Cento anni fa l’assassinio di Giacomo Matteotti

Giugno 1924 – «Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 giugno 1924. Lo attesero. sotto casa in cinque, squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini…»

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«Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 giugno 1924. Lo attesero. sotto casa in cinque, squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, segretario del Partito socialista unitario, l’ultimo che in Parlamento si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pienò centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su sé stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente. Mussolini, immediatamente informato, oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il duce del fascismo, teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della scrivania».

Così inizia l’intervento che lo scrittore Antonio Scurati avrebbe dovuto leggere nella trasmissione «Che sarà» su Rai3 se i vertici della Rai, assoldati dal Governo, non avessero posto il veto.

Il tempo si è fermato in via Pisanelli 40 a Roma. Sulla facciata è murata una targa: «Qui abitava Giacomo Matteotti quando, uscendo di casa il 24 giugno 1924, andò incontro alla morte». Aveva 39 anni, una moglie (Velia Titta, poetessa) e 3 figli in tenerissima età. Il fascismo era al governo da nemmeno due anni. Il Partito fascista nelle elezioni del 6 aprile 1924 era stato favorito dalla legge Acerbo. I liberal-fascisti avevano ottenuto il 64,9 per cento dei voti contro il 35,1% delle opposizioni e, grazie alla legge, avevano fatto il pieno in Parlamento: 375 deputati su 560. Le opposizioni erano divise e duramente provate dalle persecuzioni.

Giacomo Matteotti era uomo scomodo per Mussolini da molti punti di vista: integerrimo difensore dello stato di diritto, fortemente attaccato al ruolo di oppositore istituzionale al fascismo, molto preparato nelle politiche di bilancio e negli affari economici. Fu più volte assalito dagli squadristi durante i suoi mandati parlamentari, ma questo non rallentò i suoi attacchi al fascismo come movimento politico e come partito di governo violento, corrotto e incapace. Carlo Silvestri, giornalista del «Corriere della Sera», ricorda che Matteotti «leggeva il bilancio dello Stato come io leggo un romanzo. Dalla lettura, aveva tirato fuori constatazioni orripilanti circa le spese e l’incapacità di programmare il bilancio». Membro della Commissione Bilancio della Camera, nel discorso del 30 maggio evidenzia che le cifre sono volutamente modificate: risulta che il bilancio ufficiale, segnato in pareggio, è falso. La pericolosità di Matteotti sta nella capacità di inchiesta e di svelare le porcherie. Non si limita a denunciare la violenza squadrista  ma fa opposizione politica smascherando le truffe contabili, inchiodando il governo alle sue deficienze e ai suoi imbrogli. Non solo continua a protestare contro le violenze ma dimostra che Mussolini e il suo partito sono dei truffatori. Se della violenza il fascismo in un certo senso può vantarsi, l’accusa di incapacità e disonestà è troppo indigesta.

Sa bene a cosa va incontro. Dopo il discorso, dice ai compagni di partito: «Ora potete preparare il mio elogio funebre». Il giorno successivo i giornali fascisti, sollecitati dal governo, accusano l’intervento di Matteotti «mostruosamente provocatorio». Il 10 giugno è aggredito e rapito da Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo e Augusto Malacria. Lo raccontano alcuni testimoni, ma non si trova il cadavere. Alcuni funzionari, che risultano coinvolti, si dimettono o si rendono latitanti; il questore di Roma e il capo della Polizia sono rimossi. Il 12 giugno Dumini è arrestato. Il segretario amministrativo del Partito fascista Giovanni Marinelli è arrestato per complicità. Vittorio Emanuele III rifiuta di sciogliere l’esecutivo e di indire nuove elezioni. Il 24 giugno Mussolini attacca «il ricatto posto della minoranza», Le opposizioni parlamentari danno vita  alla «secessione dell’Aventino». Il ritrovamento del cadavere il 16 agosto in località Quartarella scatena nuove tensioni.

Il 3 gennaio 1925 con un duro discorso alla Camera il dittatore si assume «la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto» e procede verso la definitiva soppressione del sistema parlamentare. Il processo-farsa agli assassini è  orchestrato il 16-24 marzo 1926 a Chieti dal gerarca Roberto Farinacci, che è  avvocato e segretario del PNF: «Il processo non si farà né al regime né al partito. Il processo si farà alle opposizioni». La sentenza ammette il fatto materiale ma esclude l’omicidio volontario, parla di «complicità in omicidio preterintenzionale» e condanna 3 dei 5 imputati – Dumini, Volpi e Poveromo – a 5 anni, 11 mesi e 20 giorni di pena, con una generosa amnistia di 4 anni. Ma Dumini, attraverso le lettere e un testamento spedito in Inghilterra, lascia traccia inconfutabile del mandante: Benito Mussolini.

Al Museo di Roma, Palazzo Braschi, la mostra «Giacomo Matteotti. Vita e morte di un padre della democrazia» è più completa mai allestita perché non è incentrata solo sulla parte finale dell’esistenza, quella drammatica dell’omicidio, ma attraversa tutta la vita dalla nascita, a Fratta Polesine (Rovigo), il 22 maggio 1885. Il curatore, il professor Mauro Canali, ricorda che «Matteotti è una figura tragica, la più tragica del periodo. La sua mente lucida e intransigente – il suo soprannome era “Tempesta” – gli consente di decifrare fin dai primi momenti i tempi neri». Tra ponti, strade, piazze e scuole Giacomo Matteotti è il politico del Novecento più citato nella toponomastica italiana, con circa tremila intitolazioni in gran parte delle principali città italiane. Per il centenario della morte la «legge Segre» aveva stanziato 700 mila euro ma i rinvii di Palazzo Chigi hanno bloccato tutto e non si fa nulla: zero eventi e celebrazioni, il governo neofascista mette il silenziatore alla memoria di Matteotti.

Pier Giuseppe Accornero

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