Cento anni fa a Torino nasceva il Famulato Cristiano

8 aprile 1921 – Cento anni fa don Adolfo Barberis fonda a Torino il Famulato Cristiano, gloriosa istituzione tuttora vivente

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Venerabile Adolfo Barberis

«Lo scopo è la moralizzazione del servizio domestico elevandolo a professione moralmente sicura, professionalmente pregiata, tecnicamente buona. La natura della casa deve essere famiglia, non collegio, non caserma, non laboratorio». Per questo le ragazze si chiameranno «famule». Cento anni fa, l’8 aprile 1921, don Adolfo Barberis fonda il Famulato Cristiano, gloriosa istituzione tuttora vivente.

Personaggio singolare questo prete. Nato il 1° giugno 1884 a Torino in una soffitta di via Vanchiglia 12, trascorre un’infanzia travagliata in una famiglia povera: il papà, nel vizio del bere, sciala i proventi del lavoro. Avverte la vocazione e studia in Seminario. Ancora chierico, è scelto come segretario dal cardinale arcivescovo di Torino Agostino Richelmy che nel 1907 lo consacra prete. Uomo colto; cristiano a 24 carati; poliedrico sacerdote che onora la Chiesa torinese – «venerabile» dal 2014 -; maestro e consigliere del clero; «servitore delle serve» e fondatore del Famulato; architetto e pittore autodidatta; docente di Archeologia e Arte sacra; cofondatore del collegio universitario Augustinianum e dell’Opera diocesana pellegrinaggi; oratore itinerante, predica in lungo e in largo nella Penisola; studioso della Sindone e direttore del settimanale «La Buona Settimana». «Pensaci tu» gli dice Richelmy quando ha una grana.

Durante la Grande Guerra, «inutile strage» secondo Benedetto XV, la diocesi di Torino diventa un cantiere di aiuto per tutte le vittime. Don Barberis, cappellano dell’ospedale militare «Maria Letizia» in centro, assiste 600 «miei cari soldati, miei nuovi figliuoli carissimi. La psicologia del soldato mi si rivela ogni giorno co­me quella di un fanciullone. Piange, ride con ogni facilità, fa le bizze, narra esagerando ma si calma e accetta la correzione fatta con amorevolezza». Pur non esperto di cose militari, capisce che l’alterigia dei generali provoca disastri come Caporetto: «La causa principale della perdita di tante vite va ricercata nell’orgoglio di generali. Nessuno vuole accettare di cooperare con altri compiendo parti apparentemente secondarie ma necessarie. Quattro generali vennero destituiti, ma i morti non risuscite­ranno. Ecco il nemico delle nostre armi: l’orgoglio».

Dopo la guerra la «spagnola», in successive ondate, flagella l’Europa e l’Italia, miete milioni di vittime e contagia il cardinale e i due segretari. Richelmy e Barberis guariscono, il più giovane dei segretari non ce la fa e muore a 28 anni. Il 1921 è importante per Famulato: l’arcivescovo stimola e suggerisce; Barberis riflette e progetta, prega e realizza.

Oltre a spazzare la casa, lavare, stirare, cucire, accudire i figli dei padroni, accendere la stufa, fare la spesa, cucinare, servire a tavola, sobbarcarsi i lavori più pesanti e umili come vuotare i pitali e pulire i cessi, le persone di servizio sono costrette anche a soddisfare le voglie dei «padri padroni» ricchi, nobili, borghesi, signorotti, gente della politica e del potere, lesti ad allungare le mani e pronti al ricatto: «O ci stai o ti licenzio. Zitta, non dirlo alla padrona, altrimenti ti butto su una strada». Ragazze nel fiore degli anni, bisognose di lavorare, ingenue e ignare dei pericoli della vita cittadina, lontane dalle loro famiglie e dai loro parroci. Il contatto con la città è molto pericoloso perché, secondo le statistiche, le donne di servizio sono il principale serbatoio della prostituzione.

Una bella e florida ragazza che gira per casa è una tentazione troppo forte per il «signore». E se la «signora» si accorge delle tresche del marito, la reazione può essere diversa: sceneggiate di gelosia, minacce, appelli a quanto «eravamo belli, giovani e innamorati» ed «è ora di piantarla»; oppure fa finta di niente, gira la testa dall’altra parte e sopporta tutto; o una sorta di avvilente complicità per evitare che «si sappia in giro» e che «scoppi uno scandalo».

Così le giovani donne pagano il prezzo più alto; rimangono marchiate per la vita; spesso non riescono a trovare marito «per colpa» di quel figlio non desiderato che le convenzioni sociali e il perbenismo ipocrita qualificano come «bastardo» e «illegittimo». Neppure la Chiesa è immune: i figli illegittimi non potevano entrare in seminario né diventare preti.

