Cento anni fa nasceva il Partito Comunista

21 gennaio 1921 – Ci sono numerosi militanti subalpini tra coloro che cento anni fa hanno fondato il Partito comunista d’Italia. Fondato il 21 gennaio 1921 a Livorno come sezione italiana dell’Internazionale comunista affonda le radici nella gravissima crisi sociale successiva alla Grande Guerra (1914-18)

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Il 1° Congresso del Partito Comunista - Livorno, 21 gennaio 1921

Ci sono numerosi militanti subalpini tra coloro che cento anni fa hanno fondato il Partito comunista d’Italia, attivo nel 1921-26 e clandestinamente fino al 1943, quando riprende – come gli altri partiti soppressi dai fascisti – l’attività. Fondato il 21 gennaio 1921 a Livorno come sezione italiana dell’Internazionale comunista affonda le radici nella gravissima crisi sociale successiva alla Grande Guerra (1914-18), nella Rivoluzione d’ottobre (1917), nel «biennio rosso» (1919-20), nel Partito Socialista. Guidano la scissione il romagnolo Nicolò Bombacci; il napoletano politicamente trapiantato a Torino Amadeo Bordiga; il marchigiano Onorato Damen; l’emiliano Bruno Fortichiari; il sardo di nascita e torinese di studi e politica Antonio Gramsci; il cuneese di Moretta Angelo Tasca; il genovese Umberto Terracini. Aderiscono subito il genovese Palmiro Togliatti, amico di Gramsci, e l’alessandrino di Fubine Luigi Longo, che a Torino coordina e comanda le «Guardie Rosse».

Nei primi decenni del Novecento, Torino è illuminata da tre forti personalità giovanili: il comunista rivoluzionario Antonio Gramsci; il borghese cattolico Pier Giorgio Frassati; l’estremista liberale Piero Gobetti. Tra Antonio e Piero si annodano stretti legami, ma non risulta che i due conoscano Pier Giorgio. Sono coetanei torinesi Pier Giorgio (6 aprile 1900-4 luglio 1925) e Piero (19 giugno 1901-15 febbraio 1926). Antonio Sebastiano Francesco Gramsci nasce ad Ales (Cagliari, oggi Oristano) il 22 gennaio 1891, quarto di sette figli di una poverissima famiglia. Soffre di una deformazione della colonna vertebrale e racconta che un compagno di prigionia – che lo immaginava «un gigante e non un uomo piccolo» – si dispera inconsolabile. Legge la stampa socialista che gli invia da Torino il fratello maggiore in servizio di leva.

Gramsci e Togliatti all’Università grazie ai soldi dei preti. Vinta una borsa di studio, nel 1911 si iscrive a Lettere e Filosofia. Gramsci e l’amico Togliatti studiano all’Università grazie alle borse di studio messe a disposizione dai preti (Barnabiti) del «Real Collegio Carlo Alberto». Con Togliatti ha vivaci discussioni nelle lunghe camminate sotto i portici del centro. Gramsci si iscrive al Partito socialista, indottrina gli operai, con il giornalismo prepara la rivoluzione, nell’agosto 1917 è segretario della sezione del Partito Socialista. Lo scoppio della Rivoluzione bolscevica lo esalta: «Bisogna fare in Italia come in Russia». In Russia nel marzo 1918 i bolscevichi diventano Partito Comunista, che non nasconde l’ideologia atea e i programmi antireligiosi. La persecuzione colpisce ortodossi, cattolici, protestanti, ebrei e musulmani: Lenin impone la settimana di cinque giorni per cancellare il sabato, sacro agli ebrei, e la domenica, festa per i cristiani. In una notte fa affogare 20 mila monaci ortodossi nel fiume Don ghiacciato.

