Cento anni fa l’assassinio di don Minzoni per mano dei fascisti

23 agosto 1923 – Cento anni fa i fascisti uccidono a bastonate la loro prima vittima illustre: don Giovanni Minzoni, medaglia d’argento al valor militare come cappellano militare

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Don Giovanni Minzoni

Cento anni fa, la sera del 23 agosto 1923, i fascisti uccidono a bastonate la loro prima vittima illustre: don Giovanni Minzoni, medaglia d’argento al valor militare come cappellano militare.

Sesto di 9 figli, di una famiglia piccolo-borghese – il papà Pietro fa vari mestieri, la mamma Giuseppina Gulmanelli è casalinga – nasce il 29 giugno 1885 a Ravenna. È battezzato il 30: lo chiameranno «Giannetto». Il padre – dopo i soggiorni a Pordenone, Vicenza e Udine – nel 1892 torna a Ravenna come piccolo albergatore e provvede a cinque figli: gli altri sono morti in tenera età.

Nella Ravenna anticlericale e risorgimentale, socialista e anarchica, la famiglia conserva la fede e il ragazzo entra in Seminario. L’ambiente cattolico è arroccato in difesa e conservazione delle tradizioni perché le osterie, i circoli socialisti e le Camere del lavoro sono affollati e le chiese deserte. «Giannetto» sente il fascino dei tempi nuovi e i fermenti del Cattolicesimo sociale; avverte l’esigenza di dar voce ai cattolici anche in politica, contro le resistenze del Papa e dei vescovi arroccati sul «non expedit», il divieto ai cattolici di fare politica; subisce il fascino di don Romolo Murri, fondatore della prima Democrazia cristiana, che spaventa la Chiesa. «Se pensassi che diventerete tanti Murri – proclama l’arcivescovo Pasquale Morganti ai seminaristi – pregherei il Cielo che vi fulminasse in questo istante!». Operai e contadini si spaccano la schiena e indossano le «camicie nere» che trattengono meglio lo sporco.

Prete il 19 settembre 1909 mattina in Duomo, viceparroco ad Argenta, grosso paese di braccianti socialisti e anticlericali a due passi dalle valli di Comacchio, si interessa alla vita sociale, civile e politica e civile e alle istanze dei lavoratori. Si guadagna le simpatie della gente; costruisce il ricreatorio per gli adolescenti; mette su un doposcuola, una biblioteca circolante, un circolo per ragazzi e uno – inaudito! – per le ragazze, con un laboratorio di maglieria, una sede-scout. Ma non è soddisfatto: il diario rivela le sue inquietudini: «Nella Chiesa ci vorrebbero preti più uomini, e magari meno santi». Si concentra sempre più su Gesù Cristo. Il suo motto è «Frangar, non flectar. Mi spezzerò, ma non mi piegherò». Studia scienze sociali e si laurea alla Scuola sociale di Bergamo. La gente gli vuole bene: morto il vecchio parroco, i capifamiglia chiedono e ottengono don «Giannetto» come parroco-arciprete con un plebiscito anche di socialisti, anarchici e anticlericali.

Ma arriva la Grande Guerra e il 30 luglio 1916 don Minzoni scrive al «vescovo di campo» mons. Angelo Lorenzo Bartolomasi di essere accettato come cappellano militare volontario del 255º Fanteria. Prega «il Signore perché faccia cessare l’immane flagello». Sulla disfatta di Caporetto parla di «gran nervosismo» dei generali. Sul Piave dimostra grande coraggio ed è decorato con la medaglia d’argento al valore militare.

Vicino alla Democrazia cristiana, in rotta con il nascente fascismo, don Minzoni si iscrive al Partito popolare, che al Congresso di Torino nel 1923 fa la scelta antifascista. Parla, protesta, agisce: organizza i suoi ragazzi; pensa a un’azienda agricola a compartecipazione. I fascisti danno fuoco al circolo giovanile: risponde con un convegno di 500 giovani che protestano per l’uccisione di un militante socialista; la gente lo segue; i fascisti lo detestano; da Roma arrivano richiami; l’arcivescovo Antonio Lega lo difende.

Non si piega. Al tramonto del 23 agosto 1923 – neppure un anno dopo la «marcia su Roma» – per strada, mentre cammina con uno dei suoi ragazzi, arrivano due squadristi con le mazze di ferro: un solo colpo alle spalle gli sfonda il cranio. Il ragazzo, ferito, scappa. Non gli perdonano il fiero antifascismo. Li manovra il quadrumviro mussoliniano Italo Balbo, capo degli squadristi di Ferrara, di un anno più giovane della sua vittima, nato il 16 giugno 1896. Il cardinale segretario di Stato Pietro Gasparri reagisce, per la verità flebilmente: «Lo hanno ucciso come un cane randagio». L’assassinio di un prete nella pianura padana – Predappio, paese del dittatore, non è molto lontano da Argenta – suscita un po’ di strilli. Solo «Il Popolo» e «La Voce Repubblicana» accusano il nascente regime fascista che riesce a nascondere e archiviare tutto. Venticinque anni dopo – a dittatura crollata e a Seconda guerra mondiale finita – al processo i due assassini sono condannati a pene varie, subito liberi per l’amnistia firmata Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia e segretario del Partico Comunista.

Don «Giannetto» Minzoni e il socialista Giacomo Matteotti sono tra le prime vittime del regime. Non si è piegato. L’hanno spezzato a 38 anni. Ha onorato la Chiesa, ha amato la sua gente, ha lasciato un ricordo vivo; ha risposto alla violenza fascista con il cuore, unica arma. Ucciso per la sua predicazione «pericolosa e sovversiva» secondo le camicie nere. Gli sono intitolate vie, piazze, scuole in molte città ma resta figura sostanzialmente sconosciuta. «Questo è un  paradosso», spiega Stefano Muroni, giovane autore e interprete di «Oltre la bufera», film dedicato al sacerdote. Muroni, come don Minzoni, è ravennate di nascita e ha conosciuto la storia di don «Giannetto» dai nonni. «Sentivo l’esigenza di raccontare questa grande persona, perché disse “no” al sistema, pur consapevole che sarebbe stato ucciso». Il parroco si oppone al regime attraverso l’educazione dei giovani, la creazione di cooperative e la promozione di opere sociali «la goccia – secondo Muroni – che fece traboccare il vaso perché i fascisti stavano perdendo il potere dell’educazione, legata al senso religioso, al senso della libertà e della bellezza». Sulla sua tomba ad Argenta, davanti ai vescovi dell’Emilia-Romagna, il 23  settembre 1990 San Giovanni Paolo II dice: «Morì vittima scelta di una violenza cieca e brutale, ma il senso di quella immolazione supera la semplice volontà di opposizione a un regime oppressivo e si colloca sul piano della fede cristiana. Fu ucciso perché educatore».

Pier Giuseppe Accornero

*Alberto Comuzzi, «Don Minzoni, il Matteotti cattolico», Edizioni Messaggero, Padova, 1985; Andrea Bosio, «Giovanni Minzoni terra incognita. Martirio, educazione, antifascismo», Effatà, Cantalupa (Torino), 2023.

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