Chiavazza e la riconoscenza al popolo ucraino

Ottant’anni fa – La sciagurata avventura in Russia e l’impegno in prima persona nella Resistenza, in particolare a Racconigi, sono, oltre alla formazione seminaristica, le esperienze che forgiano Carlo Chiavazza, prete giornalista, direttore del quotidiano cattolico «L’Italia», fondatore e primo direttore de «il nostro tempo»

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Don Carlo Chiavazza

«La guerra ha distrutto ogni cosa, anche la pietà. L’anima slava resta per noi un mistero impenetrabile e contraddittorio. Passo in rassegna gli episodi che hanno caratterizzato i nostri rapporti con la popolazione russa, o meglio con gli ucraini. Noi italiani non abbiamo odiato nessuno; abbiamo voluto bene a questa gente dell’Ucraina, l’abbiamo amata a nostro modo, aiutandola spesso, curando gli ammalati, distribuendo viveri, prendendo parte alla sua immensa angoscia. La popolazione ucraina, a causa della guerra, ha dovuto sopportare dolori spaventosi, dalla fame alle rappresaglie tedesche. Uomini e donne odiavano e avevano in terrore folle delle truppe tedesche; verso gli italiani – e non tutti se lo sarebbero meritato – tenevano una condotta confidente quasi affettuosa. Ci si intendeva subito. I tedeschi ammazzano per rappresaglia. Gli alpini si perdono in un commercio segreto, in un continuo scambio di merci clandestine».

Ottant’anni fa la sciagurata avventura in Russia – voluta a tutti i costi da quel «crapone» di Benito Mussolini – e l’impegno in prima persona nella Resistenza, in particolare a Racconigi, sono, oltre alla formazione seminaristica, le esperienze che forgiano Carlo Chiavazza, prete giornalista, direttore del quotidiano cattolico «L’Italia», fondatore e primo direttore de «il nostro tempo».

Nato a Sommariva del Bosco, provincia di Cuneo e diocesi di Torino, il 9 ottobre 1914; allievo dei Seminari di Bra, Gia­veno, Chieri e Metropolitano; sacerdote dal 29 giu­gno 1937; studente al Convitto della Consolata, poi A Roma all’Università Gregoriana per una laurea in teologia spirituale. La guerra interrompe tutto. Come l’amico don Italo Ruffino, cappellano del reggimento cavalleria «Savoia», don Carlo è cappellano dell’Armata italiana in Russia (Armir) e parte con la Divisione alpina «Tridentina», comandata dal generale Luigi Reverberi. Ne trae «Scritto sulla neve», diario 1°-30 gennaio 1943, umanissima epopea della drammatica ritirata di Russia che fa di lui un impe­gnato per la pace sempre, ma anche un sostegno agli uomi­ni chiamati a servire la Patria nel servizio militare. Rammenta: «Sulla pista ghiacciata di 400 chilometri da Podgornoje a Nikolajewka, sono scritti sulla neve gli eroismi più impressionanti della leggenda alpina, i drammi più sconvolgenti, le morti più tragiche, gli addii senza speranza. Non ho fatto nomi, se non i più essenziali. Sotto il gelo spietato, la meta, il sogno, l’ideale erano: tornare a casa».

Chiavazza racconta l’incontro con il milanese don Carlo Gnocchi, anche lui cappel­lano degli Alpini e fondatore, dopo la guerra, dell’opera «Pro Juventute» a favore dei ragazzi mutilati per cause belliche: «Dopo la ritirata in Russia, non ci eravamo più visti. Don Carlo venne da me un giorno per sottopormi un problema. La conversazione scivolò sulla nostra vita in Russia, sulla Tridentina, sugli Alpini. Il tempo volò. Le due ore di ricordi ci parvero pochi minuti, ci accorgemmo di essere tutti e due malati di nostalgia per i tanti adii dati nella steppa a coloro che erano scomparsi nella bufera, senza più ritorno. “Ma tu non tenevi un diario?” mi chiese. “Certo. Chissà dove l’avrò cacciato”. “Cercalo e scrivi la nostra esperienza. Ci sono cose che non sono mai state rivelate”. “Non interessa a nessuno”. “Lo dici tu. I racconti degli Alpini hanno un loro fascino. Se mi ascolti, butta giù ciò che ti viene”».