Obbediente a Mosca, nasce il Partito comunista d’Italia. Il 1° maggio 1919 a Torino un gruppo di giovani presenta alla Camera del lavoro il primo numero de «L’Ordine Nuovo. Rassegna settimanale di cultura socialista». Con l’applauso di Lenin e dell’Internazionale comunista, Gramsci inneggia alla Rivoluzione e auspica la trasformazione del Psi in un «Partito del proletariato rivoluzionario che lot­ta per l’avvenire della società comunista». Il Partito socialista – fondato a Genova nel 1892 come Partito dei lavoratori italiani e diventato Psi nel 1895 – è diretto da intellettuali borghesi come Filippo Turati e Antonio Labriola; si ispira al marxismo e non registra sostanziali mutamenti fino alla scissione di Livorno. Lo fiancheggiano Camere del lavoro, sindacati, cooperative, il giornale «Avanti!».

La scissione dai socialisti avviene sui 21 «punti rivoluzionari», che sono le condizioni, poste dai bolscevichi, per l’ingresso nell’Internazionale comunista. Al XVII congresso socialista (15-20 gennaio 1921) a Livorno la frazione comunista – nata a Imola nel novembre 1920 e composta da Amadeo Bordiga, («Circolare comunista») e dal gruppo torinese de «L’Ordine Nuovo» (Gramsci, Longo, Tasca, Terracini, Togliatti) abbandona il «Teatro Goldoni» e, al «Teatro San Marco», al canto dell’«Internazionale», fonda il Partito Co­munista d’Italia (Pcd’I), sezione dell’Internazionale: raccoglie 58.783 su 216.337 soci. Gramsci entra nel Comitato centrale. Candidato alle politiche del 15 maggio 1921, è bocciato: il blocco nazionale di liberali, fascisti e nazionalisti ottiene a Torino il 49,9 per cento; i socialisti il 29,3; i comunisti il 16,9; i popolari il 13,12.

Presente il segretario Bordiga, il 3 aprile nasce la federazione torinese: attrae la maggioranza dei socialisti; è agguerrita e organizzata: a fine 1921 conta 3.772 iscritti, 20 circoli, 7 Case del popolo, l’appoggio incondizionato di «L’Ordine Nuovo»; fornisce una quota consistente di quadri femminili nazionali: Felicita Ferrero, Rita Montagnana, Teresa Noce, Rina Picolato, Camilla Ravera. Angelo Tasca, ex studente del liceo «Vincenzo Gioberti», primo segretario torinese, vuole un partito che prepari la rivoluzione; Gramsci punta a creare un blocco tra operai del Nord e contadini del Sud nella lotta contro il fascismo. All’inizio non è previsto il segretario e il partito è retto da un gruppo ristretto. Dopo l’arresto di Gramsci nel novembre 1926, la carica resta formalmente ricoperta da Gramsci. Comunisti e fascisti non si risparmiano attacchi e violenze. I mussoliniani si abbandonano alla guerriglia strada per strada, tendono imboscate e provocano morti, protetti dalla forza pubblica.

Gramsci nega che il socialismo nasca da una filosofia che esclude Dio ed esprime un odio inestinguibile e un disprezzo assoluto verso la fede, il papa, il mondo cattolico. Qualifica la festa della Patrona di Torino «la grande fiera per la Ma­donna della Consolata, grande bazar della superstizione piemontese sfavillante di lumi, di oreficerie (vere o di princisbecco) e di com­punzione. L’uomo non vuole più saperne della Consolata e delle sue virtù tau­maturgiche. Nel mondo cattolico ci sono troppe Consolate». Ridicolizza pesantemente il cardinale arcivescovo Agostino Richelmy:

«Deve essere, come si addice a un pastore di greggi, importante membro d’Arcadia. La sua pastorale è tutta una musica di agresti campanacci, il Gesù gli si trasforma tra le mani in un dilettevole giocattolo alla giapponese, buono per i perditempo: una scatoletta, e dentro un’altra scatoletta, e un’altra e un’altra ancora e finalmente il vuoto. L’arcade Richelmy ama le svenevolezze del madrigale; l’agnello di Dio è per lui un roseo agnellino infiocchettato di nastrini e ben agghindato di ricciolini, che bela amabilmente, senza che il suo belare diventi verbo di vita attuale, giudizio di cose attuali, norma d’azione attuale. L’unico occhio rimasto aperto nell’austera, ineffabile, serafica faccia dell’eminentissimo cardinale, vede Gesù in ogni alberello del giardino arcadico che l’agreste campanaccio riempie del soave tintinnio».

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