfederali e, soprattutto, una convergenza tra sostenibilità e competitività sul mercato nell’interesse delle imprese, delle persone e del Paese.

A fronte dei processi di deindustrializzazione in atto in Italia ed Europa ci sono ragioni forti per mettere le mani avanti.  Come sono forti le ragioni per sostenere il potere di acquisto dei salari e le condizioni di lavoro capaci di attrarre giovani e garantire compatibilità tra lavoro e necessità personali in un contesto sociale in trasformazione. Sono le parti sociali che dovranno trovare una sintesi.

Ma probabilmente non potrà voltarsi dall’altra parte il terzo attore, l’istituzione chiamata a creare condizioni normative ed economiche, a partire dal cuneo fiscale e contributivo, allineate al contesto internazionale. Torino non sarà più la città della fiat e delle tute blu. Ma ad oggi, non è senza industria. La discussione ci riguarda.

Emanuele FRANZOSO – Marina LOMUNNO

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