Cento anni fa la morte dell’Arcivescovo Richelmy

10 agosto 1923 – Cento anni fa, assistito amorevolmente dal segretario can. Adolfo Barberis (oggi venerabile), muore l’Arcivescovo di Torino Agostino Richelmy «il cardinale della Consolata», uno degli episcopati torinesi più lunghi, oltre 25 anni

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Cento anni fa (1923-10 agosto-2023), assistito amorevolmente dal segretario can. Adolfo Barberis (oggi venerabile), muore l’arcivescovo Agostino Richelmy «il cardinale della Consolata», uno degli episcopati torinesi più lunghi, oltre 25 anni.

Nasce il 29 novembre 1850 da distinta famiglia borghese. Il padre, ingegnere Prospero, è professore di Meccanica applicata e Idraulica all’Università, direttore della Scuola di applicazione degli ingegneri (oggi Politecnico): Torino gli ha dedicato una via. La madre Lidia Realis è di antica famiglia eporediese. Chierico esterno, si laurea alla Facoltà Teologica dell’Uni­versità il 18 luglio 1871; è ordinato dall’arcivescovo Lorenzo Gastaldi il 25 aprile 1873. Ripetitore di Teologia morale in Seminario; insegna Teologia fondamentale e Testo canonico.

A 36 anni, il 7 giugno 1886 è eletto vescovo di Ivrea e con­sacrato il 28 ottobre dal cardinale arcivescovo Gaetano Alimonda. A Ivrea resta un decennio.

A Torino capitale della cultura positivistica e della rivoluzione industriale e demografica 

Il 26 luglio 1897 è trasferito a Torino. Tocca a lui traghettare la diocesi dal vecchio al nuovo secolo in una fase cruciale. Il 1898 è l’anno delle grandi celebrazioni, volute dal predecessore mons. Davide Riccardi: Esposizione di Arte sacra; Ostensione della Sindone che segna una svolta con le prime fotografie dell’avvocato Secondo Pia; Congresso Mariano nazionale che ha come centro la nuova chiesa-santuario Sacro Cuore di Maria. Cardinale dal 19 giugno 1899, partecipa a tre Conclavi: 1903 per Pio X, 1914 Benedetto XV, 1922 Pio XI, accompagnato dal segretario Barberis che gode la sua piena fiducia e svolge un ruolo importante (oggi è venerabile). Richelmy nomina tre vescovi ausiliari: Luigi Spandre, poi vescovo di Asti; Angelo Lorenzo Bartolomasi, poi «vescovo al campo» e ordinario militare; Giovanni Battista Pinardi, parroco di San Secondo. Per lo storico Giuseppe Tuninetti «il merito più significativo è l’appoggio a Giuseppe Allamano nella fondazione dei Mis­sionari e delle Missionarie della Consolata». L’evento ecclesiale più importante è la beatificazione di Giuseppe Benedetto Cottolengo il 29 aprile 1917.

Torino, capitale della cultura positivistica, e il Piemonte segnano una vera rivoluzione industriale con la fondazione della Fiat nel 1899 e l’espansione demografica: la città passa da 204.700 abitanti nel 1861 a 335.600 nel 1901 a 502.200 nel 1921; le parrocchie cittadine passano da 33 del 1864 a 50 del 1916. Ci sono ben 1.247 sacerdoti: molti vanno cappellani fra gli emigrati in Europa e nelle Americhe e  missionari. Richelmy accelera la costruzione di chiese parrocchiali nelle barriere operaie: Sant’Alfonso, San Bernardino da Siena, Nostra Signora della Salute, Gesù Nazareno, Santa Croce, Sacro Cuore di Maria.

Sono anni di becero anticlerícalismo socialista, dopo quello risorgimentale, con forsennate campagne scandalistiche contro veri o inventati scandali. Il più scatenato è Antonio Gramsci, che tira vagonate di fango contro il Cristianesimo, la Consolata, l’arcivescovo Richelmy. Nel 1907 nascono l’Associa­zione del clero torinese e il mensile «Difesa ed azione».

In materia sociale avversa l’ala socialista

L’episcopato è segnato dalla lacerante crisi modernista che coinvolge e travolge il giovane clero. Dice Tuninetti: «Il suo atteggiamento prevalente è la moderazione, anche se lo chiamano “malleus modernistarum, martello dei modernisti”. Particolarmente severo con i chierici, espelle dal Seminario i sospettati; istituisce il Consiglio di vigi­lanza in cui chiama sacerdoti insigni come Allamano; disapprova gli eccessi degli integristi», come i fratelli veneti Scotton che denigrano il cardinale arcivescovo di Milano, Carlo Andrea Ferrari (oggi beato); calunniano Richelmy e i suoi preti. Nella lettera al clero (20 dicembre 1907) l’arcivescovo invita a «rileggere e studiare attentamente la nobilissima e sapientissima enciclica “Pascendi” che condanna il modernismo».