A Torino già nel 1861 le colf sono 11.926, il 6 per cento della popolazione: in realtà sono più numerose ma, conservando la residenza nei paesi di origine, molte sfuggono ai controlli. Sono il gruppo più folto di lavoratrici: due terzi provengono dalla campagna perché le torinesi preferiscono la fabbrica. Dopo le domestiche, ci sono lavandaie, cucitrici e stiratrici. Al terzo posto le operaie. Le serve detengono tristi primati: prostituzione, figli illegittimi, infanticidi, delitti passionali, suicidi, mendicità, alcolismo.

Per coprire la latitanza delle istituzioni – istruzione, povertà, sanità, assistenza, formazione dei giovani – e per provvedere alla vita religiosa e alla catechesi, in un secolo e mezzo in Piemonte vengono fondati 47 nuovi Istituti religiosi: 7 maschili e 40 femminili; 24 in diocesi di Torino e 23 nel resto del Piemonte. Anche l’istruzione  e la preparazione alla vita delle ragazze rientrano tra gli obiettivi di fondatori e fondatrici. Alcuni si interessano delle persone di servizio, delle ragazze di facili costumi, delle «figlie pericolanti e giovinette traviate» da condurre «a buon costume», come l’Opera Santa Zita fondata a San Donato dal beato Francesco Faà di Bruno nel 1850.

Barberis l’8 aprile 1921 getta a «Villa Nasi» le basi del Famulato. Si ispira alla Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta: «La Madonna non solo si è fatta serva ma, servendo, ha santificato la casa servita. Scopo del Famulato è formare figlie cristiane che si dedicano al servizio delle famiglie e degli infermi».

Due i caposaldi: formazione religiosa, professionale e culturale; e clima di famiglia. Anche l’etimologia è importante: le chiama «famule» e non «serve», le tratta come «persone di famiglia», «Famulato» richiama la «famiglia». Le ragazze sono educate e preparate dal punto di vista umano e morale, spirituale e sociale, culturale e professionale. Anche per impedire che le giovani, se incinte, siano  sfiorate dall’idea dell’aborto.

Le allieve sono accolte in un noviziato-scuola per sei mesi. Terminato l’apprendistato l’Istituto provvede al collocamento: le allieve si impegnano a rimborsare le spese con lo stipendio di un anno di lavoro. Il 1° giugno 1921 arriva la prima ragazza. Il 21 ottobre la prima «famula» fa la «promessa di fedeltà»: non è una professione religiosa ufficiale, è un avviamento in sordina.

Barberis pensava al progetto già dal 1914, prima della guerra. La situazione delle famiglie e delle donne, alla fine della guerra, è di estrema povertà. Con l’appoggio di alcune signore torinesi dell’aristocrazia e della borghesia, progetta di formare le donne di servizio attraverso lo studio dell’economia domestica, la formazione morale, l’aiuto per il collocamento e l’assistenza sul posto di lavoro.

Spulciando i documenti dell’archivio, la signora Marisa Monteforte scopre un piccolo spaccato sociale ed economico dell’Italia di quel periodo. Dal 1921 ai primi anni Quaranta passano 660 famule, delle quali 65 diventano suore. L’età media è 16-20 anni ma anche più giovani e più anziane, bambine di 10-11 e donne di 40-60. La maggior parte sono nate in Piemonte: Torino e dintorni, Canavese, Pinerolese, Cuneese, Asti, Vercelli, Alessandria, Novara. Seguono Veneto, Trentino (Valsugana), Lombardia, Valle d’Aosta, Liguria, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Campania, Puglia, Sicilia ma anche Svizzera, Francia, Austria, Germania, Brasile, Russia, Croazia, Inghilterra, Cecoslovacchia.

Circa il 50 per cento non ha i genitori: 125 sono orfane di entrambi i genitori; 93 orfane di padre; 99 orfane di madre; 40 figlie di padre ignoto; 10 di madre ignota; 6 di entrambi i genitori ignoti. Alcune sono state allevate da nonni e zii, fratellastri o sorellastre; altre sono state portate al brefotrofio. Le famiglie sono prevalentemente contadine e tutte poverissime: alcuni padri facevano lo spazzacamino o il muratore; le madri erano a servizio. Le ragazze arrivano con il passa parola, la presentazione di parroci, medici, sindaci, potestà, dame di carità, associazioni benefiche. La retta è pagata dai benefattori; alcuni papà scompaiono; altri, seppur benestanti, non contribuiscono al mantenimento.

Oggi il Famulato di via Lomellina si occupa soprattutto di colf straniere. È un piccolo istituto ma molto dinamico. Da cinquant’anni è presente anche in Colombia.

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