Cento anni fa la strage fascista di Torino

Dicembre 1922 – «L’Osservatore Romano», cento anni fa, commentò così la strage fascista di Torino del dicembre 1922 nella quale – a causa dell’uccisione di due fascisti – le squadre del «boia» Pietro Brandimarte uccisero ventidue antifascisti

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«L’Osservatore Romano», cento anni fa, commentò così la strage fascista di Torino del dicembre 1922 nella quale – a causa dell’uccisione di due fascisti – le squadre del «boia» Pietro Brandimarte uccisero ventidue antifascisti, soprattutto comunisti: «Il Paese si ritrova di fronte da un lato a gente che non disarma, per cui certe tregue non sono che attesa di momenti propizi per colpire a tradimento; dall’altro a organizzazioni che non sanno frenare l’impeto». Il quotidiano vaticano si augura «una pronta azione perché la stolta barbarie delle aggressioni politiche sia esemplarmente punita». Ma nessuno viene arrestato e l’amnistia sui reati commessi «per fini nazionali» cancella ogni traccia. La strage è ripresa dal vescovo ausiliare e parroco di San Secondo mons. Giovanni Battista Pinardi che dal pulpito chiede rispetto e libertà.

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Con il nome «strage di Torino» viene ricordata la serie di omicidi commessi tra il 18 e il 20 dicembre 1922 a Torino dai fascisti capeggiati da Piero Brandimarte. La notte di domenica 17 dicembre 1922 avviene uno scontro a fuoco nel quale restano ferite quattro persone, due delle quali moriranno nel giro di poche ore: sono militanti fascisti. L’uccisore, un tranviere comunista, riesce a fuggire, probabilmente espatria in Unione Sovietica. Si scatenano le squadracce fasciste capeggiate da Piero Brandimarte: «I nostri morti non si piangono, si vendicano. Possediamo l’elenco di 3 mila sovversivi: ne abbiamo scelti 24». Negli scontri ci sono 14 morti e 26 feriti comunisti; sono dati alle fiamme la Camera del lavoro, un circolo anarchico, il  circolo «Carlo Marx», la sede de «L’Ordine nuovo». I fascisti compiono una strage calcolata degli avversari politici. Lo Stato non si oppone perché il fascismo sta diventando padrone dello Stato.

La strage fascista di Torino – che allarma tutti, popolari e conservatori, liberali e comunisti, benpensanti e socialisti – è innescata da un rivoluzionario. Nella notte del 17-18 dicembre 1922 in Barriera di Nizza, il tranviere comunista 22enne Francesco Prato cade in un agguato, è ferito a una gamba. Ma spara e uccide due fascisti, fugge, espatria e scompare in Urss. Nello scontro cadono Giuseppe Dresda, ferroviere 27enne, e Lucio Bazzani, 22enne studente di Ingegneria.

I fascisti schiumano vendetta. Colpiscono quanti non hanno l’abitudine di tacere e agli oppositori fanno ingurgitare fiumi di olio di ricino. Gli squadroni, capeggiati da «La disperata» e da Pietro Brandimarte – ex ufficiale dei Bersaglieri, console della Milizia volontaria di Sicurezza nazionale – la sera del 18 dicembre si scatenano nelle barriere operaie; perquisiscono le abitazioni di comunisti e socialisti; si impossessano di

armi e munizioni; devastano e bruciano il «Circolo anarchico dei ferrovieri», il

«Circolo Carlo Marx», la sede de «L’Ordine Nuovo», la Camera del lavoro; bloccano i poliziotti accorsi dalla Questura, segno che il fascismo si sta impadronendo dello Stato. Due giorni di follia omicida: 14 morti – uno si salva fingendosi cadavere – e 26 feriti. Il proletariato è duramente colpito: operai, ferrovieri, tramvieri, accomunati dall’avversione al fascismo. Pietro Ferrero, segretario della Fiom torinese, legato a un automezzo, e trascinato per corso Vittorio Emanuele e abbandonato sull’asfalto ridotto a una irriconoscibile e sanguinolenta poltiglia. Le «camicie nere» saccheggiano le sedi sindacali; assalgono militanti di sinistra e inermi cittadini; usano pistole, coltelli, pugni e pestaggi.

Il «quadrumviro» casalese Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, nemico della «plutocrazia industriale», non troppo infervorata per il fascismo, accusa Giovanni Agnelli di «illecito arricchimento» durante la Grande Guerra. Il caporione Brandimarte esulta: «I nostri morti non si piangono, si vendicano. Fra 3 mila sovversivi ne abbiamo scelti 24 e abbiamo affidati i nomi alle nostre migliori squadre perché facessero giustizia. Giustizia e stata fatta. I cadaveri mancanti saranno

restituiti dal Po o li troveranno nei fossi, nei burroni, nelle macchie». Al termine della guerra, Brandimarte è arrestato mentre tenta di fuggire in Francia e sottoposto a processo ma – grazie alle complicità dei testimoni che «non ricordano più» – è assolto.

Dopo la strage Benito Mussolini telefona al prefetto: «Come capo del fascismo mi dolgo che non ne abbiano ammazzati di più; come capo del governo devo ordinare il rilascio dei comunisti».

E dire che il fascismo a Torino non aveva attecchito granché: la città conta solo 550 fascisti iscritti su una popolazione di oltre mezzo milione di abitanti. I primi fascisti di Torino sono in buona parte ex ufficiali e sottufficiali dell’Esercito, perennemente scontenti; ragazzi giovanissimi e studenti; bassi ranghi della Fiat; insoddisfatti e  scontenti della Prima guerra mondiale. Pubblicano il giornale «Il Maglio» ma gli storici dicono che ha scarsissima rilevanza. Sono però violenti: nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1922 avevano assaltato, incendiano e devastano la Camera del lavoro, allora in corso Galileo Ferraris.

Le violenze del dicembre 1922, denunciate dalla stampa, divengono un caso nazionale. Anche perché è la prima esplosione di odio del regime dopo la «marcia su Roma» di ottobre. Mussolini, per buttare fumo negli occhi all’opinione pubblica, scioglie il Fascio torinese, allontana De Vecchi, promuove nuovi dirigenti. Il rapporto del regime con Torino e molto anomalo perché gli industriali scavalcano gli «sgherri» locali e stabiliscono un canale privilegiato con il gerarca. La concentrazione in città di una classe operaia, che ha dato prova di eccellente mobilitazione, determina la convergenza di interessi tra i capitani di industria e il dittatore: l’alleanza garantisce agli imprenditori profitti e indipendenza. La figura chiave è Agnelli, gratificato con la nomina nel 1923 a senatore: al termine di un mese di lotte la Fiat licenzia 3.500 lavoratori. Gramsci è costernato: «Gli operai della Fiat sono uomini in carne e ossa» («L’Ordine Nuovo», 8 maggio 1921).

1 COMMENTO

  1. Scrivete anche delle stragi commesse da anarchici e comunisti invece di scrivere sempre e solo boiate storiche di parte!!!

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