Nel 1926 escono a Torino due quotidiani d’ispirazione cattolica, Il Momento filo-fascista e Corriere nato proprio per contrastarlo. La spaccatura è sentita dolorosamente dal can. Giuseppe Allamano che, dal letto di morte, incoraggia il direttore del Corriere a proseguire, nonostante le intimidazioni del regime: verrà soppresso in ottobre. La morte di Allamano cento anni fa (1926-16 febbraio-2026) è narrata dai due quotidiani.
L’8 gennaio una notizia lascia intuire le sue non buone condizioni – Il 7 al santuario della Consolata si celebra una Messa per la regina Margherita, morta il 4 gennaio. Fa gli onori di casa il vicerettore, can. Giuseppe Cappella. «Da un coretto della cupola il rettore Allamano, che della defunta regina ha tanti pii e affettuosi ricordi, ha assistito alla mesta cerimonia» scrive Corriere. Il 12 due titoli allarmanti: «Il canonico Allarmano ammalato. Un triduo alla Consolata» e «Un Triduo alla Consolata per la salute del canonico Allamano». Più che malato, è consunto e i medici sono evasivi. Le due testate ne colgono bene il senso della vita e dell’opera.
Il 14 febbraio l’arcivescovo Giuseppe Gamba va a confortare l’infermo e Pio XI, manda un telegramma firmato dal cardinale segretario di Stato Pietro Gasparri. Il 17 Il Momento» titola «La scomparsa d’un pioniere di Cristo: il canonico
Giuseppe Allamano. L’uomo, il sacerdote, il maestro». E scrive: «Poche figure ecclesiastiche lasciano un nome, un’impronta, un rimpianto come la figura del canonico Allamano. Quando si diffuse la notizia della sua morte, è stato in tutti uno stupore pari al dolore perché si era abituati a considerare nel canonico, più che una singola persona, una istituzione, un programma, un centro di operosità spirituale che non dovrebbero scomparire mai. Non si poteva pensare al santuario della Consolata e alle Missioni della Consolata senza pensare a lui. Ricordare la sua vita e presentarla al nostro sguardo in tutta la fecondità buona e grande; ricordare l’uomo, il sacerdote, il maestro, non è solo un doveroso, imprescindibile omaggio, ma è anche un dolce, salutare ammaestramento spirituale».
«Non era l’uomo delle ostentazioni né delle eloquenze ma del silenzio operoso. La caratteristica della sua vita è saper agire, vigilare, influire, manovrare uomini e cose rimanendo il più possibile appartato. Assente e presente. Sempre e dovunque agiva e dirigeva con la sua accorta intelligenza, con la sua finezza intuitiva, con la sua meditazione pacata e lungimirante, con la sua profonda pietà di sacerdote intemerato e fervido di amor di Dio. Chi lo avvicinava sentiva l’uomo di polso che senza le inutili parole, indicava con sicurezza l’orientamento, la via, la decisione». Corriere rammenta che prima di morire ha la consolazione di veder salire agli onori degli altari lo zio beato Giuseppe Cafasso: «Non era solo una legittima aspirazione familiare ma una santa, doverosa, significativa sanzione ufficiale di un grande sacerdote piemontese, maestro di virtù, innovatore di discipline ecclesiastiche, apostolo eroico di carità cristiana. Da quel giorno il canonico, nel suo segreto, mormorava: “Nunc dimittis”. E il giorno è venuto. Triste per i suoi sacerdoti, i suoi missionari, le sue suore, tutti coloro che lo ammiravano».
Nella camera ardente la folla «iniziava il mesto pellegrinaggio alla salma per donare il tributo di una fervida prece. La casa della Consolata, Vergine protettrice della città subalpina, è stato il luogo del mesto convegno degli ammiratori. Il rettore, che in vita sparse tanta copia di opere buone, ha ricevuto un caldo tributo di compianto. I futuri apostoli della fede nelle terre inospitali delle missioni, ininterrottamente recitarono le preghiere dei defunti, fissando nel suo viso sereno e buono la calma dei giusti. Giovani cattolici, uomini e donne del popolo, signori dell’aristocrazia, invocano pace eterna a chi portò tanta pace e tanta dolcezza». Il 19 febbraio alle 3 del mattino il can. Cappella celebra la prima Messa e ne seguono altre ininterrottamente. Alle 8 la salma è portata in Santuario e poi in Duomo: «Preceduta da un lungo e mesto corteo di missionari e missionarie, la salma, ricoperta degli indumenti canonicali, era portata a spalle da convittori e missionari. La bara venne collocata nel presbiterio della Metropolitana sopra un catafalco. Una grande folla di fedeli e di amici è accorsa a rendere le ultime onoranze».
Dopo la Messa e le esequie si ricompone il corteo per via XX Settembre, corso Regina Margherita e via Bologna fino al Cimitero generale nel sepolcreto dei canonici della Metropolitana. Scrivono i giornali: «È così terminata la grande dimostrazione del popolo torinese, ma come nell’ombra e nel silenzio si svolse tutto il ciclo imponente della sua opera meravigliosa, così nell’ombra e nel silenzio di cuori devoti sarà conservata la memoria del buon sacerdote. I buoni torinesi attesteranno ai posteri che la memoria del grande pioniere è ancora viva e vitale nei loro cuori».
La folla gremisce il santuario per la trigesima il 24 marzo, «pontificata» da mons. Gamba, presenti i vescovi Albino Pella di Casale Monferrato, Costanzo Castrale ausiliare di Torino, Filippo Perlo superiore generale dell’Istituto delle Missioni, don Francesco Paleari, don Luigi Boccardo e il delegato del rettor maggiore dei Salesiani don Filippo Rinaldi. Giovanni Battista Ressia, vescovo di Mondovì, amico e compagno, ricorda «la figura intelligente e ascetica, seminarista esemplare. Era tra noi il primo, non solo per l’alfabeto, ma per merito di studio e di virtù, mitezza d’animo e bontà di cuore».
Interessante l’attestazione del suo domestico Cesare Scovero: «Gli ho servito Messa per tanti anni quasi ogni giorno. Mi colpiva il suo atteggiamento estatico all’elevazione; con un celeste sorriso i suoi occhi fissavano l’Ostia come chi guarda qualcuno». Il biellese-torinese don Alessandro Cantono, allievo del Convitto, prete-giornalista: «Il suo sorriso aveva del celestiale; le sue maniere semplici, bonarie. Si servì sempre del piemontese. Il suo sorriso pareva quello di san Francesco di Sales. Conoscitore di uomini, psicologo che intuiva il fondo di un individuo». E Benedetto Falda, un giovanotto ex mangiapreti: «Il canonico mi posò una mano sulla spalla e mi disse: “Bravo! Mi pare che ci intenderemo”. E mi avvolse in uno dei suoi celestiali sorrisi».
Pier Giuseppe Accornero


