Cento anni fa, il 31 dicembre 1925, Benito Mussolini, con una nuova legge, mette la stampa italiana in balia del potere politico. La nascita del fascismo è salutata da buona parte del cattolicesimo italiano e dalle classi dirigenti europee come un argine al bolscevismo comunista e senzadio. Il Vaticano è prudente e Mussolini abbandona l’anticapitalismo e l’anticlericalismo, considera il cattolicesimo «un utile strumento per l’espansione dell’Italia nel mondo».
La nascita nel 1919 del PPI e la sofferta e decisa scelta antifascista di don Luigi Sturzo nel congresso di Torino (12 aprile 1923) determinano nella stampa cattolica una profonda crisi. Vari giornali – «Il Corriere d’Italia» di Roma, «L’Avvenire d’Italia» di Bologna, «Il Momento» di Torino e «L’Italia» di Milano – si allineano «obtorto collo» al fascismo. Rimangono fedeli al PPI e osteggiano il fascismo, «L’Ordine» di Como, «L’Eco di Bergamo», «Il Corriere» di Torino e altri. Le testate, «L’Osservatore Romano» e «La Civiltà Cattolica» in mano ai Gesuiti, nel timore che l’attività del PPI possa arrecare danno alla Santa Sede, ostentano un calcolato distacco. Le «leggi fascistissime» del 1925-26, culminate nei decreti del novembre 1926, trasformano lo Stato in una dittatura totalitaria fascista, concentrando il potere in mano a Mussolini, sopprimendo le libertà politiche (partiti, associazioni, stampa), istituendo il Tribunale speciale e l’OVRA, sostituendo i sindaci eletti con i podestà imposti dall’alto.
Il destino della stampa cattolica, come di tutta la stampa, è segnato: o si alleano al regime o sospendono le pubblicazioni. I 26 quotidiani cattolici del 1904 scendono a 24 nel 1925 e si riducono ad appena 5: «L’Avvenire d’Italia» (Bologna), «L’Eco di Bergamo», «L’Italia» (Milano), «Il Nuovo Cittadino» (Genova) e «L’Ordine» (Como); non più vivaci e battaglieri ma opachi e spenti. Dopo l’attentato a Mussolini, il 31 ottobre 1926 a Bologna, il ministro dell’Interno Luigi Federzoni ordina di «sospendere fino a nuova disposizione tutti i giornali di opposizione»: così cala il silenzio. I fascisti passano dalle blandizie alle minacce, da un’ostentata tolleranza a sequestri e devastazioni. In una situazione molto grave vari giornali cattolici sospendono le pubblicazioni; altri subiscono censure e rappresaglie; altri cercano di non compromettersi. Il clima di euforia per la Conciliazione (11 febbraio 1929) contagia pure i fogli cattolici, ma non dura.
Il regime vuole «normalizzare» l’Azione Cattolica, considerata una pericolosa forza centrifuga perché le sue associazioni non si muovono sotto i segni del littorio e subiscono molestie, vessazioni, violenze, devastazioni, spedizioni punitive. A dare il via, nella primavera 1931, alla campagna contro l’AC è «Il Lavoro fascista», organo delle corporazioni. Con toni estremamente violenti l’accusa di fare una sleale concorrenza all’ordinamento corporativo. La polemica sfocia nel maggio 1931 in un provvedimento che proclama l’incompatibilità tra l’appartenenza alla Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI) ) e alla Gioventù universitaria fascista (GUF) fino allo scioglimento di tutte le associazioni giovanili indipendenti. La reazione degli organi di stampa cattolici – primo fra tutti per autorevolezza «La Civiltà Cattolica» – è immediata, unanime e durissima. Pio XI interviene con fermezza in varie circostanze: nei discorsi all’AC, in una lettera al cardinale arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster e con l’enciclica «Non abbiamo bisogno» (29 giugno 1931) difende l’Azione Cattolica; riafferma il diritto della famiglia e della Chiesa all’educazione dei giovani; rimprovera al governo di «monopolizzare la gioventù, dalla primissima fanciullezza fino all’età adulta, a tutto esclusivo vantaggio di un partito, di un regime, sulla base di un’ideologia che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana, in pieno contrasto con i diritti naturali della famiglia e con i diritti soprannaturali della Chiesa».
La stampa cattolica, dai bollettini parrocchiali a «L’Osservatore Romano» polemizzano aspramente con i giornali fascisti. Il foglio vaticano assume un ruolo di grande importanza, anche per la sua autonomia – era ed è un giornale vaticano e non italiano – che ne fa una voce libera. Nel ventennio affronta polemiche e battaglie contro i regimi fascista e nazista. La fermezza fa bene alla tiratura: le normali 60mila copie diventano, in alcuni periodi, 200mila. Seguitissime sono le rubriche di Guido Gonella, «Acta diurna» e «Problemi del giorno». La stampa fascista reagisce rabbiosamente. Scrive «Mare nostro-Stirpe Italica»: «Il giornale di un piccolo stato estero vicinissimo a Roma, “L’Osservatore Romano” della Città del Vaticano, ha smisuratamente aumentato il numero dei propri lettori: nei caffè, nei tram, in ferrovia e in teatro si vedono certe facce poco… cattoliche e apostoliche immerse nella lettura del cristianissimo foglio del Vaticano. Pietisti ed ebrei, borghesi e tesserati si sono forse improvvisamente convertiti al cattolicesimo genuino e professante? Dalle loro bocche sacrileghe non escono ave-marie, ma sconcissime bestemmie! Queste carognette leggono “L’Osservatore Romano” perché credono di trovarvi la “verità”: quella verità afascista o addirittura antifascista che tanto li riempie di gioia». Le polemiche sono così violente che il cardinale segretario di Stato Luigi Maglione convoca l’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede per un’energica protesta.
Le leggi razziali del 1938 sono severamente riprovate dalla stampa cattolica. Il milanese «L’Italia» il 15 novembre 1939 pubblica il testo integrale del discorso di Schuster in Duomo: condanna la dottrina razzista «eresia antiromana». Le autorità fasciste ordinano al quotidiano milanese di ritrattare, pena la soppressione. Schuster chiede direttive alla Santa Sede. La risposta è perentoria: «Il Santo Padre esorta il cardinale di Milano a sostenere con coraggio la dottrina cattolica, poiché non si può cedere né “L’Italia” può cambiare indirizzo. “Aut sit ut est, aut non sit; sia come sia, o non sia”». «L’Italia» continua ma il direttore Sante Maggi deve lasciare: sequestri e persecuzioni si intensificano durante la guerra e costringono i quotidiani cattolici sopravvissuti a sospendere e «L’Italia» diventa settimanale.
Pier Giuseppe Accornero



