Cento anni fa il Partito Comunista, la condanna della Chiesa

Storia – Cento anni fa (21 gennaio 1921) nasceva a Livorno il Partito Comunista d’Italia. Da molto tempo la Chiesa si preoccupava del «comunismo dottrina nefanda». Le posizioni dei pontefici da Pio IX a Pio XII

111

Cento anni fa (21 gennaio 1921) nasceva a Livorno il Partito comunista d’Italia. Da molto tempo la Chiesa si preoccupava del «comunismo dottrina nefanda». Già dai tempi dell’ultimo «Papa-re», Giovanni Maria (Battista Pietro Pellegrino Isidoro) Mastai Ferretti da Senigallia, il pontefice più longevo (31 anni, 7 mesi e 7 giorni) dopo San Pietro (34-37 anni). Pio IX, Leone XIII e Benedetto XV condannano il comunismo «dottrina nefanda e contraria al diritto naturale: una volta ammessa porterebbe allo sconvolgimento dei diritti di tutti, dei beni, delle proprietà e della società umana»; uno dei tanti sistemi «che tentano accanitamente di assalire la divina autorità della Chiesa e le sue leggi e di calpestare i diritti del potere sacro e di quello civile» come le sette protestanti, le società bibliche, le società massoniche segrete, l’indifferentismo religioso.

«COMUNISMO DOTTRINA NEFANDA» – Nell’enciclica «Nostis et nobiscum» (8 dicembre 1849) sulla situazione italiana, Pio IX dedica molto spazio alle «stolte e pericolose invenzioni del comunismo e del socialismo» e alla constatazione preoccupata che «i nemici di Dio e dell’umana società non lasciano intentato qualsivoglia artificio per affievolire e distruggere nel cuore degli italiani l’ossequio che portano a noi e alla Santa Sede». Questa impostazione prevale per lungo tempo, alimentata dai moti rivoluzionari del 1848. Pio IX nell’enciclica «Quanta cura. Condanna e proscrizione di gravi errori dell’epoca» (8 dicembre 1864) con il «Sillabo» condanna «socialismo, comunismo, società segrete, società bibliche, società clerico-liberali». Leone XIII per stroncare il comunismo scomoda la filosofia di San Tommaso: Cristianesimo e comunismo sono due filosofie che si oppongono. Nella «Rerum novarum» (15 maggio 1891) Leone XIII lo biasima come contrario al diritto di proprietà, dei beni di produzione e di consumo. Il comunismo agrario, pur riconoscendo il diritto alla proprietà dei mezzi di produzione, esclude il possesso della terra in quanto tale. Sulla stessa lunghezza i pochi interventi di Benedetto XV mentre Pio X non si pronuncia.

LA VIOLENZA DELLE PERSECUZIONI RELIGIOSE – Nel XX secolo le persecuzioni religiose in Russia, Cina e Messico mostrano la natura violenta del comunismo e minacciano l’esistenza della religione cristiana. Nella «Quadragesimo anno» (15 maggio 1931) Pio XI afferma: «Quanto il comunismo sia nemico dichiarato della Chiesa, e di Dio, è cosa dimostrata dall’esperienza e a tutti notissima». La «Divini Redemptoris» (19 marzo 1937) condanna il comunismo bolscevico e ateo che propala una falsa redenzione: «Uno pseudo-ideale di giustizia, uguaglianza e fraternità nel lavoro pervade tutta la sua dottrina e tutta la sua attività d’un falso misticismo, che alle folle adescate da fallaci promesse comunica uno slancio e un entusiasmo contagioso, in un tempo in cui da una distribuzione difettosa delle cose di questo mondo risulta una miseria non consueta». Il comunismo è «sistema pieno di errori e sofismi, contrastante sia con la ragione sia con la rivelazione divina; sovvertitore dell’ordine sociale perché equivale alla distruzione delle sue basi fondamentali; misconoscitore della vera origine della natura e del fine dello Stato; negatore dei diritti della persona umana, della sua dignità e libertà».

DOTTRINA COMUNISTA E APOSTASIA DELLA FEDE – Ecco perché nel 1949 Pio XII qualifica la dottrina comunista, materialista e atea come «apostasia della fede» e condanna partiti, associazioni e singoli. Il Partito comunista in Italia non si propone fini antireligiosi in quanto tali e non richiede un’adesione personale al materialismo dialettico. Nel 1946 Togliatti modifica l’articolo 2 dello statuto: non si pretende più l’adesione all’ideologia marxista-leninista ma invoglia a iscriversi i cittadini «che accettino il programma politico del Pci, indipendentemente dalla razza, dalla fede religiosa e dalle convinzioni filosofiche». Il documento del Sant’Offizio si rivolge ai sostenitori della politica del partito, a quanti aderiscono in varia maniera alla politica dei Partiti comunisti. In Italia si tratta di enormi masse di cattolici, soprattutto operai e contadini, ai quali contesta come «peccaminoso» il sostegno al partito. Su parroci e confessori è riversata la gestione degli effetti pratici del decreto.

UN PARTITO COMUNISTA TROPPO FORTE – Il decreto del luglio 1949 coglie di sorpresa mons. Domenico Tardini, responsabile della politica estera vaticana, che critica la pubblicazione senza alcuna preparazione dell’opinione pubblica. Perché questa condanna dopo la batosta elettorale che i comunisti subiscono il 18 aprile 1948 e dopo la grande paura della Chiesa, dell’America, dell’Occidente? La forza del Partito comunista in Italia è particolarmente vistosa, unica in Occidente. Negli anni del criminale-dittatore Stalin la «Chiesa del silenzio» nei Paesi europei precipita nel baratro sotto la zampata sovietica. L’esperienza dei preti operai in Francia, alcuni con simpatie comuniste, pone il problema della collaborazione con la sinistra. Evidenti sono le simpatie vaticane per l’Occidente. Tutto questo spiega la scelta di Pio XII. In Italia il Movimento dei cattolici comunisti, sorto a Roma nel 1944, aderisce alla politica del Partito comunista ma rifiuta i presupposti dottrinali e il materialismo dialettico. L’adesione dei cattolici al Partito comunista attira le reprimende di Pio XII (23 luglio 1944) agli «ignari o dimentichi dei più aperti insegnamenti della Chiesa» e de «L’Osservatore romano» che il 23 luglio 1944 pubblica l’articolo del domenicano Mariano Cordovani «Cattolici comunisti» e il 2 gennaio 1945 precisa che la sinistra cristiana non è conforme agli insegnamenti della Chiesa.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

cinque × tre =