Qualche mese dopo don Gnocchi muore. Dal 25 ottobre 2009 è beato. Il diario inizia il 1° gennaio 1943 e termina il 30. Racconta Chiavazza: «Il nostro era unico era sfondare la sacca chiusa alle nostre spalle dalle truppe russe. Tornare a casa. Tutti uguali dunque, combattenti e soldati, ufficiali e sbandati, pur con diversa psicologia, diverso spirito e atteggiamento». Racconta che di notte erano accolti dagli ucraini nelle «isbe». Narra la notte del 27 gennaio trascorsa con don Gnocchi in un’isba «calda e affollata. Dormim­mo poco perché avevamo tante cose da dirci o almeno chi aveva tanto da dire era lui, don Carlo, il dolce cappellano dalla vita ascetica meravigliosa e il sorriso buono nel volto smagrito illumi­nato dagli occhi chiari. Non aveva più l’impressionante rassegnazione di chi sta per iniziare il volo verso l’eternità. Era più fiducioso, più disteso e il suo cuore appariva gonfio di riconoscenza verso i due alpini che, secondo lui, lo avevano raccolto dalla neve e salvato da morte sicura».

Don Chiavazza riferisce il racconto di don Gnocchi: «Mi ero seduto un momento ai bordi della pista per riposare qualche minuto, mi sentivo sfinito. La colonna mi sfilava davanti e io la vedevo sempre più lontana, sempre più lontana. Mi pareva di trovarmi sotto un cielo dai colori vivissimi e cangianti. Intorno a me s’era fatto attesa e il cuore e tutto il corpo s’adagiavano in una pace riposante, rilassata. Due alpini mi raccolsero bruscamente e senza complimenti mi buttarono sopra una slitta. Se rimanevo là sarei morto». Aggiunge: «Parlava sottovoce per non disturbare coloro che, allungati per terra, dormivano pesantemente. “I miei alpini, i miei alpini sono incantevoli. Li si deve amare per forza come un padre ama i figli. E non perché mi hanno salvato la vita ma perché sono alpini”. Nel buio dell’isba mi sus­surrò: “Si vede che devo tornare in Italia. Ringraziamo il Signore”». Don Gnocchi consegna all’amico una lettera indirizzata a Chiavazza giunta da Torino dal cardinale Maurillo Fossati: «Mi scriveva facendomi coraggio. Mi parlava dei bombardamenti su Torino e della morte di un prete ucciso dallo spezzone nel Seminario di via XX Settembre. La lettera aggiunge: «Il tuo arcivescovo prega per te; spero che tu possa compiere bene la tua opera presso i soldati. Mi auguro che ritorni presto»

A Nikolajewka, città ucraina, ora parte di Livenka nell’Oblast’ di Belgorod, nel gennaio 1943 si combatte una sanguinosa battaglia tra gli sfiniti Alpini dell’8ª armata, in rotta dal fronte del Don, rompono l’accerchiamento dell’Armata Rossa e si aprono la strada verso l’Italia. La battaglia è raccontata da Mario Rigoni Stern ne «Il sergente nella neve». Nel ventesimo anniversario della battaglia, nel gennaio 1963, un testimone, lo scrittore Nuto Revelli, ufficiale degli Alpini in prima linea sul Don, su «La Stampa» rende omaggio alla «popolazione ucraina: per pietà, simpatia o per ordine ricevuto dalle autorità russe, fu sollecita nell’alleviare sofferenze, offrì da mangiare, vestire e possibilità di riposo ai soldati dell’Armir».

In «Scritto sulla neve» c’è posto anche sul caso buffo di un ufficiale farmacista: «Gli hanno rubato anche i pantaloni e sotto la coperta che gli scende dalle spalle s’intravvedono i mutandoni di lana grigia in dotazione alla truppa alpina. Mi avvicina e mi sussurra in un orecchio: “Cappellano, arriveremo a casa? Ho anche pregato la Madonna”. Non riesco a trattenere un sorriso. Il tenente farmacista si piccava di essere anticlericale. Di fronte alla morte incombente aveva ritrovato la fede della mamma, della fanciullezza e, in mutande, aveva riscoperto il volto della Madre di Dio. “Andrò in pellegrinaggio a un santuario che so io”. “Ci andrai in mutande?”. Questa volta ride anche lui, più confortato, quasi ottimista».

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