Cento anni fa la morte di Lenin

21 gennaio 1924 – Lenin muore cento anni fa a Gor’kij, una vita dalla parte della violenza più brutale. Un nemico della religione, persecutore della Chiesa ortodossa e uccisore di vescovi, pope, monaci, fedeli. Nel 1918, riprendendo una citazione di Marx su Pietro il Grande, invita i bolscevichi a impiegare, contro gli avversari della Rivoluzione, «metodi barbari» e a muovere «i reparti di sterminio che devono reprimere senza pietà»

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Un quadro che ritrae il leader sovietico Vladimir Il'ic Ul'janov (Lenin) - Egor Myznik / Unsplash

Lenin muore cento anni fa il 21 gennaio 1924 a Gor’kij, una vita dalla parte della violenza più brutale. Un nemico della religione, persecutore della Chiesa ortodossa e uccisore di vescovi, pope, monaci, fedeli. Particolare che gli attuali commentatori – come Ezio Mauro su «la Repubblica» – si guardano bene dal riferire.

In Unione Sovietica si accende una furibonda lotta per la successione, un conflitto che si somma a una crisi economica da brividi: la produttività scende al 18 per cento dei valori prebellici (1914-18); il tasso di furti e omicidi aumenta di 10-15 volte; la popolazione di Pietrogrado cala da 2,4 milioni a 722.000 abitanti: moltissimi fuggono in campagna pensando di trovare qualcosa da mangiare, ma è un’illusione. L’Ucraina si sottrae al potere bolscevico e con essa viene meno il 35 per cento della produzione cerealicola. Le 21 regioni consumatrici di grano restano in mano ai comunisti, che delle 24 esportatrici di grano ne controllano solo 5.

UNA VITA VIOLENTA – Lenin aveva scritto nel 1906: se volevano il potere i bolscevichi dovevano scatenare una «guerra rivoluzionaria disperata, sanguinosa, di sterminio». A fine 1916, pochi mesi prima della «Rivoluzione d’ottobre», Lenin è sostanzialmente un isolato e nel 1918, riprendendo una citazione di Marx su Pietro il Grande, invita i bolscevichi a impiegare, contro gli avversari della Rivoluzione, «metodi barbari» e a muovere «i reparti di sterminio che devono reprimere senza pietà». Auspica il ricorso sistematico a prendere e uccidere gli ostaggi, inclusi donne e bambini; a deportare gli elementi ostili: proprietari terrieri e loro famiglie, contadini e interi villaggi. Detto fatto, nel maggio 1918 c’è la prima deportazione degli abitanti di quattro villaggi cosacchi. Lenin ordina impiccagioni, torture ed esecuzioni di massa per punire l’uccisione di un comunista – la sua vita «vale» 12-50 vite di contadini – e per castigare i villaggi «covi» di rivolte e banditismo; programma bombardamenti aerei e distruzione di interi villaggi colpevoli di aver fatto «libero commercio»; attua la completa eliminazione dei cosacchi.

STALIN APPRENDE LA LEZIONE – Il successore Stalin negli anni Trenta deporta i cittadini di origine coreana, «colpevoli» di vivere ai confini con la Manciuria. I «gulag» nascono con Lenin e Stalin li usa alla grande per liquidare centinaia di migliaia di persone con una «politica di sterminio» che in Ucraina e in Asia centrale diventa genocidio. Inoltre giustifica l’adozione, in piena carestia, di una legge che punisce con anni di lavoro forzato i contadini trovati a rubare poche spighe. Ordina di liquidare persino i cantastorie di villaggio per tagliare le radici della cultura contadina.

FIGLIO DI BORGHESI – Figlio di un ispettore scolastico e di una maestra elementare, Vladimir Ilich Ulianov è uno studente modello che cresce in una tranquilla famiglia della piccola borghesia russa ma nel 1887 il fratello è impiccato perché coinvolto in un complotto contro lo zar. Il trauma lo spinge all’impegno politico e all’emigrazione. Contribuisce a fondare «Jskra, Scintilla» giornale dei rivoluzionari russi in esilio e nel 1902 in «Che fare?» espone la necessità di un partito rivoluzionario, centralizzato e militarmente disciplinato. Firma l’articolo con lo pseudonimo «Lenin» che non abbandonerà più. Alla sprovvista lo coglie la notizia che, nel febbraio 1917, in Russia scoppia la Rivoluzione che, al posto dello zar, installa un governo liberale. I tedeschi finanziano i bolscevichi. L’imperatore di Prussia Guglielmo Il mette a disposizione di Lenin e dei dirigenti rivoluzionari il treno piombato con cui attraversano l’Europa ed entrano in Russia con la scorta dei soldati te­deschi. Lenin, ghermito il potere, non lo molla più, esce dalla guerra: la Russia cede Polonia e Ucraina alla Germania, nonostante questa avesse promesso alla Santa Sede di dare l’indipendenza a Varsavia. Vent’anni dopo, il misfatto si ripete e conferma la natura diabolica delle dittature di destra (Adolf Hitler) e di sinistra (Lenin e Stalin): il 1° settembre 1939 alle 4:45 la Germania e il 7 l’Unione Sovietica invadono l’inerme Polonia e se la spartiscono, in forza del famigerato patto Molotov-Ribbbentrov (23 agosto).

«TUTTO IL POTERE AI SOVIET», cioè ai consigli di operai e contadini. Il 25 ottobre (7 novembre nel calendario giuliano), i bolscevichi prendono il Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, depongono il governo di Aleksandr Kerenskij e, nel marzo 1918, firmano con la Germania la pace di Brest-Litovsk. Nel 1919 Lenin fonda la Terza Internazionale, dando impulso in tutto il mondo alla formazione di partiti comunisti sul modello bolscevico. Lenin, conclusa la guerra e resosi conto delle proprie precarie condizioni di salute, spende gli ultimi anni nel curarsi e nel designare il successore alla guida del partito. A Gor’kij il 25 maggio 1922 è colpito da ictus con la parziale paralisi del lato destro del corpo: impara a scrivere con la sinistra. Il 16 dicembre subisce un secondo attacco e le sue condizioni si aggravano. Dal 6 marzo 1923 non riesce più a comunicare, fino alla paralisi e alla morte il 21 gennaio 1924.

Il CULTO DELLA SALMA – Subito dopo la morte, il 23 gennaio la salma di Lenin è trasferita da Gor’kij a Mosca, dove è esposta della monumentale Sala delle colonne per ricevere l’ultimo omaggio al capo della rivoluzione. Il 26 gennaio cerimonia nel grande teatro di Mosca: all’uscita, mentre il feretro percorre la Piazza Rossa, l’enorme folla intona l’«Internazionale». La città natale Simbirsk è chiamata Ul’janovsk e Pietrogrado o San Pietroburgo diventa Leningrado. Stalin e soprattutto il capo della polizia politica fanno del corpo di Lenin un simbolo da esporre e venerare in un apposito mausoleo ai piedi delle mura del Cremlino, nonostante Lenin avesse detto di voler essere sepolto accanto ai compagni rivoluzionari. Si pensa di congelare il corpo, ma il rapido deteriorarsi nell’attesa che venga costruita un’apposita camera refrigerata ne rende necessaria l’imbalsamazione.

Pier  Giuseppe Accornero

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