Prima ancora del decreto «Lamentabili» e dell’enciclica «Pascendi» di Pio X, l’episcopato subalpino nel 1905 condanna il modernismo con una modera­zione che non piace ai giornali integralisti. Richelmy proibisce la «Storia della Chiesa» di Louis Du­chesne e di­sapprova gli eccessi dei giornali conservatori che lo accusano di eccessiva indulgenza. I vescovi mettono in guardia dalle «nuove perniciose teorie», con riferimenti al romanzo «Il santo» di Antonio Fogazzaro, messo all’Indice, e al «noto conferenziere» padre Giovanni Semeria.

Quanto al Movimento cattolico, Richelmy ha iniziali simpatie per la Democrazia Cristiana di Romolo Murri che a Torino ha un polo vivace con don Giuseppe Piovano e che nel 1898 produce il bel «Pro­gramma politico di Torino» in 12 pun­ti, apprezzato da don Luigi Sturzo che nel 1919 fonda il Partito Popolare. L’arcivescovo ne avversa l’ala sinistra e sostiene la linea mode­rata e per questo nel 1903 fonda il quotidiano cattolico «Il Momento», favorevole all’alleanza clerico-moderata, . Ma quando «Il Momento» finirà su posizioni clerico-fasciste, l’episcopato piemontese fonderà il 31 dicembre 1924 «Il Corriere» su posizioni democratiche. Quando nel marzo 1906 Murri viene a Torino, anche per incontrare i chierici, i superiori riescono abilmente a mandare all’aria l’incontro.

Richelmy non capisce il partito di Sturzo e ne critica le affermazioni di autonomia dalla gerarchia. Compassiona «gli infelici che, sotto pretesto di democrazia,  resistono alle autorità, criticano insegnamenti e disposizioni di parroci, vescovi, del Pontefice» e annovera don Murri «tra i campioni imperterriti delle nuove idee» (1905). Disapprova ogni modernizzazione delle dottrine religiose e invita «a combattere il socialismo e il modernismo, i due grandi nemici contro cui deve armarsi il nostro zelo» (1906). Condanna la democrazia dei seguaci «di quella setta autonoma, nemica di ogni autorità e impaziente di ogni disciplina, non contro i veri democratici cristiani, ossequienti alla Chiesa e ripieni della carità di Cristo, i quali esaltano e praticano la democrazia benedetta dal Papa» (1906). «A tutti i sacerdoti e chierici è vietato dare il nome e prestare aiuto alle società democratiche-autonome e alle associazioni che si dicono cattoliche ma non professano la debita obbedienza al vescovo. È proibito intervenire a conferenze, accademie o adunanze, nelle quali sotto pretesto di favorire la causa della religione o di promuovere i buoni studi viene criticata la condotta del Papa e dei legittimi pastori, o viene proposta, lodata, consigliata una nuova via di professare il Cattolicismo e di praticare la pietà cristiana» (1906). Proibisce abito borghese, bicicletta, lettura di libri, riviste e dei giornali sospetti.

Richelmy sostiene la buona stampa. Scrive all’ausiliare Pinardi: «Non tema d’alzare la voce; tuoni santamente contro la inerzia di molti e contro la condotta indegna di quelli che lodando a parole gli sforzi del giornalismo sano e morale, ma in pratica si fanno paladini d’una falsa libertà e con l’obolo quotidiano concorrono alla diffusione di quei fogli nemici della Chiesa e avversari della buona causa. Sappia valersi dell’autorità che le dona l’episcopato».

Mons. Attilio Vaudagnotti, in «Il cardinale Agostino Richelmy: memorie biografiche e contributi alla storia della Chiesa in Piemonte negli ultimi decenni», Marietti (1926), elenca le pessime abitudini dei modernisti: «La critica impudente dei superiori, la noncuranza degli ordini, il disprezzo dei consigli, la smania di comparire, il manco di delicatezza, l’avversione al sovrannaturale. Per Richelmy il modernismo è la sintesi di tutte le eresie. Eguale saggezza, ponderazione e dignità sarebbero desiderabili nei giornalisti che combattono il modernismo».

Nella Grande Guerra rifulgono la solidarietà dell’Arcivescovo e di Barberis: «Pensaci tu»

Con l’elezione nel 1914 del cardinale arcivescovo di Bologna Giacomo della Chiesa, l’integralismo perde posizioni e nell’enciclica «Ad Beatissimi» (1° novembre 1914) Benedetto XV condanna il modernismo e i seminatori di discordie. Richelmy annota: «Alcuni, abbagliati da una falsa luce, usando modi aspri e voci inconsulte ferirono i cuori, sconvolsero le menti, recarono non piccolo danno».

