San Giuseppe Allamano a cento anni dalla morte

16 febbraio 1926 – Ricorrono i 100 anni della morte di san Giuseppe Allamano, fondatore delle Congregazioni dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, a lungo rettore del Santuario della Consolata, canonizzato da Papa Francesco il 20 ottobre 2024

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San Giuseppe Allamano

Nel 1926 escono a Tori­no due quotidiani d’ispirazione catto­lica, Il Momento filo-fascista e Corriere nato proprio per contrastarlo. La spaccatura è sentita dolorosamente dal can. Giuseppe Allamano che, dal letto di morte, incoraggia il direttore del Corriere a proseguire, no­nostante le intimidazioni del regime: verrà soppresso in otto­bre. La morte di Allamano cento anni fa (1926-16 febbraio-2026) è narrata dai due quotidiani.

L’8 gennaio una notizia lascia in­tuire le sue non buone condizioni – Il 7 al santuario della Consolata si celebra una Messa per la re­gina Margherita, morta il 4 gennaio. Fa gli onori di casa il vicerettore, can. Giuseppe Cappella. «Da un coretto della cupola il rettore Allamano, che della defunta regina ha tanti pii e affettuosi ricordi, ha assistito alla me­sta cerimonia» scrive Corriere. Il 12 due titoli allarman­ti: «Il canonico Allarmano ammalato. Un triduo alla Consolata» e «Un Triduo alla Consolata per la salute del canonico Allamano». Più che malato, è con­sunto e i medici sono evasivi. Le due testate ne colgono bene il senso della vita e dell’opera.

Il 14 febbraio l’arcivescovo Giuseppe Gamba va a confortare l’infermo e Pio XI, manda un telegramma firmato dal cardinale segretario di Stato Pietro Gasparri. Il 17 Il Momento» titola «La scomparsa d’un pioniere di Cristo: il canonico
Giuseppe Allamano. L’uomo, il sacerdote, il maestro». E scrive: «Poche figure ecclesiasti­che lasciano un nome, un’impronta, un rimpianto come la fi­gura del canonico Allamano. Quando si diffuse la notizia della sua morte, è stato in tutti uno stu­pore pari al dolore per­ché si era abituati a considerare nel cano­nico, più che una singola persona, una istituzione, un program­ma, un centro di opero­sità spirituale che non dovrebbero scomparire mai. Non si poteva pensare al santuario della Consola­ta e alle Missioni della Consolata senza pensare a lui. Ricordare la sua vi­ta e presentarla al nostro sguardo in tutta la fe­condità buona e grande; ricordare l’uomo, il sa­cerdote, il maestro, non è solo un doveroso, imprescindibile omaggio, ma è anche un dolce, sa­lutare ammaestramento spirituale».

«Non era l’uomo delle ostentazioni né delle eloquenze ma del silenzio operoso. La caratteristica della sua vita è saper agire, vigi­lare, influire, manovrare uomini e cose rimanendo il più possibile appartato. Assente e presente. Sempre e dovunque agiva e dirigeva con la sua accorta intelligenza, con la sua finezza intui­tiva, con la sua medita­zione pacata e lungimi­rante, con la sua profonda pietà di sacerdote intemerato e fervido di amor di Dio. Chi lo avvicinava sentiva l’uomo di polso che sen­za le inutili parole, indi­cava con sicurezza l’o­rientamento, la via, la de­cisione». Corriere rammenta che prima di morire ha la consolazione di veder sa­lire agli onori degli alta­ri lo zio beato Giuseppe Cafasso: «Non era solo una legittima aspirazio­ne familiare ma una santa, doverosa, significati­va sanzione ufficiale di un grande sacerdote piemontese, maestro di vir­tù, innovatore di discipli­ne ecclesiastiche, aposto­lo eroico di carità cristiana. Da quel giorno il cano­nico, nel suo segreto, mormorava: “Nunc dimittis”. E il giorno è venuto. Tri­ste per i suoi sacerdoti, i suoi missionari, le sue suore, tutti co­loro che lo ammiravano».

Nella camera arden­te la folla «iniziava il mesto pellegrinaggio alla salma per donare il tributo di una fervida prece. La casa della Consolata, Vergine pro­tettrice della città subal­pina, è stato il luogo del mesto convegno degli ammiratori. Il retto­re,  che in vita sparse tanta copia di opere buo­ne, ha ricevuto un caldo tributo di compianto. I futuri apostoli della fede nelle terre inospitali delle mis­sioni, ininterrottamente recita­rono le preghiere dei defunti, fissando nel suo viso sereno e buono la calma dei giusti. Giovani cattolici, uomini e donne del po­polo, signori dell’aristo­crazia, invocano pace e­terna a chi portò tanta pace e tanta dolcezza». Il 19 febbraio alle 3 del mattino il can. Cappella celebra la prima Messa e ne seguono altre ininterrottamen­te. Alle 8 la salma è portata in Santuario e poi in Duomo: «Preceduta da un lungo e mesto corteo di missio­nari e missionarie, la salma, ricoperta degli indumenti canonicali, era porta­ta a spalle da convittori e missionari. La bara venne collocata nel pre­sbiterio della Metropoli­tana sopra un catafalco. Una grande fol­la di fedeli e di amici è accorsa a ren­dere le ultime onoranze».

Dopo la Messa e le esequie si ricompone il corteo per via XX Settembre, corso Regina Margherita e via Bolo­gna fino al Cimitero generale nel sepolcreto dei canonici della Metropolitana. Scrivono i giornali: «È così terminata la grande dimostrazione del popo­lo torinese, ma come nel­l’ombra e nel silenzio si svolse tutto il ciclo im­ponente della sua opera meravigliosa, così nel­l’ombra e nel silenzio di cuori devoti sarà conservata la me­moria del buon sacerdo­te. I buoni torinesi atteste­ranno ai posteri che la memoria del grande pio­niere è ancora viva e vi­tale nei loro cuori».

La folla gremisce il santuario per la trigesima il 24 marzo, «pontifi­cata» da mons.  Gamba, presenti i vescovi Albino Pella di Casale Monferrato, Costanzo Castrale ausiliare di Torino, Filippo Perlo superiore generale dell’Istituto delle Missioni, don Francesco Paleari, don Luigi Boccardo e il delegato del rettor maggiore dei Salesiani don Filippo Rinaldi. Giovanni Battista Ressia, vescovo di Mondovì, amico e compagno, ricorda «la figura intelligente e ascetica, seminarista esemplare. Era tra noi il primo, non solo per l’alfabeto, ma per merito di studio e di virtù, mitezza d’animo e bontà di cuore».

Interessante l’attestazione del suo domestico Cesare Scovero: «Gli ho servito Messa per tanti anni quasi ogni giorno. Mi colpiva il suo atteggiamento estatico all’elevazione; con un celeste sorriso i suoi occhi fissavano l’Ostia come chi guarda qualcuno». Il biellese-torinese don Alessandro Cantono, allievo del Convitto, prete-giornalista: «Il suo sorriso aveva del celestiale; le sue maniere semplici, bonarie. Si servì sempre del piemontese. Il suo sorriso pareva quello di san Francesco di Sales. Conoscitore di uomini, psicologo che intuiva il fondo di un individuo». E Benedetto Falda, un giovanotto ex mangiapreti: «Il canonico mi posò una mano sulla spalla e mi disse: “Bravo! Mi pare che ci intenderemo”. E mi avvolse in uno dei suoi celestiali sorrisi».

Pier Giuseppe Accornero

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