Nella Grande Guerra (1914-18), come il mondo cattolico, Richelmy con­danna il conflitto, predica la neutralità, appoggia il governo. Tramite don Barberis mobilita i cattolici nell’assistenza a soldati e profu­ghi. «Il dovere dell’ora presente è penitenza ed espiazione. La fede insegna a riconoscere nel peccato la sorgente delle disgrazie e a credere che Dio possa trarre dal male il bene. Invito ad abbandonare le false massime del mondo per seguire i dettami del Vangelo. Condanno la corruzione dei costumi e l’immoralità della stampa («Le tristi circostanze della guerra», 1915).

Dopo il «biennio rosso» (1919-20) condanna «le infelici teorie che sotto il nome di sociali­smo e di comunismo ammorbano la cosa pubblica». Appoggia i conservatori: «Tut­ti, mentre ci gloriamo di seguire fedelmente i dettami dell’Evangelo, dobbiamo essere fi­gliuoli del nostro secolo, adattandoci nella pratica delle virtù sociali alle esigenze dei tempi. Lungi da noi l’albagia, la iattanza e l’egoismo». Rivela una netta chiusura alle correnti di sinistra e guarda alla grande industria e agli ambienti li­berali come inter­locutori privilegiati («Doveri dell’ora presen­te», 1919). Richelmy, di estrazione nobiliare, più che un sostegno diretto alle rivendicazioni operaie – i proletari diventano la maggioranza della popolazione – sostiene soluzioni paternalistiche e filantropiche a favore dei lavoratori e dei contadini. Contrariamente al successore, mons. Giuseppe Gamba, di sentimenti popolari

«La fede è l’assenso prestato a quanto Dio ha rivelato e propone di credere per mezzo della Chiesa; Fede in Dio e fede nella Chiesa; Rapporto tra fede e Bibbia; Il caso Galileo e il moto della terra e dei pianeti; L’eternità dell’inferno; Infallibilità pontificia; Serve soprattutto l’educazione religiosa della gioventù e la buona stampa» («La fede», 1912).

Quella di Barberis è una collaborazione attiva, nata dall’incontro della sua ricca e creativa personalità con lo spazio che Richelmy gli lascia: è la «longa manus» dell’arcivescovo che è solito dirgli «Pensaci tu!». Dal 1915 Barberis è proprietario e direttore del settimanale «La Buona Settimana». Esce la domenica con l’orario delle funzioni e il commento al Vangelo di don Barberis. Non mancano i riferimenti ai fatti più significativi dei cappellani militari e sacerdoti-soldati.

Il giornale è durissimo sul bolscevismo dell’Unione Sovietica e sulla situazione torinese. Il 1920 è colpito da una crisi nera come amaro frutto della guerra; forti tensioni nelle fabbriche torinesi, occupate dai Consigli degli operai sull’esempio dei «soviet» russi. Don Barberis nell’articolo «Maggio» contrappone la lotta di classe alla devozione mariana. «Bandiere capovolte» è l’articolo di don Vaudagnotti: «Fu uno spettacolo angoscioso per ogni cuore cri­stiano quella marea rossa che il 1° maggio dilagò nelle nostre vie centrali. Ma l’episodio più triste è stato dato da quegli operai, da quelle donne, da quelle ragazze, che portando una bandiera nera o rossa, si fermavano per capovolgerla innanzi alle chiese, con grida di spregio, di abbasso, di “distruzione”».

Esprime en­tusiasmo incontenibile nel novembre 1920 per la sconfitta dei socialisti nelle amministrative: «Una parola corse come un baleno su tutta la città: abbiamo vinto, ha vinto il blocco! Che cosa significhi tutti credono saperlo: i socialisti sono stati battuti in una lotta elettorale e proprio nella loro capitale. E chi può im­maginare tutto il male che avrebbero fatto i socialisti, se avessero conquistato il Comune?».

Lo storico Tuninetti ricorda che Richelmy «non è gradito a tutto il clero, da cui arrivano accuse, anche fondate, di favoritismi e man­canza di polso». Muore a Torino il 10 agosto 1923 ed è sepolto nella Consolata. Il governo Mussolini decreta i funerali a spese dello Stato. Lo scontento, dopo la morte, si riversa anche su Barberis, che ne soffre molto.

Pier Giuseppe Accornero

A un secolo dalla morte, due case di riposo sono intestate a Richelmy: «Villa Richelmy» a San Mauro Torinese del Famulato cristiano e la Residenza sanitaria assistenziale «Richelmy» in via San Donato 95 a Torino, fino al 2002 scuola media e ginnasio dei Salesiani.

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